Capitoo XV
Dal tempo della mia visita alle Molinette gli strani fenomeni
erano svaniti e non si sarebbero verificati mai pių. Da tre mesi vivevo,
quindi, in pace con me stesso ed i benefici effetti della ritrovata serenita'
non mancavano di riflettersi positivamente nell'ambito dei miei rapporti
interpersonali.
Sulle prime era stata dura. Quantunque convinto dalle
argomentazioni di Enrico, avevo atteso con trepidazione la fatidica scadenza
del quinto giorno. Il timore che, nonostante tutto, l'incubo potesse ripetersi
mi aveva tenuto sveglio molto oltre la mezzanotte; fino a quando il sonno non
aveva preso il sopravvento. Poi, il risveglio seguito ad una notte priva di
spiacevoli sensazioni, aveva segnato uno dei momenti piu' lieti dell'esistenza.
Elsa mi era stata di grande aiuto. Da donna pratica qual'e';
predisposta a cogliere la sintesi di ogni problema, aveva condiviso entusiasticamente
l'analisi di Enrico contribuendo a rafforzarmi nella convinzione che la mia
ossessione fosse da considerare esaurita.
Da quando avevamo arredato a nuovo alcune stanze dell'alloggio il
quadro era stato rimosso dal salotto per tenere compagnia ad altre
cianfrusaglie che, per mancanza di spazio, avevo finito per relegare nel
sottoscala della nostra casetta di campagna; sopra Bruzolo.
Alla sera, tornando a casa, ho l'abitudine di controllare la
corrispondenza che regolarmente trovo ammucchiata nella cassetta della posta.
Ora che mancava ormai poco al capodanno quest'incombenza
cominciava a rivelarsi piu' impegnativa del solito. E quel giorno, azionando la
chiavetta, dovetti ricorrere a tutta la mia agilita' per cogliere al volo la valanga
di depliants e di biglietti augurali che ne scaturė.
Notai che una busta piu' pesante delle altre era fuoruscita dal
mucchio e giaceva accanto alla
ventiquattrore che avevo posato per terra. Mi chinai a raccoglierla con una
certa curiosita'. Era un sacchetto di color giallo; di quelli per uso
commerciale, privo delle indicazioni del mittente. Nome e recapito del
destinatario, anche se tracciati con grafia incerta e traballante, risultavano passabilmente leggibili.
Salito in casa, scaricai sulla consolle dell'ingresso tutta
l'altra corrispondenza e me ne andai in soggiorno con quella busta.
Conteneva una lettera ed un secondo involucro privo di altre
indicazioni. Era, e sulle prime la cosa non manco' di stupirmi, un biglietto
della Vitris.
"Egr. Signore," vi era scritto, "il grande ritardo
con cui rispondo ad una Sua richiesta puo' avermi fatto giudicare una vecchia
smemorata e poco affidabile.
Purtroppo, cause di forza maggiore mi hanno tenuto lontana da
Torino per parecchi giorni. Solo ora, a breve distanza dal rientro in citta',
mi e' stato possibile rovistare tra le mie carte per recuperare la
pubblicazione che Le avevo promesso e che Le rimetto nella busta allegata.
Voglia gradire, con la circostanza, i miei migliori saluti.
PS.- Spero vivamente che, nel frattempo, non abbiano avuto a
ripetersi le brutte esperienze di cui avevamo parlato."
Fissai a lungo la seconda busta senza decidermi ad aprirla.
Francamente non sapevo cosa fare.Il caso, ormai, era stato
felicemente risolto; perche' mai avrei dovuto rivangare un passato del quale
ero appena riuscito a liberarmi? Tanto valeva gettare quel plico in fondo alla
pattumiera e non pensarci piu'.
Una cosa, tuttavia, mi tratteneva dal farlo: una frase detta da
Enrico tempo addietro e che, ora, tornava a ronzarmi nella testa ("Anche
se la vecchia avesse trascurato di parlartene e' estremamente improbabile che
quello, o un altro giornale, non abbia riportato il volto dell'uomo
ammazzato").
Potevo scegliere. Sbarazzandomi della busta senza guardarne il
contenuto sarebbe stato come apporre il sigillo finale alla conclusione di
quella brutta storia. Tuttavia, cosė facendo, avrei rinunciato all'occasione di
verificare fino in fondo l'esattezza delle argomentazioni di Enrico.
Decisamente l'alternativa era tale da lasciare aperta la strada
alla tentazione.
Esitai a lungo, poi ruppi l'involucro.
Mi ritrovai tra le mani una cartellina verde dalla quale estrassi
i fogli ingialliti di una vecchia rivista.
La meta' inferiore della prima pagina era occupata per intero
dalla foto di un uomo che giaceva con il volto schiacciato contro il pavimento
e la camicia intrisa di sangue.
L'immagine, che ritraeva la vittima fino alla cintola, era stata
ripresa con un'inquadratura spiccatamente diagonale sė da includere il
particolare del braccio proteso in avanti e della mano ancora serrata sulla
cornice del quadro. Constatai che il contenuto di quest'ultimo era
effettivamente leggibile; tanto, almeno, da consentirne, anche a distanza di
tempo, quel riconoscimento ipotizzato dal mio amico.
Passai al foglio successivo ed ecco arrivare, puntuale, la
seconda conferma della tesi di Enrico. Il testo, disposto su due colonne,
s'interrompeva in centro pagina per inquadrare una foto della villa; era, non
stentai a riconoscerlo, lo stesso edificio che m'era apparso in sogno. Mi colpė
il dettaglio delle vetrate policrome e quello, ancora, degli ornamenti esterni
in ferro battuto.
