Capitolo
XVI
La casa che avevamo allora a Bruzolo era una modestissima
costruzione priva di qualsiasi attrattiva se si esclude il prezzo veramente
vantaggioso per il quale era stata acquistata.
Sorgeva solitaria, lontana dall'abitato. Disponeva di un unico
grande locale al piano terreno e di due stanze con servizi a quello superiore,
al quale si accedeva da una scala che
occupava un intero lato dell'ampio vano sottostante.
Proprio sotto questa scala il precedente proprietario aveva
ricavato uno sgabuzzino di un paio di metri per lato, che la mia famiglia aveva
deciso di adibire a ripostiglio. Poco alla volta, avevamo finito per
ammucchiarvi vecchie cose delle quali non pensavamo ancora di disfarci, ma tali
da non giustificare un ulteriore ingombro nella cantinetta della casa di
citta'. Erano, per lo piu', vecchi
libri, annate di riviste, indumenti smessi e destinati a trasformarsi in
stracci via via che lo avessero richiesto le esigenze di quella residenza.
Parcheggiai l'auto nel piccolo spazio antistante la costruzione;
quando vi entrai mancava poco alle ventidue.
Schiaccindo l'interruttore del ripostiglio ebbi la sgradita
sorpresa di scoprire che la lampada era fulminata.
Pensai, per un momento, di recuperarne una dalle stanze
superiori, ma ricordai di avere in macchina una torcia elettrica piu' che
idonea a rischiarare quel bugigattolo per il breve tempo che ci sarei stato.
Tornai infatti poco dopo munito di quella luce di fortuna.
Purtroppo non potevo ricordare con esattezza dov'era stato
riposto il quadro, anche se conservavo un vago ricordo dello scatolone nel
quale aveva trovato collocazione insieme a molte carte.
Dovetti aprirne alcuni prima d'imbroccare quello giusto. Alla
fine, palpando lateralmente dall'interno il contenuto del quarto cartone,
sentii sotto le mani l'involucro di una cornice; compresi, dalle dimensioni,
che poteva essere quella giusta. Tirai giu' il contenitore, estrassi due o tre
volumi e, finalmente, ecco che avevo tra le mani la risposta al mio piu'
recente, ultimo, inquietante interrogativo.
Portai l'oggetto ancora incartato fuori dal ripostiglio e lo
adagiai sul tavolo che, posto a breve distanza dalla porta d'ingresso, offriva
il vantaggio di trovarsi proprio sotto una lampada potente al punto da
rischiarare l'intero vano.
Liberai febbrilmente il quadro dalla carta che lo avvolgeva e
cercai quel volto nel mucchio variopinto dei personaggi che lo attorniavano.
Guardai e riguardai piu' volte.
Incredibile!
Sembrava che quella faccia si fosse trasformata in una macchia
indistinta, quasi del tutto priva di dettagli; addirittura contratta e nascosta
sotto quel cappello che mi appariva, ora, di un giallo assai meno intenso di
come lo ricordavo.
Mentre viaggiavo verso Bruzolo avevo messo in conto la
possibilita' di dover riscontrare un'attenuazione nell'identità tra i due
volti, della quale, pure, restavo convintissimo. So bene che, alle volte,
l'emotivita' nel ricostruire i ricordi puo' giocare brutti scherzi;
ciononostante mai e poi mai avrei potuto prendere in considerazione quella
eventualita' che ora, sotto i miei occhi, si trasformava in una circostanza che
aveva del sovrannaturale.
Talvolta accade di riporre un oggetto in un cassetto e di
cercarlo subito dopo senza riuscire a ripescarlo. Dapprima se ne resta
contrariati, poi la cosa comincia ad innervosirci. Può darsi che quell'oggetto
non sia al momento indispensabile; tanto che, in un'altra circostanza, saremmo
indotti a lasciar perdere. Si finisce, invece, con l'insistere; più che altro
per ristabilire un criterio di razionalità nell'ordine delle cose. Capovolgendo
il contenitore ne riversiamo l'intero contenuto per ripassarlo
rabbiosamente,pezzo dopo pezzo E, quand'anche la cosa somparsa non dovesse
tardare a riemergere, non mancherebbe di meravigliarci il modo in cui s'era
occultata; quasi disponesse di una propria perversa capacità di sovvertire le
leggi del mondo fisico.
