Capitolo XVIII
Al rientro avevamo trovato la citta' prigioniera del caldo piu'
afoso che si possa immaginare.
Due o tre nubifragi, che s'erano susseguiti nel giro di
altrettanti giorni, avevano rinfrescato l'aria solo per qualche ora ed a prezzo
di numerosi allagamenti e degli immancabili altri danni che le violenti
grandinate si lasciano dietro.
Oltretutto il nostro rientro veniva a coincidere con i primi
massicci esodi di residenti; Torino cominciava a mostrare il suo volto estivo
di citta' semideserta e tanto aveva spinto Elsa a prendere, per Alberto e per
se stessa, un supplemento di vacanze. I due si erano così stabiliti, per venti
giorni ancora, ad Albenga; sulla riviera di ponente dove la famiglia di mio
fratello disponeva, per l'intera stagione, di una casetta sulle propaggini
delle Alpi Liguri; nemmeno molto lontana dal mare.
Avrei potuto raggiungerli ad ogni fine settimana con la
prospettiva, tutt'altro che esaltante, di ripartirmene alla domenica per
ritrovarmi di lunedi nuovamente alle prese con il lavoro.
Avevo
finito col ridurmi in solitudine per cinque giorni alla settimana;
impossibilitato com'ero, fra l'altro, perfino a scambiare quattro
chiacchiere con Enrico o con Carlo. Dei
due, infatti, il primo era appena tornato che gia' aveva dovuto recarsi
all'estero per un congresso medico, l'altro aveva iniziato proprio allora le
ferie e, di vederlo, proprio non se ne sarebbe parlato fin dopo Ferragosto.
Uniche magre consolazioni: un carico di lavoro ridotto all'osso e
la conseguente possibilita' di dedicare maggior tempo alla lettura o alla
visione di qualche buon film, dal momento che la crisi del settore spingeva
gran parte delle sale cinematografiche a tenere aperti i battenti.
Bene o male, ma alle prese sempre con una noia incombente, a quel
modo erano trascorsi dieci giorni.
Il caldo, che non accennava a calare, rendeva sempre più
problematico l'apprezzamento della buona lettura e le sale cinematografiche,
afflitte dalla crescente carenza di spettatori, ripiegavano sempre più sulla
proiezione di vecchi films; sicuramente pregevoli, ma già trasmessi fino alla
nausea dalle emittenti televisive.
Era il tardo pomeriggio di martedì. Avevo lasciato il lavoro con
largo anticipo sul previsto e con la certezza che il giorno successivo avrei
avuto ancora meno da fare. Mancavano tre giorni al periodico incontro con il
resto della famiglia. Proprio non me la sentivo di continuare con le abitudini
forzatamente acquisite in quei giorni. Fu così che, poco prima del tramonto,
passai a ritirare da casa un minimo di provviste, poi, fidando che
l'approssimarsi della sera avrebbe reso il caldo meno asfissiante, presi la
statale per Susa diretto alla casa di Bruzolo.
Quando arrivai c'era
ancora luce sufficiente. Ne approfittai per ripulire dalle erbacce lo spiazzo
antistante , quindi estesi la mia opera di bonifica alla zona circostante liberandola,
come meglio potevo, dai rifiuti disseminati dai campeggiatori che, in quel
luogo, sono, purtroppo, tutt'altro che rari.
A sera m'ero gia'
ritirato nel grande locale del piano terreno.
L'aria notevolmente piu' fresca della mezza montagna e la modesta
attività fisica che avevo affrontato mi spinsero a dar fondo più rapidamente
del previsto alle scarse provviste che m'ero portato dietro.
Fumai un paio di sigarette, poi, non trovando di meglio da fare,
aprii il divano letto sistemato proprio sotto il finestrone ad arco e mi ci
sdraiai per concentrarmi nella lettura di un manuale sulla pesca in acqua
dolce.
Scoprii ben presto che l'argomento, per il quale pure ho sempre
nutrito qualche interesse, quella sera mi lasciava del tutto indifferente.
Spensi la lampada nel tentativo di assopirmi e, solo allora, mi fu possibile
notare un magnifico effetto di luce. Il finestrone inquadrava la luna prossima
ai tre quarti consentendole di diffondere un chiarore intenso e riposante per
gran parte dello stanzone.
Per lungo tempo me ne restai assorto a godermi quell'atmosfera di
pace.
La profonda quiete del luogo ed il sonno che tardava a venire
m'indussero a ripensare ai fatti del piu' recente
passato.