Seguiva un foglio di solo testo, lo rigirai e vidi, ma sarebbe
piu' esatto dire che riconobbi, le fattezze dell'uomo assassinato.
Ero al colmo dello stupore; meravigliato e quasi incredulo nel
dver constatare su tutto il puntuale riscontro con le valutazioni del mio
amico. Il ritratto del personaggio riportato in un'inquadratura ovale, sembrava
la vera e propria trasposizione fotografica della spaventosa entita' che era
stata al centro dei miei incubi. Era proprio lui; l'UOMO DAL CAPPELLO DI
PAGLIA'!
Mi ero appena ripreso dallo stupore. Soddisfatta la mia
curiosita', avevo riposto i fogli nella cartellina e stavo per disfarmene
quando, un'impressione; neppure un vero e proprio pensiero, ma una sorta di
subitanea sensazione, mi trattenne dal farlo.
Ritornai a scrutare la foto dell'uomo ed ebbi netta la conferma
di un nuovo, inquietante interrogativo.
Durante il susseguirsi degli incubi una comprensibile repulsione
d'origine scaramantica aveva tenuto costantemente la mia attenzione lontana dal
quadro. Ora che ci pensavo, mi tornavano in mente le resistenze che avevo
dovuto vincere anche solo per realizzare quella foto polaroid che mi avrebbe
messo sulle tracce dei precedenti proprietari. Conservavo, tuttavia, vivissimi
nella memoria i tratti della figura dipinta da Renier; m'erano rimasti impressi
come un marchio fin dalla fatidica sera in cui avevo cenato con Franco al
ristorante di via Goito.
Ebbene, non potevo fare a meno di ammettere che il volto sul
quadro, anche se stilizzato e seminascosto dagli altri elementi della
composizione, non poteva essere altro che il ritratto di Luigi Gritti.
Non era questione da poco; questo fatto introduceva un elemento
di stridente contrasto con la teoria che aveva rimosso le mie paure.
Cosa stava accadendo? Era suggestione oppure, realmente, le due
sembianze coincidevano?
Avrei voluto verificarlo immediatamente.
Purtroppo non avevo sotto mano il quadro.
Rimpiansi, in quei momenti, il furto del borsello e rigirai
nervosamente le pagine della rivista per tornare sulla prima immagine; il
contenuto del quadro, pur risultando leggibile nel complesso, non lo era
altrettanto nei dettagli.
Posi mano ad un contafili. Aveva la lente dal diametro molto
piccolo e consentiva una decina d'ingrandimenti. Lo feci scorrere lentamente
sul giornale per incrociare il punto che m'interessava. L'esaltazione del
retino tipografico, sfasciando i dettagli piu' minuti, ne rendeva ardua la
lettura.
Quando mi riuscė di posizionarlo nel punto in cui speravo di
individuare quel particolare...mi resi conto dell'inutilita' della ricerca;
quell'area del quadro, prossima alla cornice, appariva coperta dalle dita del
morto.
Sulle prime, l'eventualita' di raggiungere subito la casa di
campagna per poter consultare il dipinto m'era parsa improponibile; ai limiti
del demenziale.
Perche' mai avrei dovuto sobbarcarmi una quarantina di chilometri
in tarda serata con la prospettiva di farne altrettanti al ritorno?
Non e' per niente allettante percorrere al buio le strade a
tratti gelate sui tornanti di mezza montagna. Sapevo anche, pero', che il nuovo
interrogativo mi avrebbe tenuto sveglio per tutta la notte e che, in quelle
condizioni, sarebbe stato difficile attendere le luci dell'alba.
Piu' volte, in passato, ero stato costretto ad affrontare in auto
lunghe tirate notturne; non di rado in condizioni di tempo proibitive. Perche'
non avrei dovuto farlo ora che, almeno, avevo il vantaggio di conocere bene il
percorso? Tanto valeva decidersi e togliersi subito il pensiero.
Dal tinello mi giunse la voce di Elsa; avvertiva che era pronto
in tavola.
Non mi sembrava proprio
il caso di fermarmi a cena. Non risposi subito e, mentre riflettevo sulla scusa
che avrei dovuto accampare, mi preoccupai di cambiare con un indumento piu'
pesante il soprabito che avevo continuato ad indossare fino a qualche istante
prima.
Incrociai mia moglie nel
corridoio
"Un pranzo di lavoro!" lo dissi allargando le braccia e
con un tono tale da far intendere che, per quella volta, ne avrei fatto
volentieri a meno.
"Almeno m' avessi avvertita!" osservo'
comprensibilmente contrariata.
"Hai
ragione,...scusami, ma e' stata una cosa talmente improvvisata",
farfugliai, "era fissato per la prossima settimana, poi...sai come vanno
certe cose..."
"Perche' sei passato da casa?"
Sollevai la ventiquattr'ore: "Ho dovuto ritirare una
relazione". Non mi parve del tutto convinta. Indubbiamente la sconcertava
la vista del giaccone che avevo indossato; un capo effettivamente poco indicato
per una riunione di lavoro, ma indispensabile per il luogo in cui mi recavo.
"Dov'e' che andrete di bello?"
Se le avessi dato il nominativo di uno dei ristoranti dove di
solito si svolgevano quegli incontri c'era pericolo che, vedendomi tardare,
telefonasse.
"Ancora non si sa", improvvisai, "ci siam dati
appuntamento davanti al S.Carlo; lė decideremo".
Abbozzo' uno sguardo di rassegnazione.
"Telefona, se dovessi fare tardi!" raccomando' e, mentre ero per le scale, quasi mi urlo': "Riguardati!"