C. VI ALLUCINZIONE O REALTA’?
Le note di
quell'avventura inconsueta e tutto sommato bizzarra ci avevano fatto
dimenticare che, dopo Rodolfo, sarebbe toccata a Pino. Questi, valutando che
comunque non l'avrebbe scampata, preferì giocare d'anticipo ed esordì con una
stoccata:
"mi
conoscete abbastanza per sapere che, almeno io, non sono tipo da correre dietro
ai pupazzi".
Vidi Luca
annuire divertito.
"Tuttavia",
proseguì Pino, "mentirei se affermassi che non mi e' successo nulla di
strano". Così dicendo aveva messo mano ancora una volta alla bottiglia di
Barbera, ne aveva colmato il bicchiere ed ecco che ora se lo scolava tutto d'un
fiato.
Dire che
fosse insensibile al richiamo del vino sarebbe come bestemmiare; resto
convinto, tuttavia, che, in quel particolarissimo momento, bevesse, piu' che
altro, per trovare animo sufficiente a parlare senza remore ne' inibizioni.
Cosa
poteva aver combinato?
"La
pensione di Trastevere in cui, fin dall'arrivo, m'ero sistemato alla bell'e
meglio", rivelo',"non era delle peggiori; l'avrei trovata, anzi, del
tutto confortevole se non fosse stato per il complesso musicale d'un vicino
locale che, ogni notte, puntualmente, s'accaniva a rompere i timpani per un
raggio di cinquanta metri.
La cosa
non poteva durare; ancora una volta col sonno ero andato in bianco. Se a questo
aggiungete che, d'esate, a Roma il sole picchia forte, non dovrete stupirvi che
trascorsi a letto gran parte del pomeriggio successivo".
"La
pennichella", commentai.
"Gia'!"confermo', "e quando mi svegliai le sette erano
passate da un pezzo".
Rodolfo
dava segni d'impazienza: "quando perderai il dannato vizio di
divagare?" protesto' ed avrebbe continuato se Pino non l'avesse zittito
con un gesto:
"Avessi
dormito meno!" sospiro', "tutto
sarebbe
filato per il verso giusto.
Dovete
sapere", tenne a confidare subito dopo, "che avevo appena realizzato
( non dovette sprecare altre parole perche' si capisse a cosa alludeva) e la
maggiore disponibilita' economica mi aveva spinto a cercare una sistemazione
piu' tranquilla. L'avevo individuata in un alberghetto nella zona di Monte
Oppio; avrei dovuto solo confermare entro le sette. Ancora assonnato mi
precipitai al telefono per apprendere che qualcun altro, nel frattempo, l'aveva
prenotata. Protestai ed imprecai, ma non ci fu niente da fare.
Scesi in
strada contrariato; forse all'istintiva ricerca di qualcosa che mi facesse
sbollire la rabbia.
L'occasione
adatta mi si presento' in prossimita' del Ponte Garibaldi, dopo che per un buon
quarto d'ora avevo camminato di cattiva voglia.
Pochi
metri piu' in la' quattro abusivi;
slavi, immagino, avevano piazzato delle bancarelle in tutto simili a
quelle che al sabato, puntualmente, si snodano lungo la Dora, negli immediati
dintorni di Porta Palazzo.
La
mercanzia, abbondante e variegata, era ammassata su lunghi tavoli pieghevoli;
l'ideale per sbaraccare rapidamente l'armamentario e riporlo nei borsoni al
primo segnale di pericolo.
Mi
avvicinai incuriosito e cominciai a rovistare tra gli oggetti fino ad estrarre
un binocolo prismatico da una custodia in finta pelle. Le dimensioni
estremamente contenute dell'oggetto e la qualita' ottica, che mi parve
accettabile, mi comvinsero all'acquisto. Lo misi in tasca e me ne andai
soddisfatto.
Di lì a
poco un ragionevole dubbio mi costrinse a fermarmi. Quantunque l'avessi pagato
ad un terzo del valore, e forse proprio per tale motivo, volli provarlo ancora
una volta prima di allontanarmi definitivamente. Lo puntai, allora, su di un
caseggiato, un centinaio di metri piu' in la'.
Ormai la
luce del giorno s'era parecchio attenuata, molte finestre apparivano illuminate
ed un po' ovunque c'era gente al balcone.
