Avevo
buoni motivi alla base di quella mia riservatezza e penso che, mi fossi trovato
di fronte una persona diversa da mio fratello, difficilmente mi sarei lasciato convincere
a raccontare quella storia.
"Non
c'e mai stato verso di farti venire al bowling della Vanchiglia".
"Che
c'entra, ora, il bowling?" esclamò l'altro contrariato; era convinto che
stessi cercando di cambiare argomento.
"Se
te ne parlo è per il fatto che, proprio in quel luogo, avevo fatto la
conoscenza dei protagonisti di questa vicenda".
Si
rasserenò di colpo. Lo vidi che posava i gomiti sulle ginocchia mentre
sosteneva il mento tra i pugni chiusi.
"Erano
in tre: Rodolfo, Pino e Luca, il più intraprendente di tutti.
Formavano
un gruppo scanzonato e simpaticissimo col quale sembrava impossibile non
legare.
Potevano
avere, press'a poco, la mia età, anche se ostentavano una spensieratezza che
avrebbero dovuto perdere da un pezzo.
Verso la
fine del luglio scorso c'eravamo ritrovati nella solita palestra di via Buniva,
ma erano bastati pochi lanci per farci capire che non era quella la serata
adatta. La giornata, caldissima, doveva averci stancato più del solito, così
decidemmo di mollare tutto. Luca ne approfittò proponendoci di accompagnarlo
per certi suoi acquisti che aveva fretta di realizzare.
Mancavano
pochi giorni alle vacanze.
Molti, e
Luca era tra questi, attendono il 27 per lo shopping pre-feriale; per quel
dannato periodo dell'anno, vale a dire, in cui l'armamentario vacanziero, per
quanto guardinghi si voglia essere, finisce per ingoiarsi, con i risparmi,
anche una parte dello stipendio.
Era,
soprattutto, alla disperata ricerca di alcuni sofisticati aggeggi da sub che
contava di trascinarsi appresso fino a Rimini, dove pensava di trascorrere il
resto dell'estate".
"E
che difficoltà c'è a reperire oggetti di quel genere?"
"Nessuna,
suppongo, se si è disposti a spendere in proporzione. Il fatto è che Luca
intendeva economizzare. Così, all'approssimarsi della partenza, trascorreva
gran parte del tempo tra la consultazione degli annunci economici e le visite
sempre più sconsolate ai negozi di articoli sportivi.
Rodolfo,
che per esigenze del tutto analoghe doveva aver battuto palmo a palmo borgo
Vanchiglia, quella sera gli era venuto in soccorso. S'era ricordato di una
segnalazione che gli indicava in via Guastalla, a qualche isolato da corso San
Maurizio, la presenza di un certo negozio dell'usato. Gli era stato descritto
come un vero e proprio emporio di articoli d'occasione dove, oltre alle
operazioni di compravendita, era anche possibile praticare il baratto.
Per un
buon quarto d'ora camminammo sù e giù senza riuscire a localizzare quel
decantato punto di vendita.
L'approssimazione
della notizia risultò evidente quando scoprimmo che il locale in questione
aveva, in via Guastalla, solo una modesta edicola di richiamo; per accedere
all'ingresso era necessario attraversare un cortile in via Balbo.
Quando si
dice che l'apparenza inganna!
Le
condizioni esterne dello stabile erano talmente pietose che, per un momento,
fui tentato di inventare qualche pretesto ed abbandonare la compagnia per non
dover sprecare quel che restava della serata. Invece..."
"Invece?"
(Scoprivo
che Franco s'era lasciato prendere dalla curiosità al punto da non lasciarmi
tirare il fiato)
"Al
di là del cortile c'era un moderno magazzino dall'aspetto quantomai invitante.
Ci
ritrovammo in un enorme salone dall'antica volta a botte perfettamente restaurata
le cui protuberanze ad arco posavano elegantemente su sei grossi pilastri.
