C. XII DISAMINA DEL PARANORMALE
"Piu'
che voglia", si corresse, "consapevolezza".
Ebbe
qualche esitazione prima di continuare. ed immaginai che incontrasse difficolta' ad esporre le sue convinzioni.
Esordì con
una domanda che, lì per lì, giudicai strana, fuorviante:
"Credi
nei miracoli?" Ma, subito, si vide costretto a rettificare:
"Credi
che la fede in qualcosa contribuisca alla realizzazione di fatti che hanno del
miracoloso?"
"Beh!"
ammisi, "...diciamo pure che non sarebbe possibile spiegare altrimenti il
verificarsi di certi fenomeni".
Sorrise
compiaciuto.
"Ora",
proseguì, "se crediamo, conseguentemente, nella forza dell'autosuggestione
per la realizzazione di eventi positivi, perche' non dovremmo fare altrettanto
in vista di eventi negativi?"E continuo' senza lasciarmi il tempo di
obiettare:
"Ho
conosciuto un imprenditore che non riusciva a muovere un passo senza prima aver
consultato i cosiddetti operatori dell'occulto. In passato, attenendosi ai loro
consigli, era riuscito a cogliere qualche discreto successo economico; quanto
bastava a rafforzarlo in quell'atteggiamento di cieca fiducia nei poteri della
divinazione che gia' doveva far parte del suo bagaglio genetico.
Un giorno,
mentr'era alle prese con qualche affare piu' delicato dei soliti, entro' in
contatto con una vecchia cartomante. La donna, forse interpellata in un momento
in cui aveva la luna per traverso, inizio' esortandolo a diffidare del suo
socio e concluse preconizzandogli che lo avrebbe colto con le mani nel sacco e
che, per questa stessa ragione, l'avrebbe ammazzato".
"Che
presagi!...E,...si concretizzarono?"
"Alla
lettera!"
"Ed
allora?"
"La
cerchia ristretta dei suoi conoscenti grido' al prodigio e le quotazioni della
megera salirono alle stelle.
Che si
fosse in presenza di uno straordinario fenomeno paranormale?...Me lo chiesi a
lungo, fino a quando non mi riuscì di parlare con l'avvocato di quel
disgraziato.
La
sentenza, vent'anni tondi, era oramai passata in giudicato e, per chi s'era
sobbarcata la difesa, non c'era piu' motivo di destreggiarsi tra astuzie e
possibili infingimenti.
Ne venne
fuori una storia per molti versi piu' inquietante di quella accettata dai
patiti del paranormale.
L'uomo,
per natura, non sarebbe stato capace di far male ad una mosca, ne' aveva mai
avuto motivi per dubitare della correttezza del socio. Eppure cio' non gli
avrebbe impedito di aprirgli la testa con un colpo d'ascia.
Disgraziatamente,
tale era la sua fede negli indovini che, dal momento della consultazione, prese
a guardare il suo collega con occhi diversi. L'altro, che non vedeva ragione
per essere trattato con sospetto, comincio' a considerare insopportabile
l'atteggiamento del primo e volle reagire di conseguenza, spingendosi al punto
di alterare la contabilita' e d'intascarsi piu' del dovuto.
In
condizioni normali l'imprenditore non gli avrebbe torto un capello; tutt'al
piu' l'avrebbe denunciato, o si sarebbe limitato a sciogliere la societa'. Ma
c'era di mezzo la forza del vaticinio.
Quell'uomo,
poco alla volta, cominciò a cedere alla suggestione del fatalismo, fino a
convincersi che gli sarebbe stato impossibile
sottrarsi a quello che considerava il proprio destino..."
Mio
fratello tiro' un profondo sospiro e ne dedussi che la persona in questione doveva
aver rappresentato, per lui, quacosa di piu' d'una conoscenza occasionale.
"Detta
così", riprese, "mi rendo conto che la cosa potrebbe lasciare
increduli. Ma, per valutare a fondo le circostanze, occorrerebbe calarsi nella
zona oscura d'una mente suggestionata al punto da compiere scelte difficilmente
spiegabili. Occorrerebbe poter conoscere i tormenti e le resistenze che
potevano aver preceduto la determinazione all'atto omicida".
Si fermo'
ancora.
Quando riprese
mi stavo ancora chiedendo quali analogie intendesse tracciare con il caso dei
tre avvelenati dal gas.
"Immagino
che le cause della disgrazia", disse ed agito' il giornale, "non
siano, in fondo, dissimili da quelle dell'episodio che ti ho narrato".
"Tanto
per cominciare, quelli non erano tipi da frequentare le fattucchiere".
"No!