Ero in una situazione solo vagamente raffrontabile a quella che
ho ipotizzato.
Stupito, incredulo, continuavo a fissare quel quadro cercando
disperatamente una risposta logica a quella metamorfosi assurda ed
imprevedibile. Poi, lentamente, con difficolta', mi sforzai di reagire.
In un'improvvisa sintesi ebbi presente tutto cio' che a quel
dannato oggetto poteva essere in qualche modo collegato.
In analogia con l'esempio della cosa smarrita fui in grado di
riconsiderare, attraverso una sorta di chiara, lucidissima rassegna mentale, i
pareri e le valutazioni che vi si potevano riferire.
Ricordavo le esortazioni di Elsa a "non farmene un
problema". Risentivo la voce inconfondibile di Lisa raccontare un caso di
psicometria, mi tornavano in mente le acute osservazioni di Enrico. Ma, sopra
ogni altra cosa, mi pareva riudire una frase pronunciata dal Dotti; lo strano
personaggio conosciuto in casa Vitris:
"Tenga ben presente che l'entita' di cui parliamo trae la
propria forza unicamente dalle nostre paure...".
Considerai come, proprio le paure e le ansie erano state
all'origine di quella brutta avventura e ne avevano alimentato le varie
drammatiche fasi.
Pensavo al da farsi quando avvertii dietro di me un fragore sordo
prodotto dall'improvvisa caduta di materiale. Corsi nel ripostiglio con la
torcia; l'esigua superficie di pavimento risparmiata dalla catasta dei pacchi
era coperta per intero dalle riviste fuoruscite da una scatola piu' grossa
delle altre e che dovevo aver lasciato in bilico nel corso della mia frettolosa
ricerca.
Cominciai ad arginare con i piedi quella massa cartacea cercando
di spingerla sempre piu' verso la pila dei contenitori, quando sentii da destra
un colpo secco; la porta del sottoscala s'era chiusa di botto facendone
scattare la serratura.
Come poteva essere successo?
Ricordai che Elsa mi aveva raccomandato piu' volte di far riparare gli infissi della grande
finestra a semidisco che dava luce al piano terreno. Da parte mia avevo sempre rimandato l'incombenza fidando
sul fatto che la massiccia griglia metallica disposta a protezione dell'intera
apertura sembrava piu' che sufficiente a scoraggiare le azioni di possibili
maleintenzionati.
Pensai alla porta d'ingresso principale; nella fretta potevo
averla semplicemente accostata. Una corrente d'aria doveva aver fatto il resto.
Quello, che in qualsiasi altra situazione sarebbe stato un
incidente banale, rappresentava, nel mio caso, una circostanza da non prendere
alla leggera.
La porta del ripostiglio, ricavata in massello spesso, era
saldamente ancorata ad un'armatura metallica attraverso due cerniere, non solo
decorative, ma anche maledettamente robuste.
Del tutto priva di maniglie, era possibile aprirla solo agendo
dall'esterno dove, proprio per tale motivo, restava perennemente infissa una grossa chiave d'ottone.
Quel minuscolo vano era stato considerato sempre alla stregua di
un armadio a muro; ecco la ragione per cui nessuno mai aveva avvertito il
bisogno di cambiarne il sistema di chiusura. Ci avevo pensato una sola volta,
al momento dell'acquisto, paventando che Alberto potesse restarvi intrappolato
nel corso dei suoi giochi, ma avevo finito per lasciar correre.
Si trattava, ora, di trovare lì dentro qualche utensile in grado
di sbloccare il dente del chiavistello.
Altre volte mi ero trovato alle prese con situazioni del genere e
le avevo superate inserendo tra stipite e porta, all'altezza della serratura,
una lamina metallica dura e sottile.