La potente
illuminazione al neon era disposta in modo da assicurare una gradevole luce
diffusa che consentiva di apprezzare al
meglio la mercanzia sapientemente disposta lungo le pareti e persino a ridosso
dei sostegni centrali.
A
testimonianza della perfetta organizzazione va aggiunto, ancora, che una
miriade multicolore di cartellini contrassegnava prezzatura e caratteristiche
di ciascun articolo.
Ritto
dietro il registratore di cassa, un tipo sulla cinquantina pareva recasse
stampato il volto l'orgoglio di dirigere un esercizio che non aveva proprio
nulla da invidiare ai più blasonati magazzini del centro.
Al nostro
arrivo stava parlottando con due clienti. Sono certo che se non fosse stato
così impegnato ci sarebbe venuto incontro; si limitò, invece, ad un sorriso che
sembrava la quintessenza della cortesia mentre, con un eloquente gesto della
mano, ci invitava a curiosare liberamente.
Fu così
che cominciammo a sciamare, chi di qua chi di là, guidato ciascuno dal proprio
estro del momento.
In capo ad
una decina di minuti eravamo in fondo alla sala.
Penso che,
per una tacita intesa, ci si fosse riservati di acquistare qualcosa solo dopo
aver passato completamente in rassegna tutto quel ben di dio.
Si apriva,
in quel punto, un breve corridoio con le pareti coperte da vetrine il cui
contenuto (articoli di bigiotteria) non poteva che lasciarci del tutto
indifferenti.
Stavamo
per tornare sui nostri passi quando, proprio al fondo di quel vano, una strana
porta attrasse la nostra attenzione.
Quantunque
stretta e piuttosto bassa, non mancava di rivelarsi degna d'attenzione. Un
delicato lavoro di ebanisteria ne aveva trasformato la superficie in un
pregevole bassorilievo che associava numerosi elementi floreali a motivi tipici
dell'architettura classica.
Oggi non
c'è più chi sia disposto a sobbarcarsi un lavoro del genere; immagino dovesse
risalire ai primi del '900.
A
mezz'altezza, non una vera maniglia, ma un raffinato incavo in una sporgenza
del legno indicava un punto di presa. Prima che mi rendessi conto del dettaglio
Rodolfo vi aveva già infilato la mano. Un gesto deciso e la porta cigolò
pigramente sui cardini rivelandoci l'accesso ad un vano la cui illuminazione,
quantunque scarsa, era sufficiente a rivelarcene la modestia.
Aveva le
pareti disadorne e tutto lasciava dedurre che la disposizione degli oggetti
ivi contenuti dovesse limitarsi alle
due tozze scaffalature che si fronteggiavano a breve disanza l'una dall'altra.
Una volta
entrati notammo, proprio alla nostra destra, un pesante tavolo di quercia
dietro il quale sedeva un anziano signore vestito di scuro. Lo vedemmo
sollevare lentamente il capo da un grosso volume e ci parve che abbozzasse un
mesto sorriso prima di ripiombare nella lettura.
Anche se
di brevissima durata quel gesto mi consentì di memorizzarne i lineamenti . Mi
colpì il pallore del suo volto ed anche gli occhi mi sembrarono incredibilmente
chiari.
A causa
della sua posizione non saprei pronunciarmi sulla statura che, tuttavia, al
momento, dovette sembrarmi minuta e come rattrappita.
Giudicammo
alquanto singolare quel suo modo di fare. Ci aveva degnato appena di
un'occhiata che è ancora poco definire distratta. Ebbi anzi l'impressione che
non ci avesse nemmeno notati e che quei suoi gesti fossero dovuti, più che al
nostro arrivo, alle meditazioni suggeritegli dalla lettura.
Lo
ripagammo con identica noncuranza e procedemmo oltre.
Sul primo
dei due scaffali figurava, in buon'evidenza, una targa ovale con la scritta:
"7. NON RUBARE"; oltre che di pessimo gusto, la trovavo alquanto
demodè.