Indugiai compiaciuto nel ricordo delle spensierate vacanze appena
trascorse e, per una naturale associazione di idee, non potei fare a meno di
riandare all'impatto con quella bizzarra figura di avvocato conosciuto in casa
Fassio. Ne' mi riusciva di soffocare il sorriso che spontaneamente mi affiorava
sulle labbra riandando alle strane, originali teorie da lui formulate nel corso
di quel lungo, indimenticabile banchetto all'aperto. Certamente non doveva
essere la fantasia a fargli difetto; semmai il raziocinio.Non me la sentivo
nemmeno di escludere che potesse aver avuto ragione Enrico a ritenerlo prossimo
a qualche forma di demenza senile.
La Vitris una strega? Questa sì ch'era grossa...Eppoi, tutto quel
suo teorizzare in tema di malefici... Tentavo di spiegarmi i meccanismi mentali
che potevano aver guidato i giudizi del signor Marcello e mi tornarono alla
memoria le argomentazioni di uno studio che dovevo aver letto da qualche parte
e che trattava di alcune forme di lucida follia. Vi si sosteneva, rammento, una
comune peculiarita' in coloro che ne sono affetti; quella di riuscire a sviluppare un discorso apparentemente
connotato da massima coerenza; al punto, addirittura, da influenzare, in
maniera anche rilevante, un uditorio composto da soggetti del tutto normali.
Era piu' che naturale che le mie riflessioni si spostassero da
questo ad un altro argomento strettamente collegato al primo. Iniziai quindi a
ripercorrere, senza quasi rendermene conto, le tappe salienti della singolare
storia che mi aveva avuto a protagonista.
Lentamente, intanto, la stanchezza accumulata nell'arco della giornata
cominciava a produrre i suoi primi effetti sull'affidabilità dei miei pensieri.
Mi sorpresi a riprendere piu' volte qualche momento dell'insolita avventura che
avevo vissuto.
Ero fermo,
ora, al ricordo di quella mia visita al Balon, ma incontravo, evidentemente,
qualche difficolta' a procedere oltre nei miei ricordi. Dovette verificarsi a quel punto il trapasso
dalla fase di veglia a quella del sonno.
La realtà
del vissuto, finalmente libera dai condizionamenti del controllo razionale,
potè travasarsi, per effetto di un processo che sarebbe arduo descrivere, nel
mondo dell'impossibile, assumendo, tuttavia, coloriture e connotati più vividi
ed affascinanti di quelli possibili nella realtà.
Sembrava di
vivere, a tutti gli effetti, la continuazione della vicenda; come se la stessa
si snodasse in una dimensione parallela a quella effettivamente accaduta, conservandone, tuttavia, caratteri di piena
credibilita'.
Nell'attesa
di poter consultare il rigattiere dovevo essermi trattenuto ben oltre il
tramonto in quella caratteristica zona della citta'.
Al
sopraggiungere delle tenebre le varie botteghe avevano cominciato ad abbassare
le serrande ed a chiudere i battenti. Vidi spegnersi poco per volta le insegne
luminose cosicchè, a rischiarare quel tratto del quartiere singolarmente
deserto dagli abitanti, non restò che la rada illuminazione stradale.
L'unico
negozio che aveva motivato la mia presenza in quel luogo; lo sgangherato
magazzino segnalatomi al 'Club 27' era rimasto sbarrato per l'intera giornata
senza che riuscissi a spiegarmene la ragione.
Quando
nell'intera zona era cessata ormai ogni traccia della chiassosa vitalità che la
contraddistingue ecco che udii il rumore di un chiavistello azionato
pesantemente dall'interno del deposito. Vidi schiudersi l'uscio della bottega.
Al debole chiarore di una strana luce azzurrina che filtrava dall'interno
scorsi la sagoma inconfondibile del negoziante. Doveva essere particolarmente
agitato ed indaffarato; mi pareva, infatti, che incrociasse in rapida frequenza
il tratto compreso nell'area dello spiraglio.
Per meglio
curiosare mi avvicinai a gettare un'occhiata tra i battenti accostati della
porta.
Notai che
l'individuo si affaccendava ora a
rovistare nervosamente all'interno di un grosso baule. La distanza dalla porta
era tale che, per quanti sforzi facessi, proprio non mi riusciva di sbirciarne
il contenuto. Ad un tratto vidi il negoziante volgersi di scatto nella mia
direzione e procedere spedito verso l'esterno. Temetti di essere stato scoperto
ed arretrai rapidamente fino al centro della strada.
Compresi
subito dopo che non doveva avermi notato, oppure mostrava di non curarsi
affatto della mia presenza; veniva semplicemente a spalancare le ante della
porta ed a fissarle alla parete esterna con due grossi ganci arruginiti.
Non
potevano esserci dubbi; si predisponeva a sistemare per strada parte della sua
mercanzia.