Cominciai a rovistare nei pacchi, dapprima disinvoltamente, poi
con sempre maggior nervosismo.
Trovavo solo pezzi di cartone che, purtroppo, non reggevano alla
prova pratica e si piegavano miseramente.
Avevo recuperato, alla fine, un tondino di ferro sufficientemente
robusto ed in grado di attraversare la fessura tra porta e pavimento. Provai ad
usarlo a mo' di leva, ma ogni tentativo di scardinamento continuava a
dimostrarsi vano; la porta si sollevava di qualche millimetro, ma non poteva
andare oltre lo sbarramento della cornice metallica posta a protezione e
rinforzo della muratura.
Tentai di dare qualche spallata ottenendone, come unico
risultato, di ritrovarmi con le ossa indolenzite; tra porta e parete intercorreva
uno spazio talmente esiguo da impedire qualsiasi possibilita' di rafforzare la
massa d'urto che sarebbe stata necessaria.
Ansimante per gli sforzi, mi lasciai andare su di uno scatolone e
quei momenti di sosta forzata non fecero altro che rendere piu' cupe le
dimensioni della mia situazione; ancora non la ritenevo disperata, ma temevo
che potesse diventarlo.
Dapprima imprecai all'indirizzo della vecchia e di quel suo
dannato plico, me la presi anche con me stesso; con la mia dannata ostinazione
nel voler sempre venire a capo di ogni possibile interrogativo.
Le batterie della torcia, intanto, cominciavano a lanciare
segnali di esaurimento; la luce, da bianca che era stata, cominciava a volgere
verso il rosso. Mi affrettai a spegnerla per economizzare il piu' a lungo
possibile quella preziosa risorsa.
Riflettevo sull'insieme di coincidenze veramente singolari che mi
avevano spinto in quella situazione.
Se il nipote delle Vitris non avesse mai posto piede a
Torino,...se Enrico m'avesse fatto un regalo diverso,...se Carlo non mi avesse
parlato di Renier,...se....
Una pausa di autocommiserazione mi spinse ad un rischioso gioco
di autolesionismo che m'indusse a paragonare la mia posizione con quella di
Fortunato; il personaggio di uno tra i racconti piu' lugubri e tenebrosi di
Poe. Il protagonista della storia aveva oltraggiato un nobile veneziano che se
n'era poi vendicato in maniera atroce, attirandolo con l'inganno nelle cantine
del castello e murandovelo vivo in una piccola nicchia.
Ricordavo, con raccapriccio, il motto che, come una pietra
tombale, concludeva quel racconto:
'In pace requiescant'
La pausa si protrasse ancora per dieci, forse venti minuti; alla
fine m'imposi di scuotermi e di reagire.
Riaccesi la torcia e, ad un ritmo anche piu' affannoso del precedente,
mi rituffai nell'opera di ricerca.
Venti minuti dopo avevo messo le mani su di un rotolo di filo
zincato. Consideratane la sezione, ne avevo piegato un capo ad U ed avevo
riprovato. Niente da fare; era ancora un materiale troppo tenero.
Sempre piu' affannato, sentivo che la voglia di reagire quasi
cominciava a cedere alla disperazione.
Cominciai a chiedermi quali possibilita' di soccorso esterno
avrebbero potuto esserci.
L'assenza anche di una modesta finestrella impediva l'emissione di qualsiasi segnale d'aiuto.
D'altra parte, ci fosse stata, non avrebbe cambiato di molto la situazione; la
casa era parecchio distante dalla strada come dall'abitato.
Il fatto di non vedermi rientrare avrebbe di certo allarmato mia
moglie, ma sarebbero trascorsi giorni prima che si pensasse a cercarmi giusto
in quel posto.
Con il capo chino e gli occhi a terra continuavo a fissare
l'esile striscia di luce che, dal vano attiguo, filtrava sotto la porta ad indicarmi che la salvezza,
pure a portata di mano, restava irraggiungibile.
