C. XI IL SOPRAVVENTO DELLA RAGIONE
Non
intendevo passare per visionario, ma non ero nemmeno disposto a relegare nella
normalita' l'insieme di circostanze di cui ero testimone e che mi accanii ad evidenziargli.
"Coincidenze!
Concomitanze! Travisamenti della realta' dovuti al brutto epilogo della
faccenda!"
Con
queste, e con altre analoghe espressioni che ora non rammento, Franco cerco' di
ricondurmi sui binari d'un sano pragmatismo.
"Rodolfo!",
puntualizzo' "Cominciamo da Rodolfo e da quel suo orologio.
Se la
giacca gli si fosse impigliata per una qualsiasi altra ragione, scommetto che
nessuno avrebbe messo la cosa in relazione con il furto delle monete. Ma lì
c'era andato di mezzo il 'corpo del reato', e giu' pronti a fantasticare;
primo, fra tutti, lo stesso protagonista, che arriva a vedere nel manichino una
sorta di 'longa manus' della giustizia divina".
Tornai a
ribadirgli che Rodolfo non era persona facile a suggestionarsi.
Lo vidi
reagire alquanto stizzito:
"Non
dico questo. Voglio solo farti capire che, alla base di certe impressioni, c'e'
sempre un complesso lavorio mentale che
non coincide necessariamente col grado d'impressionabilita' d'un soggetto.
Ma..., andiamo per ordine..." e comincio' a tracciare un'analisi del caso
acuta e suggestiva.
"Una
persona, che non sia un ladro matricolato e che sottragga qualcosa a qualcuno,
scende, di fatto, a patti con la propria coscienza. Fa, in altri termini, un
raffronto tra pro e contro prima di allungare le mani su beni che non le
appartengono. O credi che possa far piacere sentirsi furfanti
nell'intimo? Talvolta lo si sopporta quando
si valuta proporzionato il valore delle cose di cui ci si appropria.
In
pratica, è come se si pagasse il maltolto, anche se non lo si fa in termini di
denaro sonante.
Finisce
che, a monte dell'acquisizione d'un bene, c'e' sempre una qualche contropartita
e tanto spiega come nemmeno un ladro possa separarsi a cuor leggero da un
oggetto per il solo fatto che, per ottenerlo, non gli e' toccato sborsare del
suo.
Ora, a
quant'ho potuto capire, quell'orologio doveva valere parecchio; tanto, almeno,
da causare un profondo dispiacere a chi l'avesse perso. Un dispiacere..., e ti
prego di seguirmi,...che lo avrebbe tormentato ben oltre il momento del fatto
e, nella fattispecie, ben al di la' della serata trascorsa al Luna Park.
In tale
contesto, il fantoccio armato di roncola assurge al ruolo di preventivo
antidoto".
Sul
momento non capivo dove l'altro intendesse arrivare. Franco dovette
accorgersene e si sforzo' di essere piu' esplicito:
"Non
penso che Rodolfo abbia corso veramente il pericolo di perdere una mano. Era
pero' necessario che se ne convincesse, in modo che lo scampato pericolo lo
confortasse della perdita d'un oggetto tanto prezioso da non potersene
permettere un secondo....Chiaro", aggiunse dopo una pausa, "che resta
fuori discussione la sua buona fede nel narrarvi il fatto. E proprio questo,
unito alla capacita' di influenzare l'uditorio, tipica di alcuni soggetti, deve
aver contribuito ad ingigantire in tutti quell'atmosfera da 'nemesi' che non vi
avrebbe piu' abbandonato per il resto della serata.
La storia
di Pino", incalzo' senza darmi tempo d'intromettermi, "non mi sembra
necessiti d'un particolare sforzo analitico. Quand'uno, pace all'anima sua, si
riduce al punto da intrufolarsi ubriaco in un posto del tutto sconosciuto,
l'unica cosa davvero strana che puo' capitargli e' che tutto fili secondo i
canoni della normalita'.
Bada...",
puntualizzo', "non e' che non creda alla disgrazia toccata a quella
sventurata. Parlo solo dell'apparizione".
Lo
interruppi:
"Ho
ancora davanti agli occhi l'espressione terrorizzata di Pino mentre...".