D'accordo! Ma rivelavano una spiccata predisposizione a scorgere ovunque i
segni della malasorte. E' una 'conditio mentis' molto simile alle febbri
malariche; una volta prese e' assai difficile scrollarsele di dosso".
"Beh!"
osservai, "potrebb'esser vero per Pino, passi per Rodolfo, ma Luca era fatto di tutt'altra pasta".
"Si?
E da chi, se non da lui, era partita la proposta di una riunione che aveva
tutti i crismi di un rito liberatorio?"
"Gia',
ma il fatto stesso che avrebbe conservato fino all'ultimo quella moneta
prova..."
"Un
bel niente. Solo che era un tipo orgoglioso. Era stato il principale
protagonista della bravata ed ammettere
d'averla fatta per nulla, o quasi, l'avrebbe infastidito".
"Insomma!
Si puo' sapere dove vuoi arrivare?"
Torno' a
toccare un vecchio tasto:
"Ritengo
estremamente improbabile che fra tre persone, anche se parzialmente ubriache,
non ve ne sia stata almeno una in grado di avvertire per tempo le esalazioni
del gas".
"Per
quanto strano possa sembrarti non puo' essere andata diversamente, a meno che
tu non voglia attribuire a tutti, o anche solo a qualcuno, impossibili tendenze
suicide".
"Ci
si puo' suicidare anche senza averne l'intenzione".
"Questa
poi!" esclamai.
"Ti
sara' pure capitato", mi face osservare, "di guidare una motoretta
senza averne la perizia necessaria".
"E
con cio'?"
"Scorgi
un sasso diritto sul tuo percorso, fai di tutto per scansarlo e, nove volte su
dieci, ci finisci sopra con una precisione maggiore che se avessi voluto
centrarlo".
"Vero!,...Ma
non vedo quale collegamento..."
Con la
mano mi fece cenno di pazientare:
"Una
volta acquisita sufficiente esperienza, non c'e' strada, per sinistrata che
sia, in grado di crearti problemi. Puoi pilotare il veicolo tra buche e sassi
con la serena certezza che ti sara' facile scansarli.
Cos'e',
allora, ad indirizzarti diritto sull'ostacolo nel primo dei due casi?"
Vide che
tacevo e continuo': "solo ed esclusivamente l'intima convinzione di non
essere in grado d'evitarlo".
Anche se
azzardato, giudicai il paragone non privo d'un qualche interesse.
"In
definitiva", volle farmi osservare, "l'intima convinzione
dell'ineluttabilita' d'un evento non fa altro che spianare la strada all'evento
stesso.
E' una
regola valida , nel bene come nel male. Nel secondo dei due casi occorre
massima vigilanza per non lasciarsi andare ad un gioco pericolosissimo.
Ma che
vigilanza puo' assicurare un soggetto in preda ai fumi dell'alcool?
Quando alle
ridotte capacita' di reazione si associano valutazioni della realta'
assolutamente alterate puo' accadere di tutto; anche che si sfidi la morte nel
momento meno indicato".
"Eh?"
"Torno
a ripeterti che qualcuno di loro deve aver percepito il pericolo.
A rigor di
logica avrebbe dovuto precipitarsi a spalancare la porta-finestra, bloccare il
fornello e sforzarsi di rianimare i compagni. Invece..."
"Invece?"
incalzai.
"Sotto
l'effetto dell'alcool, puo' aver ragionato secondo un'altra logica; delirante e
micidiale. Penso proprio che possa aver deciso di resistere al pericolo per
dimostrare a se' stesso l'infondatezza dei propri presentimenti negativi.
Questo e
questo soltanto", ribadì, "dev'essere stato l'elemento scatenante
della disgrazia".
Sarebbe
stato interessante poter continuare a discutere sull'argomento. Purtroppo
mancava ormai poco all'arrivo in stazione; giusto il tempo per riesaminare il
carteggio che, da lì a poco, ci sarebbe servito in una riunione di lavoro.
Immagino,
d'altra parte, che , ne' Franco, ne' altri, avrebbero potuto sviscerare oltre i
risvolti di quell'inquietante vicenda.
Avvertivo
netta la sensazione che mio fratello avesse centrato il nocciolo di
un'interpretazione oltre la quale nemmeno il piu' acuto psicologo avrebbe
potuto spingersi.
Quel lungo
colloquio mi fece un gran bene. Al momento di scendere dal treno mi restava il
dispiacere per la morte dei tre, ma l'angoscia del mattino mi aveva del tutto
abbandonato. Potevo dirmi sereno e certo che, a distanza di tempo,
quell'episodio non avrebbe rappresentato altro che un ricordo spiacevole.