"Guardate
un pò qua!" esclamò Rodolfo, che ci precedeva. Lo disse con un tono assai
basso come se la mutata atmosfera del luogo lo inducesse a moderare la voce.
La sua
meraviglia era pienamente giustificata.
Quantunque
più dimesso e disadorno del resto del negozio quel vano conteneva oggetti di
gran lunga più interessanti.
Le cose
che ci si paravano alla vista avevano, infatti, assai poco in comune con quelle
tipiche dell'usato; c'era di che deliziare i più schizzinosi cultori
d'antiquariato.
Notai,
dapprima, due magnifici completi da scrittoio in puro stile impero, un
raffinato vaso di alabastro, alcuni soprammobili in onice di squisita fattura.
Lo stupore
cresceva man mano che continuavo a passare in rassegna quella singolare
mercanzia; doveva valere chissà quanto sul mercato amatoriale e, francamente,
non riuscivo a spiegarmi le ragioni che avevano indotto il negoziante ad
affidarne la custodia ad un aiutante tanto decrepito e trasognato. Ed ancora,
perchè relegare tutta quella roba in uno spazio così remoto; perchè stiparla
nella penombra, quasi la si volesse sottrarre all'apprezzamento dei potenziali
compratori?
Cercando
un'impossibile risposta alla mia curiosità continuavo ad ammirare un
monumentale orologio da tavolo impreziosito, sulla sommità, da una vittoria
alata in bronzo dorato. E, proprio in quel momento, avvertii una fastidiosa
pressione alle costole; era Pino che, assestandomi lievi gomitate, cercava di
richiamare la mia attenzione. Mi girai e feci in tempo a notare Luca tutto
intento a riversarsi nelle tasche il contenuto di un piccolo vassoio.
Ancora
incredulo, allungai il collo. Anche se tenue, la luce della stanza mi consentì di
scorgere un'ultima manciata di grosse monete che stavano cambiando di proprietà
a quel modo.
Ero
esterrefatto, ma lo fui ancor più quando, dai gesti secchi degli altri due,
compresi, senza ombra di dubbio, che l'azione di Luca li trovava pienamente
consenzienti".
"Però!"
(e Franco condì questo laconico commento con un'occhiata tutt'altro che
lusinghiera).
"Che
tu ci creda o meno", tenni a puntualizzare, "la cosa mi lasciò
profondamente contrariato.
Frequentandoli
da poco, e non potendo conoscerli a fondo, volevo illudermi che stessero
facendo per scherzo e che, una volta in presenza del vecchio, Luca non avrebbe
esitato a vuotare le tasche per farsi conteggiare ciò che aveva preso.
Dovetti
purtroppo ricredermi quando vidi che i tre si dirigevano alla porta con la massima disinvoltura. A quel
punto avrei anche potuto scombinare il loro gioco, ma, a ragione o a torto, mi
trattenne dal farlo la considerazione di conseguenze che mi prefiguravo
estremamente imbarazzanti.
Eravamo
ormai sulla soglia quando una voce alle nostre spalle intimò:
"Un
momento!"
Ci
girammo. Per la seconda volta il vecchio aveva sollevato il capo dal libro e ci
fissava con uno sguardo indefinibile.
Aveva
pronunciato quell'esclamazione in tono deciso, ma con una voce flebile ed in
tono talmente basso da renderla appena percepibile. Poi, contrariamente ad ogni
aspettativa, quello sguardo parve addolcirsi. Con voce suadente e quasi atona il vecchio
aggiunse:"Non vorrete andarvene senza ritirare l'omaggio della casa".
Passai
dallo stupore allo sbigottimento quando lo vidi porgere, proprio a Luca, un
piccolo plico che doveva aver estratto, senza che ce ne accorgessimo, da un
cassetto della scrivania.