La cosa,
naturalmente, non mancò di meravigliarmi. Provai a fare qualche congettura. Che
si stesse preparando un'operazione di carico? Mi guardai in giro ma non scorsi
alcun veicolo idoneo allo scopo.
Il mio
stupore crebbe ancor più nel notare i preparativi che l'altro stava intanto
avviando e che erano tali da escludere qualsiasi ipotesi di un trasporto di
merci. Quel negoziante doveva aver atteso intenzionalmente che la strada si
rendese deserta per esporre gli oggetti prelevati dallo strano baule.
Aveva
addossato alla parete una specie di griglia,
l'aveva assicurata con pezzi di spago e di fil di ferro agli anelli
infissi nel bugnato ed ecco che ora cominciava a riempirne la superficie con
diversi quadretti di piccole dimensioni.
Mi
avvicinai e l'altro, senza nemmeno degnarmi di una parola o di uno sguardo,
accese la lampada posta al di sopra dell'ingresso e più che idonea a consentire
l'osservazione di quegli oggetti.
Ciascun
dipinto conteneva immagini a dir poco singolari anche se nessuno superava le
dimensioni di un quaderno aperto. Erano tavolozze prive di cornici o semplici
rettangoli di legno la cui fattura richiamava vagamente quella delle icone
orientali e dovevano esere state realizzate in tempi diversi e mai dalla stessa
mano, anche se c'era nello stile qualcosa che le accomunava.
Somigliavano in maniera impressionante a quegli ex-voto che, ancor oggi,
puo' capitare talvolta di vedere all'interno di alcune chiese. Pensai che, al
pari degli ex-voto, potessero aver provveduto alla loro fattura persone quasi
del tutto digiune di arte pittorica. In essi, infatti, l'incertezza dei tratti
e le prospettive più che rudimentali si accompagnavano alla legnosità dei
soggetti, alla elementarieta' dei colori ed allo scarso rispetto dei rapporti
di proporzione.
Non
mancavano, tuttavia, di una forte carica di suggestivita'. Come per gli ex-voto
recavano essi pure una data; alcune risalivano agli anni '40.
Notai che
il rigattiere continuava a posizionarle una dopo l'altra rispettando l'ordine
cronologico degli episodi richiamati. Tale disposizione non seguiva però il
consueto tratto lineare; la successione degli eventi andava letta seguendo un
movimento a spirale che partiva dai bordi della griglia e procedeva, in senso
orario, via via sempre piu' verso l'interno.
Tutte,
invariabilmente, riportavano scene di disgrazie nelle quali, a differenza di
quanto è dato desumere negli ex-voto, ciascun evento implicava un epilogo
tragico.
Particolare
curioso: nessuno di quei rudimentali dipinti illustrava scene che potessero
ricondursi ad incidenti; riproducevano, invece, una successione impressionante
di episodi in cui, invariabilmente, le scene di suicidio si alternavano a
quelle di follia omicida.
Mi colpì
l'immagine di un tale rappresentato nel momento in cui era stramazzato al suolo
precipitando da un balcone dal quale si affacciavano esterrefatti i
familiari.Ed un'altra, ancor più raccapricciante, riproduceva un uomo che, con
gli occhi fuori dalle orbite e le mani tra i capelli, fissava il corpo di una
donna orribilmente mutilata a colpi d'ascia.
Il
rigattiere, intanto, pareva aver finito i quadri. Questi avevano occupato per
intero la superficie del pannello ad eccezione di un unico spazio vuoto;
proprio nel centro.
Mi ero
rivolto a quell'individuo deforme per avere una spiegazione sul perche' di
quella disposizione così insolita. L'altro mi aveva fissato per qualche istante
senza rispondere; m'era parso sorpreso che ancora non l'avessi capito. Era
rientrato nella bottega e ne era venuto fuori recando un ennesimo quadro che
aveva piazzato proprio al centro della composizione.
Indugiando
nell'assicurarlo alla struttura e coprendolo, nel fare cio', con la mole del
torace, me ne aveva impedito a lungo la visione.
Ecco che
ora, finalmente, si faceva da parte.
Guardai
quel dipinto;...era proprio,...ma no che non poteva essere,...eppure risultava
identico a quello che, proprio nella casa di Bruzolo, mi ero affannato a
distruggere mesi prima.
Mi
concentrai ad osservarlo con la massima attenzione:...uguale, identico,...in
tutto e per tutto...tranne che in un particolare: frammisto alle sembianze dei
tanti soggetti, al posto del volto che aveva ripetutamente popolato i miei
sogni, ce n'era adesso un altro; fin troppo noto perche' potesse passare
inosservato; quello della vecchia Irene.