La potenza
degli ingrandimenti faceva sì che, a minimi spostamenti dell'apparecchio,
corrispondessero grosse distanze. Stentavo a tenerlo fermo come avrei voluto,
non al punto, tuttavia, da perdere i dettagli degl'interni.
Un
particolare, tra i tanti inquadrati di sfuggita, aveva attratto la mia
curiosita'; riuscire a localizzarlo tra la miriade delle altre luci non era
facile.
Quando
tornai a centrarlo focalizzai con cura l'apparecchio, piantai i gomiti sulle
costole ed ecco, finalmente, un'immagine non piu' traballante.
Era la
veranda d'un attico.
Proveniva,
dal suo interno, una luce diffusa e soffice, ma anche abbastanza viva da
consentire la visione di una donna stupenda..."
"Come
cazzo facevi", lo interruppe Luca, "a distinguere un volto...a quella
distanza?".
Pino la
prese male:
"Tu
credi che stia contando balle!" Non volle procedere oltre e si trincero'
dietro un ostinato silenzio fino a quando non ci riuscì di convincerlo che
l'osservazione, ancorche' fatta in maniera poco ortodossa, non voleva mettere
in discussione la veridicita' dei fatti, ma solo appurare un dettaglio.
L'altro
levo' alto lo sguardo come se, dal soffitto, dovesse calargli la pazienza
necessaria a proseguire:
"Quando
dico stupenda", e sottolineo' l'aggettivo con un'imprecazione, "e'
chiaro che non mi riferisco al colore degli occhi. Posso pero' assicurarvi che
cio' che si vedeva era piu' che sufficiente a far salire la temperatura".
L'impatto
con la scena doveva essere stato molto forte.Notai, infatti, che l'espressione
contrariata di prima si scioglieva, per effetto di quel ricordo, in una smorfia
di beatitudine.
"Formosa",
continuo', "scura di pelle e con lunghi capelli neri. Si muoveva con
leggerezza incredibile in una vestaglia piu' trasparente dei vetri della
veranda....; tanto trasparente da sottrarre ogni spazio alla fantasia".
Deglutì.
"Che
volete che vi dica?...Un magnifico esemplare, che mi tenne incollato al
binocolo fino a quando la battuta pepata di un passante non mi riporto' con i
piedi per terra. Stavo attirando l'attenzione della gente. Rimisi in tasca
l'apparecchio e cercai di darmi un'aria disinvolta.
Quanto a
scollarmi da quel posto, tuttavia, neanche a pensarci".
"Ci
avrei giurato!", azzardo' Rodolfo, ricevendone, in risposta,
un'occhiataccia a bruciapelo che lo dissuase dal fare altri apprezzamenti.
"Quello
che mi spingeva a stazionare nella strada", riprese adagio Pino, "era
un edificio di quattro piani. Di tanto in tanto tornavo con lo sguardo verso
quella luce così discreta ed invitante; fantasticavo.
Giunsi al
punto da raggiungere il portone; due ante spalancate, decorose e
vecchiotte. In bell'evidenza , su di
un lato, una sfilza di targhette.La
vista cadde subito su quella posta in cima alle altre. Segnalava la presenza
d'un 'Centro estetico per massaggi terapeutici'.
Non
c'erano altre targhe in corrispondenza dell'attico e cio' che avevo visto
toglieva ogni dubbio circa la reale attivita' che doveva svolgersi al coperto
di quell'eufemistico cartello.
Per un
pezzo me ne restai immobile, con le mani dietro la schiena ed il naso per aria,
ad immaginare le piccanti possibilita' suggerite da quella scritta e mi frenai
a stento dall'imbarcarmi in un'avventura che un residuo di buonsenso mi
prospettava squallida.
Il giorno
dopo, naturalmente, non ci pensavo gia' piu'".
Si
arresto' a prender fiato e ne approfitto' per schiarirsi la gola con cio' che
restava nel bicchiere.
Riprese:
"Per
un'intera settimana avevo serbato il malloppo nella speranza d'investirlo in un
alloggio piu' confortevole, ma, per un motivo o per l'altro, non m'era riuscito
di trovare quello che cercavo. Da qualche giorno, intanto, il complesso
musicale suonava in tono minore (le ferie dovevano averne falcidiato la
consistenza) e questo rendeva assai piu' passabile la permanenza nella pensione
trasteverina.
