CINISMO FUNERARIO
Dipendesse da me non esiterei ad imporre la massima austerità per tutto quanto concerne necrologi, commemorazioni, cerimonie, ovazioni, targhe e quant’altro riferito a defunti di fresca o meno recente dipartita. Misura indispensabile se si vuol eliminare la cattiva abitudine che (forse spinti da pulsioni scaramantiche) molti hanno di divertirsi alle spalle dei poveri trapassati.
Ricordo ancora, per essermi rimasto particolarmente impresso, il contenuto d’uno di quei manifesti funebri che si è soliti affiggere nei paesini del meridione. Pur riguardando la scomparsa di una quasi centenaria, esordiva con un esilarante "Improvvisamente sottratta all’affetto dei suoi cari…." Dico, cos’altro potevano attendersi i parenti? Che campasse ancora per qualche secolo? Poco sotto, un "moglie e madre di preclare virtù…." autorizzava il sospetto che l’anonimo estensore dovesse disporre d’un qualche ottocentesco canovaccio dal quale, fatta eccezione per i dati anagrafici, ricavava scrupolosamente le diciture di circostanza.
Siffatte "ragazzate", perdonabili in coloro che traggono dall’esercizio delle pompe funebri normali occasioni di sussistenza, non lo sono altrettanto in quanti si sobbarcano l’orazione funebre dopo essere stati tutt’altro che estranei alle circostanze della dipartita. Situazioni grottesche in cui, approfittando del fatto che quanti sono in posizione orizzontale hanno qualche difficoltà a reagire, i diretti artefici del decesso, pressando (precauzionalmente) la mano contro il coperchio della bara, si accaniscono a minchionare il trapassato.
Due episodi, riconducibili entrambi alla fattispecie, mi hanno consentito di appurare fino a qual punto possa spingersi il cinismo di certa gente.
Partecipo alle esequie d'una signora. Il marito, con gli occhi distrutti dal pianto, fende barcollante la calca, si appoggia alla cassa di noce, quasi il dolore gli impedisse di mantenere la posizione eretta, ed attacca con un'orazione degna del Giulio Cesare scespiriano. Una scena da far lacrimare le pietre non fosse per il trascurabile dettaglio che la poveretta era deceduta nel tentativo di portare a termine la sua sesta gravidanza. Non era la prima volta che aveva rischiato la pelle nel dare alla luce i suoi pargoli. E l’improvvisato oratore sapeva benissimo che la sua caparbia perseveranza prima o poi lo avrebbe collocato nel novero dei vedovi.
Il caso numero due riguarda un rinomato capo-corrente; noto collettore di "mazzette" che i suoi adepti erano tenuti a razzolate ovunque. Quando si gestiscono certe "operazioni" c'è da mettere in conto che qualcosa, girando per traverso, potrebbe causare qualche seccatura a chi se n'era occupato in prima persona. Al verificarsi di siffatta ipotesi, la tenuta dell'indiziato dipende dallo spessore di pelo stomacale di cui lo stesso risulta fornito . Qualora, come nel caso del deceduto, la coltre protettiva non è paragonabile alla pelliccia dello Yeti, l'apprensione per le curiosità della magistratura può avere effetti analoghi ad una mazzata tanto secca da rendere problematica la sopravvivenza.
Con una naturalezza che ingenera ribrezzo nella fitta schiera dei coindagati presenti, il leader raggiunge la bara e si lascia andare ad una perorazione tanto altisonante da rivelarsi assai più feroce di una normale presa per il c.
Talvolta, ancora, esigenze di elementare decoro consiglierebbero di operare scrupolose selezioni tra quanti si accodano nell'accompagnamento dei feretri.
Ho assistito esterrefatto ad un codazzo funebre che si adattava a circolare con le movenze d'una biscia per seguire le evoluzioni del carro lungo il suo tortuoso itinerario. Lo spazio retrostante all'abitacolo dell'autista ospitava un rinomato spilorcio che, quantunque ricchissimo, aveva dedicato l'intera esistenza a privare congiunti e parenti di quello che le statistiche definiscono "minimo vitale". Quanti ora gli stavano dietro, indossando impeccabili complessi neri nuovi di zecca, avanzavano con studiata lentezza. Ma l'espressione dei loro volti era tale da lasciar prevedere che, da un momento all'altro, potessero tirar fuori fisarmoniche e fiaschi di vino per festeggiare la circostanza con la dovuta spontaneità
Altra fissa che sarebbe ora di abbandonare: quella delle targhe commemorative poste sul domicilio di rinomati trapassati e che, molto spesso sortiscono effetti del tutto opposti a quelli che si prefiggono.
"In questa sua casa Modesto Trombetti, artefice di delicate armonie, compose "Il trillo del fringuello", brillante esempio di sofferto virtuosismo che ecc. ecc."