All'ansiosa
ricerca di una spiegazione, il mio sguardo incrociò quello del rigattiere, ma
costui non aprì bocca, continuò a fissarmi con un'espressione
inequivocabilmente beffarda e, alla fine, proruppe in una risata fragorosa il cui frastuono mi rimbombò nelle orecchie
come rimandato dalla potenza di un'eco piu' volte ripetuta. Mi svegliai avendo
netta la sensazione di udire ancora le vibrazioni di quel rumore.
Quanto
potevo aver dormito? Di certo non piu' di un'ora. Consultando l'orologio
scoprii, invece, che mancava poco all'alba.
Non avevo
gran chè voglia di rimettermi a dormire, ma nemmeno me la sentivo di
abbandonare quel comodo giaciglio; fuori era ancora buio ed un supplemento di
pigra permanenza in quella posizione non mi avrebbe di certo danneggiato.
Cominciai,
così, quasi per gioco ad arzigogolare su quanto m'era apparso in sogno.
E' fin
troppo risaputo che, al momento del risveglio, non sempre si ha la piena
padronanza delle proprie facolta' mentali.
Incoraggiato da siffatta circostanza, mi convinsi che avrei avuto piu'
di un attenuante se mi fossi divertito a sguinzagliare la fantasia per una
'libera interpretazione' di quella suggestionante esperienza onirica.
Volendo
considerare non prive di fondamento le divagazioni dell'anziano avvocato, e
partendo dal postulato che la Vitris
operasse davvero nel campo della stregoneria, il sogno, notai, avrebbe potuto
prestarsi ad un'accettabile interpretazione.
Quel
vecchio aveva ipotizzato l'esistenza di un maleficio e l'eventualita' che
questo, con la distruzione del quadro, comportasse la morte dell'anziana
signora.
A pensarci
bene, l'intero contenuto del quadro poteva prestarsi ad un'allegorica visione
di morte. Lo stesso posto occupato sul dipinto dal volto della Vitris non
faceva che sottolineare un tale lugubre significato; avrebbe potuto indicare,
in altri termini, il decesso della persona rappresentata. Ma quale valore avrei
dovuto attribuire alle numerose altre immagini che contornavano quella
centrale?
Le scene
che vi erano riprodotte ricalcavano passo passo la tipica iconografia degli
ex-voto."Perche'?" Era questa la domanda che più mi assillava.
Il gioco
che m'ero scelto cominciava forse a coinvolgermi piu' di quanto avessi
previsto.
Ricordavo
di aver osservato, proprio a Torino, alla Consolata, un numero considerevole di
tali immagini votive; quasi tutte erano provviste di una scritta: "Per
grazia ricevuta". Quelle del sogno non potevano che rappresentarne
un'intenzionale ed atroce parodia.
Mi
sovvene, del tutto inattesa, la reminiscenza di letture aneddotiche fatte tanti
anni prima: erano le cronache del così detto "Processo dei veleni",
il celebre scandalo a base di magia nera che, sul finire del '600, aveva
investito la corte del Re Sole. Se gia' a quei tempi, secoli prima di Crowly, i
rituali delle messe nere erano tali da parafrasare taluni aspetti della liturgia
cattolica e determinate consuetudini legate alla professione di fede, perche'
escluderne la prosecuzione nell'era della civilta' industriale?
Alla luce
di una siffatta chiave di lettura le tavolette del rigattiere avrebbero potuto
assumere il significato di altrettanti malefici perpetrati dalla Vitris e messi
puntualmente a segno, protrattisi negli anni secondo un ciclo che andrebbe a
concludersi con la morte stessa della vecchia. Ne' mi riusciva di attribuire
altro senso a quella loro disposizione in spirale.
Cominciava
ad albeggiare.
Era giunto
il momento di vincere la pigrizia, mettere la testa sotto un bel getto d'acqua
e, forse anche di ristorarmi con un buon caffe' per predispormi a tornare in
citta' prima che il sole trasformasse in un calvario il percorso che me ne
separava.
Dovetti
decidermi a dare un addio alle mie fantasticherie. Lo feci, per la verità, con
un certo rincrescimento; un po' come accade al ragazzino a cui è riuscito di
costruire un bel palazzo con le carte da gioco. Se lo ammira a lungo
compiaciuto e, chiaramente, gli dispiace doverlo abbattere al momento di
ricomporre il mazzo e riporre le carte.
Avviando
l'opera di demolizione cercavo conforto pensando a cio' che avrebbe potuto
dirmi Enrco se fosse stato in grado di conoscere il contenuto di quello strano
sogno:
"Naturale!...Devi aver elaborato in fase onirica una scenografia
che rappresentasse la vulgata delle teorie dell 'avvocato e che si adattasse
alla fattispecie delle tue vicende personali...".