Non mi
lascio' continuare:
"Anche
in questo caso, non entro nel merito della buona fede....Senti! Con tutto il
rispetto per il morto,...vuoi che ti dica francamente cosa ne penso?"
Ero
curioso di sentirlo concludere.
"Ritengo
che Pino non abbia visto alcun fantasma".
Per la
seconda volta mi vidi costretto a protestare.
Franco mi afferro'
al volo il polso per bloccare il movimento dell'indice che gli facevo oscillare
sul viso a sottolineare la mia divergenza.
"O
meglio", e dovette ripeterlo un paio di volte per tacitare le mie
rimostranze, "e' molto probabile che l'abbia solo sognato.
Non
sappiamo, in fondo, quanto avesse bevuto ed ignoriamo, nel dettaglio, le sue
reazioni all'alcool che, mi costringi a ricordartelo, variano parecchio da
soggetto a soggetto.
Penso che,
muovendosi nel buio, ed imbottito com'era di cognac, sia semplicemente
ruzzolato per le scale.
La fase
della rianimazione, frutto anche delle premure dei due soccorritori, doveva
aver coinciso con un parziale ritorno di lucidita'; temporaneo e, comunque,
sufficiente a fargli acquisire le ultime notizie sull'inquilina dell'attico.
Il rientro
in albergo? Sicuramente merito del taxista piu' che suo, quindi la perdita di
coscienza e, nel sonno, la rielaborazione in chiave onirica del sentito
dire".
Mi strinse
entrambe le mani e concluse:
"Quando ci si risveglia dopo un simile genere di peripezie e' molto
difficile, credimi, ricomporre i fatti nel loro ordine cronologico".
"A
questo punto", volli osservare, "gia' immagino cosa dirai del
professore di Rimini:...un pazzo, o, nella meno peggiore delle ipotesi, un
esaltato".
"Niente
affatto!" obietto'. "Certo che, per ritenerlo del tutto normale
occorrerebbe una dose massiccia di buona volonta'. Per temperamento, doveva
essere un tipo portato alle esagerazioni. Ciononostante, circa la perizia
condotta sulla moneta, non avrei proprio nulla da eccepire".
"Ma...allora..."
"Allora
un corno! Nel novanta per cento di casi analoghi il responso di quel tizio non
sarebbe risultato meno catastrofico. Intendo dire che non ci sarebbero state
varianti se quel tuo amico, in luogo della moneta, gli avesse sottoposto un
reperto catacombale, un'anfora proveniente da una necropoli o, che so, una
lampada votiva. In nove casi su dieci gli oggetti antichi (e non solo quelli)
sui quali mettiamo le mani sono legati a fatti o consuetudini tutt'altro che
edificanti. Eppure gli antiquari continuano a prosperare ed i musei non
crollano addosso ai visitatori".
Come si
faceva a dargli torto?
Pensavo
che avesse finito e, francamente, mi meravigliai quando gli sentii aggiungere:
"La
cosa veramente strana e' che tre persone col presentimento di finir male
abbiano concluso la loro esistenza contemporaneamente nelle tragiche
circostanze che conosciamo".
L'osservazione
mi trovava senz'altro concorde.
"Ci
dev'essere", mormorò, "una spiegazione plausibile che ci scampi dallo
sconfinare nelle interpretazioni paranormali".
Capivo che
voleva la liberta' di riflettere e me ne restai in silenzio.
Tornavo,
di tanto in tanto, a guardare la campagna, ma il pensiero era altrove. Dove?
Difficile immaginarlo. Pensavo a mio fratello; a quella sua caparbieta' nel
voler trovare su tutto una spiegazione rigidamente razionale; una
caratteristica che aveva rivelato fin dall'infanzia e che, lungi
dall'attenuarsi col tempo, aveva finito per diventare una spiccata componente
del suo carattere.
"La
voglia di morte!" esclamo' d'un tratto "Ecco la chiave! Nient'altro
che la voglia di morte!"
"Vorrai
scherzare!" e mi venne da ridere "Stavolta sei proprio fuori strada.
Di quei tre tutto si potrebbe dire tranne che avessero voglia di andarsene
prematuramente".