Capitolo
XI
Diedi l'ennesima occhiata all'orologio; le ventuno e trenta. Non
attesi un secondo di piu' e pigiai deciso sul campanello.
Ero appena penetrato nell'androne che vidi schiudersi una porta
al piano terreno ed un fascio di luce illuminare lo stretto corridoio che,
costeggiando le scale, si arrestava sull'accesso al cortile. Contemporaneamente
si staglio' sull'uscio l'esile figura della signora Irene che, minuta com'era
di statura e vestita di nero, finì per sembrarmi ancor piu' rattrappita di
quanto non mi fosse parsa al pomeriggio.
Quando le fui vicino spalanco' del tutto la porta e mi fece cenno
di entrare.
Percorremmo un modesto ingresso dove tutto sembrava fermo a
cinquanta e piu' anni addietro; a cominciare dal vecchio pavimento a scacchi,
dai motivi della tappezzeria chiazzata di unto ed incredibilmente sbiadita, per
finire all'arredamento sobrio e con un tocco di rustico.
Mi condusse in salotto, dove mi attendeva la prima sorpresa.
Attorno ad un tavolo rotondo erano sedute tre persone; un uomo e due donne, la
meno giovane delle quali mi colpì per il suo aspetto veramente fuori
dall'ordinario.
Poteva avere sessant'anni o giù di lì. Bionda e corpulenta,
scaricava il suo peso sul bordo del tavolo standosene ripiegata sui gomiti.
Indossava un vestito in
tinta unita con le maniche rigonfie mentre il minuscolo colletto bianco che le
serrava il collo creava uno strano contrasto con il faccione debordante da ogni
lato. Aveva un trucco pesante, ai limiti del ridicolo e che ricordava quello in
voga presso le dive degli anni '40.
L'altra, sulla trentina, bruna, ben proporzionata, la si sarebbe
definita una bella ragazza non fosse stato per quegli occhi chiari di una
fissita' assoluta.
Quanto all'uomo, doveva aver superato da un pezzo la mezz'età.
Tratti ed abbigliamento erano tali da farlo passare per il classico burocrate;
una persona con la quale mai e poi mai ci sogneremmo di intavolare una
discussione sul tipo di quella che avrebbe avuto luogo in serata. Unico tocco
di originalità: i suoi occhiali da presbite che reggevano, nella pesante
montatura di tartaruga, due lenti talmente grandi da deturpargli il volto
mostrando occhi enormi; assolutamente sproporzionati per una faccia piuttosto
scarna ed ossuta.
Mi sarebbero stati presentati tutti di lì a poco come Olga Ditri;
la piu' anziana, Elvira Maio e Marco Dotti.
Fra una stretta di mano e l'altra continuavo a sbirciare tra le
suppellettili della sala; un tipico ambiente piccolo-borghese con in piu' un
tocco di opprimente vecchiume e di aria decisamente stantia. Unico elemento di
accettabile modernita': due grandi piante di ficus disposte ai lati di una
porta-veranda celata, in parte, da pesanti tendaggi scuri. Accostato alla porta
dalla quale ero entrato c'era un enorme armadio a vetri oltre i quali si
intravvedevano svariati ninnoli, soprammobili e vecchie bambole.
Il lato maggiore del vano, proprio di fronte a me, era occupato,
quasi per intero, da sei sedie e da un divano foderati di raso verde; colore
che creava uno strano contrasto, quasi una nota stonata, con il resto
dell'arredamento uniformemente intonato al marron cupo.
Notai ancora, prima di sedermi, che, nell'angolo piu' remoto,
isolato dal contesto degli altri mobili, c'era un secondo tavolo, tondo esso
pure, ma molto piu' piccolo di quello attorno al quale eravamo riuniti.
Avevo ancora davanti agli occhi il gesto che la vecchia mi aveva
fatto nel raccomandarmi massima riservatezza; non riuscivo a spiegarmi, di
conseguenza, la presenza di quegli sconosciuti.
Cominciai a capirne il
motivo non appena Irene inizio' a parlare.
"I signori che le ho presentato", disse, "sono
conoscenti di lunga data. Li ho consultati. So che possono aiutarla dal momento
che conoscono, anche meglio di me, i fatti collegati a quel quadro".
Tacque.
Seguì una pausa di imbarazzato silenzio che fu rotto, alla fine,
dalla piu giovane dei presenti; quell'Elvira alla quale m'era toccato stringere
la mano per ultima.
"E' indispensabile", esordì, "che ci indichi
l'esatta natura degli inconvenienti che le deriverebbero da quel quadro".
"Incubi!" esclamai senza ritegno. "Penso non
possano definirsi altrimenti quei brutti sogni ricorrenti e caratterizzati
dalla ripetitivita' di un loro elemento centrale".
"E sarebbe?"
incalzò la giovane.
"L'apparizione insistente e minacciosa di un uomo le cui
sembianze richiamano quelle di un personaggio ritratto nel quadro e che, come
questo, reca sul capo un cappello di paglia; uno di quei cappelli che sono così
diffusi anche tra gli abitanti della nostre campagne".
Mentre parlavo avevo visto la signora Irene portarsi una mano
alla bocca quasi volesse soffocare
un'esclamazione di sorpresa.
Gli altri, anche se piu' controllati, non avevano certo
un'espressione improntata alla serenita'. Continuarono a scambiarsi occhiate d'intesa cariche di apprensione fino a
quando la donna corpulenta, Olga, non si senti in obbligo di intervenire.
"Caro signore", spiego', " con tutta probabilita'
i guai che l'affliggono sono in qualche modo collegati con...come altro potremmo
definirlo se non un hobby che tutti noi avevamo in comune con la defunta?"
"Si riferisce a Franca", volle puntualizzare la
vecchia, "la mia sorella maggiore".
"Franca...appunto", ribadì Olga, "era dotata di
buone facolta' medianiche e talvolta ci riuniva ad organizzare qualche
seduta".
"Quando si parla di spiritismo", continuo', "
molti pensano ad esperimenti capaci di produrre chissa' quali fenomeni. Non e'
così", e si corresse, "almeno non lo era nel nostro caso. Mai che si
fosse andati al di la' di qualche modesto effetto ...fino al giorno in
cui..."
"Ma ti sembra questo il modo di esporre i fatti?" La
interruppe bruscamente l'uomo che le sedeva accanto. "Dal momento che
abbiamo deciso di aiutarlo", e levo' la mano ad indicare la mia persona,
"cerchiamo di farlo come si deve;..esponendo i fatti nel loro giusto
ordine".
Olga, contrariata, ammutolì.