In
conclusione, giudicai che non era piu' il caso mi avvelenassi l'ultimo scorcio
di vacanza con gli affanni del trasloco, quando avrei potuto godermelo
sperperando allegramente quei soldi".
Rodolfo,
che ridacchiava nell'attesa di scoprire dove sarebbe andato a parare il
discorso, tento' un'incursione nel racconto dell'amico:
"E...quì
casca l'asino!" sentenzio'.
Temevo che
l'altro reagisse in malo modo, e sbagliavo.
Pino
mostro' d'incassare la botta egregiamente ed anzi la sfrutto' per sorvolare,
con gesti di pacata sufficienza, su cio' che di poco pulito doveva aver
combinato con tutti quei soldi a disposizione.
"Per
farvela breve", riprese, "nel giro d'un'altra settimana quella
mazzetta s'era assottigliata di parecchio. A tre giorni dalla partenza avevo valutato,
tuttavia, che ci fosse ancora denaro sufficiente per chiudere in bellezza il
soggiorno romano. Tanto mi aveva consentito, nella serata del ventotto agosto,
d'assitere, in un night della zona, al
vertiginoso strip d'una soubrette brasiliana, che mi aveva letteralmente
rimescolato il sangue.
Ne ero
uscito completamente fuso e, quel ch'e' peggio, avevo cercato di affogare nel
cognac l'agitazione che mi tormentava.
La
bevanda, assunta in dosi massicce, anziche' calmarlo, accentuo' quel mio stato
d'animo.
Quando mi
resi conto che stavo spogliando con lo sguardo tutte le donne che mettevano
piede nel bar capii di essere giunto al livello di guardia. Mi spinsi fuori dal
locale e cominciai a vagare sotto il peso del forte turbamento che mi portavo
dentro.
Gli
effetti secondari dell'alcool non tardarono a manifestarsi.
Cominciavo
ad avvertire un lieve annebiamento della vista e, quantunque fossi certo di non
barcollare, soffrivo per un senso di vertigine che mi costringeva a moderare il
passo.
Il
buonsenso avrebbe dovuto consigliarmi di rientrare subito in albergo; purtroppo
la sbornia aveva annullato ogni residuo di lucidita' ed io continuavo a
muovermi animato unicamente dall'istinto di porre rimedio alla forte frenesia
che mi aveva preso.
Percorrendo
strade diverse da quelle fatte all'andata, notavo che la vista degli edifici mi
diventava sempre piu' familiare. Sapete perche'? D'istinto avevo finito per
imboccare la stessa via in cui, giorni prima, avevo puntato il binocolo.
Poco dopo
ero davanti all'ingresso di quel palazzo. Il portone, discretamente accostato,
rappresentava, nelle condizioni in cui versavo, una tentazione troppo forte
perche' riuscissi ad impormi una rinuncia. M'inoltrai.
Nella
guardiola alla mia sinistra nemmeno l'ombra d'un portiere.
Avanzai di
pochi passi nell'androne rischiarato da lampade in ferro battuto e raggiunsi un
monumentale ascensore d'epoca. Quando misi piede nella cabina ero al colmo
dell'agitazione. La vidi risalire con una lentezza che mi parve esasperante;
traballava.
Eccomi,
finalmente, al livello dell'attico.
Quì
l'illuminazione era quasi assente, al
punto che mi tocco' ricorrere all'accendino per decifrare la targa sulla porta.
Dalla base
dell'uscio filtrava un'esile striscia di luce. Tesi l'orecchio; non riuscivo a
percepire alcun rumore dall'interno.
Vidi
schiudersi la porta prim'ancora che bussassi;...questo lo ricordo bene, come
rammento di averne subito approfittato per varcare la soglia. E una volta
dentro...la luce! Era strana!...Dava sul marron cupo;...una cosa mai vista!
Fu
questione d'un momento e mi vidi di fronte una sagoma nera. Avevo gli occhi
bassi; non fui in grado, all'istante, di distinguere altro. Quando li
sollevai caddero su di un'orribile
figura avvolta in una cappa da cui sporgeva un volto privo di tratti. Era, in
realta', una testa ridotta ad una maschera di sangue; completamente fracassata.