Al passante che legge, e che forse avrebbe difficoltà a distinguere da un passero il volatile in questione, il "trillo" non dice un accidenti. Realizza che lì deve aver vissuto un musicista, ma, considerando lo stato miserabile dell’edificio, cos’altro può dedurne se non che Modesto doveva passarsela piuttosto male ? Se poi chi transita si porta appresso una creatura si può esser certi che non si lascerebbe sfuggire l’occasione per sparare qualche appropriata considerazione: "Vedi a papà dove si riduce chi si adatta a vivere senz’arte né parte ? Fortuna che abbiamo una salumeria ben avviata altrimenti, ti saltasse in mente di campare con la musica……"
E che dire dei necrologi ? Nove volte su dieci sarebbe preferibile farne a meno.
"Dopo una vita di intenso ed onesto lavoro interamente spesa per la famiglia, è mancato all’affetto dei suoi cari….."
Se chi è passato a miglior vita possiede una discreta notorietà per aver vissuto di espedienti o sulle spalle altrui, o anche per aver riempito le cronache locali con i suoi maltrattamenti in famiglia, è naturale per chi sfoglia il giornale prorompere in frasi del tipo : "Era ora !" oppure "Finalmente ! ……Un figlio di p. in meno !"
Difficile sfuggire agli abbagli quando si è soliti misurare il dolore per la scomparsa con la consistenza numerica dei partecipanti alle esequie.
Poniamo che venga a mancare il direttore della "Premiata Ditta TAPPI & BOTTIGLIE". Vi preme conoscerne l’esatto numero di dipendenti ? Non dovreste fare altro che recarvi al rito funebre. Non ne mancherebbe nessuno. Persino quelli sorpresi in mutua dal "luttuoso evento" abbandonerebbero il letto (ed addirittura il secondo lavoro) per precipitarsi in chiesa, dove, sgomitando a più non posso, conquisterebbero le prime file esternando, per l’intera durata della cerimonia, espressioni analoghe a quelle di chi ha appena subito un protesto cambiario. Naturalmente, a meno che non si tratti del funerale di Owen, la differenza tra sembrare ed essere potrebbe risultare più abissale della Fossa delle Filippine. Tolti (e non sempre) i congiunti più stretti, molti si goderebbero la durata del rito riandando con la memoria alle peggiori tappe della loro carriera nell'azienda condotta da chi ormai non è più in grado d'impartire ordini e sputare su richieste d'avanzamento. Se il cadavere è diventato tale a seguito d'una fine repentina, quanti per anni hanno fantasticato di poterlo tormentare con sofferenze di medioevale memoria avrebbero modo di rammaricarsene, mentre i meno acidi se ne starebbero assorti in calcoli cabalistici circa i vantaggi che potrebbero trarre dagli avvicendamenti in organigramma.
Differente il discorso sulle celebrazioni istituzionali.
L'odierna strafottenza verso le sorti di quanti ci vivono a contatto di gomito lascia immaginare quanto ce ne possa fregare di gente che manco conoscevamo. Ma dove si andrebbe a finire se si cominciasse a tralasciare l'orazione funebre per soggetti che, a ragione o a torto, hanno rappresentato da vivi autentici pilastri della società ? Senza contare che sarebbe un'indecenza ignorare i morti ammazzati per cause di servizio.
Ecco ripetersi allora una liturgia che ha parecchi punti in comune con l'antica usanza di portare gli orfanelli al seguito dei feretri d'un certo calibro. Del morto a quei ragazzi non poteva importare un accidenti, ma dovevano uniformarsi alla consegna di mostrarsi contriti, procedere a capo chino e, soprattutto, evitare sberleffi e reciproche scazzottature lungo la strada verso il cimitero.
Per le autorità deputate all'esaltazione del morto è d'obbligo assumere i tratti di chi ha finito di leggere una lettera di licenziamento. Gradita la maschera dello sgomento. Meglio ancora la pronuncia di parole rese tremule dall'emozione. Siamo al trionfo della retorica funeraria; un tipo di esibizione che, esclusi rari allergici, finisce spesso per deliziare burocrati frustrati nelle loro aspirazioni letterarie. Accostamenti, reminiscenze ed autentiche cazzate che di solito lardellano questi panegirici finiscono per conferire al celebrato tratti di autentica comicità dei quali, dipendesse da lui, il morto farebbe volentieri a meno.
Un esponente della benemerita particolarmente ficcanaso muore ammazzato. L’episodio non è tale da far sganasciare dalle risate. Un normale incidente sul lavoro per il quale tutti saremmo disposti a tirar giù il cappello. Degenera in farsa allorquando la "massima autorità" deputata a celebrarne il significato calca a tutta forza sull’acceleratore dell’autocommozione.
Al di fuori degli interessi parentali, dei rancori interpersonali e delle cerimonie obbligatorie, ci sono casi, tuttavia, in cui chi si piange il defunto lo fa con tutta l’anima. Magari è gente che, da vivo, non s’è persa occasione per tormentarlo. Paradossi ? Non scherziamo ! Sto parlando dei creditori !