Poiche', come ho gia' accennato, l'illuminazione nel piano terra
non era centrale, ma piuttosto radente, la banda di luce che riuscivo a
percepire risultava decentrata e leggermente obliqua rispetto alla verticale
della porta. Notai, dapprima distrattamente, che andava a cozzare contro una
piccola superficie riflettente; avrebbe potuto trattarsi di un vetro o di un
pezzo di plastica. Allungai la mano e sentii che l'oggetto faceva resistenza.
Riaccesi la pila e...finalmente! La cosa, di un'utilita' assolutamente
preziosa, altro non era che un vecchio sfogliacarte; impacchettato non si sa
come tra le pieghe di libri e giornali. La sua impugnatura rivestita di
similpelle mi aveva impedito di avvertire il tipico rumore che producono gli
oggetti metallici cadendo in terra.
Lo sollevai al colmo dell'emozione per inserirlo all'altezza
della serratura. Diedi un colpo secco con il palmo della mano, una modesta
pressione con la spalla e...la porta si spalanco'.
Una volta, da ragazzo,
ero stato in procinto d'annegare.
M'ero tuffato al largo da un piccolo gommone ed avevo fatto tutto
intorno una lunga, estenuante nuotata. Pensavo di poter tornare
all'imbarcazione con poche bracciate e non capivo che la cosa rischiava di
volgere al tragico. S'era levato, infatti, un deciso vento di terra e, per
quanti sforzi facessi, per accostarlo, il gommone, privo dell'azione frenante
della ghiglia, era sempre di alcuni metri piu' distante.
Quando, a seguito di sforzi inimmaginabili, mi riuscì di
raggiungerlo, ricordo che, per un tempo immemorabile, me ne restai sdraiato sul
fondo a respirare il sapore inebriante della salvezza.
La sensazione che provai uscendo dal ripostiglio dovette essere
molto simile e, forse, carica di un'intensita' anche maggiore.
Un'esigenza irrefrenabile mi spingeva ora verso la porta che dava
sulla strada; occhi e polmoni reclamavano la loro parte.
Anche se non ho mai sofferto di claustrofobia l'ambiente angusto
e soffocante nel quale ero rimasto imprigionato mi rendeva alquanto stordito,
non al punto, tuttavia, da dimenticare il particolare della porta d'ingresso.
Notai ch'era chiusa. Conseguenza della stessa corrente d'aria che mi aveva
imprigionato nello stanzino?
Mi affacciai sull'uscio e fissai a lungo la volta stellata e le
luci che era possibile scorgere in lontananza; uno spettacolo che, per qualche
momento, avevo temuto di non dover ammirare mai piu'.
La temperatura doveva essere scesa di parecchio sotto lo zero;
non l'avvertivo nemmeno. Ne' ricordo per quanto tempo me ne restai in quella
posizione respirando a pieni polmoni.
Quando rientrai lo sguardo corse involontariamente al quadro;
era ancora lì sul tavolo. Lo sollevai con entrambe le mani fissandolo
imbestialito. Ormai non m'interessava piu' nemmeno l'osservazione di quel
fatidico particolare alla cui ricerca avevo rischiato la pelle.
Avvertii, ma dovette trattarsi di un'impressione causata
dall'agitazione del momento, come un cambiamento nel tono dell'intera scena
rappresentata. L'ambiente riprodotto mi sembrava piu' cupo, i volti degli
strani personaggi piu' duri e minacciosi.
Vibrai un colpo deciso contro lo spigolo del tavolo, il vetro
ando' in frantumi, il fondo si spacco', ma il foglio del Renier resto' illeso.
Lo accartocciai allora con cura meticolosa; quasi sadica, cavai di tasca
l'accendino e vi appiccai il fuoco.
Man mano che la carta cedeva alla cenere sentivo crescere un
insperato senso di liberazione, fino a provare una gioia irrazionale e
selvaggia dopo che la fiamma ebbe conquistato anche gli ultimi centimetri della
dannata opera grafica.