Mentre
sentivo crescere l' imbarazzo per la singolarita' di questa nuova situazione
ero meravigliato a vedere che Luca riponeva con la massima calma il regalo nel
borsello. Ebbe ancora il coraggio di rivolgersi al vecchio:
"Distribuite
omaggi anche a chi non compra niente?" e sorrise malignamente.
"Procedendo di questo passo", aggiunse in tono provocatorio,
"rischiate di ridurvi sul lastrico".
Senza più
distogliere lo sguardo dal volume l'altro ribattè:
"L'offerta
e meno frequente di quel che crediate e, indubbiamente, non la si riceve senza
meritarla".
La
situazione era, a dir poco, grottesca. Valutai che, con quel gesto e con quelle
parole, il vecchio stesse aggiungendo la beffa al danno appena subito. Eppure,
stranamente, non mi riusciva di cogliere il lato comico della situazione.
Seguii i
miei compagni fino in cortile e, una volta in strada, non mi trattenni dal
palesare il mio stato d'animo.
"Un
minimo di amor proprio dovrebbe indurvi a tornare ed a riconsegnare
tutto", dissi, "potreste sempre dichiarare che s'è trattato di
onorare una scommessa".
Forse
protestavo soprattutto per tacitare un possibile senso di colpa. Non potevo aspettarmi che
considerassero una tale proposta, ma mai avrei immaginato la reazione sfottente
di Pino: "Se lo facessimo, quel povero vecchio rischierebbe il licenziamento
in tronco...Sono proposte da farsi le tue?"
Gli altri
sghignazzarono a lungo divertiti.
"Adesso
facciamola finita", interloquì Rodolfo, "e vediamo cosa diavolo ha
rimediato Luca".
"Giusto!"
fece eco Pino. Poi, rivolgendosi al maggior artefice della bravata, "se te
la lasciassimo tenere tutta quella roba finirebbe per rovinarti le tasche . Che
amici saremmo se dovessimo permetterlo?
Anche se
meno brillante della precedente questa battuta non mancò di strappare qualche
sorriso.
Ancora
Pino parve riflettere sul da farsi e subito propose: "C'e una vecchia
piòla proprio qui in via S.Ottavio ch'è quasi sempre deserta; l'ideale per
starcene al riparo da occhi indiscreti".
Si
avviarono.
Avrei
dovuto andarmene ed invece preferii seguirli.
Strada
facendo, Luca dovette intuire la ragione che mi teneva ancora in loro
compagnia. Mi si affiancò e, lasciando che gli altri andassero avanti per conto
loro:
"Sarai
curioso", insinuò, "di scoprire se lo facciamo per abitudine".
Vide che
ero al colmo della tensione ed aggiunse:
"Ma
certo che no!"
Accompagnò
quest'assicurazione con un risolino che avrebbe voluto essere rassicurante. Non
mi vide affatto convinto e continuò:
"Che
vuoi che ti dica?...Per noi ha il valore di una sfida. Di questo si tratta...;
nient'altro che di una sfida. Se avessi voluto compiere un banale furto avrei
dovuto fare in modo che nè Pino nè Rodolfo se ne accorgessero; tra noi è
bastata, invece, una rapida occhiata d'intesa per deciderci a raccogliere la
sfida rappresentata da un custode così vicino, ma anche tanto imbranato".
"Allora
avreste dovuto trovare il modo di restituire tutto!" obiettai.
"No!
replicò l'altro seccamente, "ciò che abbiamo preso rappresenta la posta
della partita e,...come in qualsiasi gioco che si rispetti, anche in questo
caso chi perde paga".
Quantunque
allucinante la teoria non mancava di
una sua logica, anche se perversa, e fui tentato di associare il
comportamento dei tre a quello di tanti altri individui che, pur non motivati
dal bisogno, avvertono, in presenza di beni malcustoditi, l'impellente
tentazione di appropriarsene. Scatta, per loro, una molla che ha poco o nulla a
che vedere con la cupidigia, mentre appare determinante il piacere del rischio.
Si potrebbe pensare che siano, a modo loro, dei giocatori d'azzardo.