Unico elemento ancora riconoscibile: un occhio, che affiorava su di un'informe
massa carnosa, e che pareva fissarmi.
I
capelli!...Li rivedo...neri, lunghi, tutti intrisi di sangue.
Poi...un
urlo, che ricordo profondo e terribile".
Ora, Pino
taceva. Aveva i nervi del volto contratti e lo sguardo perduto nel vuoto, come
se stesse rivivendo la scena che aveva rievocato.
Gli altri,
ed io stesso, quantunque al colmo della curiosita', non riuscivamo ad
intrometterci; la piega presa dal racconto ci aveva lasciati interdetti; era
quanto di piu' lontano avremmo potuto immaginare. D'altra parte, l'espressione
del narratore era tale da escludere qualsiasi ipotesi di finzione ; per simulare a quel modo avrebbe dovuto
essere un attore da Oscar.
Attendemmo
tranquillamente che trovasse la forza per continuare.
Lo
sentimmo emettere un sospiro prolungato.
Riprese:
"Non
saprei dire se l'urlo provenisse da quella terrificante apparizione o se fosse
frutto del mio spavento. Di certo e' questo l'ultimo ricordo che conservo di
quella situazione allucinante..."
"E
dopo?" Lo incalzai.
"Dovetti
perdere i sensi; per la paura,...per l'alcool o,..non so per quale altra
dannata ragione.
Rinvenendo,
avvertii la presenza di alcuni sconosciuti.
Riaprii gli occhi e vidi che ero fuori dall'appartamento ; giacevo
rincantucciato in un angolo del pianerottolo sottostante.
V'ero
stato spinto? C'ero finito al termine d'una caduta accidentale?...Beh!...Questo
proprio non saprei dirvelo.
Erano
chini su di me un uomo ed una donna, entrambi piuttosto giovani; immagino
fossero inquilini del piano di sotto.
Avevo la
testa indolenzita e le idee confuse.
I due
m'aiutarono ad alzarmi. Videro che ancora non ero in grado di affrontare una
rampa di scale e lasciarono che mi sedessi su di un gradino.
Mentre la
donna scendeva a prendere un bicchier d'acqua l'uomo mi si pose accanto. Mi
guardo' diritto negli occhi, incerto sulla possibilita' di pormi qualche
domanda. Lo anticipai levando il braccio ad indicare l'alloggio dell'estetista.
L'altro abbozzo' un mezzo sorriso:
"Ormai",
lo sentii dire, "in attesa d'un nuovo inquilino, sarebbe ora che qualcuno
provvedesse a piazzare un'illuminazione decente,...non c'e' piu' ragione per
rischiare di rompersi l'osso del collo".
Indubbiamente
attribuiva ad una caduta nel buio la posizione in cui ero stato trovato.
Nel
frattempo la donna era tornata con una brocchetta ricolma d'acqua.
Mentre
bevevo, vidi i due scambiarsi rapidi cenni d'intesa e la donna sorridere a sua
volta. Quand'ebbe ritirato il recipiente mi squadro' incuriosita e scrollo' la
testa ripetutamente in segno di bonaria disapprovazione:
"Benedetti
uomini!" la sentii esclamare, "badate almeno dove mettete i
piedi!" "Viaggio a
vuoto", commento' l'uomo, "e ritirata disastrosa!"
Appresi
così, parola dopo parola, che l'abitazione era sbarrata; vuota da una
settimana. La targhetta esterna, non ancora rimossa, era tutto cio' che restava
della bella estetista.
Trasferita?...Nossignori!...Giorni prima era corsa a sfracellarsi giu'
da un ponte.
Avrei
voluto urlare, sfogarmi, riferendo agli sconosciuti di quella tremenda
apparizione. Fortunatamente non ero sbronzo al punto da sottovalutarne le
possibili conseguenze. Immagino che mi avrebbero accompagnato con garbo in
portineria per poi correre a telefonare alla neuro.
Mi sentivo
scoppiare, ma mi tocco' assumere un atteggiamento sereno che non so quanto
dovesse apparire convincente. Mi sforzai perfino di sorridere. Mi risollevai;
le gambe mi reggevano a stento.
La donna corse a chiamare un taxi. Dopodiche' mi issarono alla meno peggio sull'ascensore, si misero l'anima in pace con qualche raccomandazione e mi lasciarono andare augurandomi la buona notte".