C. VII IL VECCHIO PROFESSORE
Da quando
la storia di Pino s'era colorata a tinte fosche mio fratello non aveva fatto
altro che ostentare incredulita'.
Mentre
descrivevo, con le parole stesse del protagonista, l'aspetto di
quell'apparizione, aveva insistito a ritmare la mia voce con un continuo
tentennare del capo. Ne aveva poi accolto la conclusione con quel suo sorriso
ironico che mi dava tanto sui nervi.
Sapevo
benissimo che, malgrado tutto, mi sarebbe toccato continuare. Sul momento, tuttavia,
preferii interporre una salutare pausa di silenzio. Ne approfittai per
rivolgere la vista al panorama, anche se, onestamente, il tratto di bassa
Padana che stavamo allora attraversando non e' che offrisse uno spettacolo
molto denso di attrattive.
Il convoglio
filava spedito e silenzioso tra lunghi filari di alberi oltre i quali si
stendeva a perdita d'occhio una campagna piatta ed uniforme ravvivata a mala
pena dai segni dell'estate.
Volevo
nascondere a Franco d'esser rimasto contrariato e la cosa mi costringeva a
mostrare massimo interesse per pascoli e cascinali che, con matematica
frequenza, continuavano a sfrecciarmi davanti agli occhi.
Svariati
minuti trascorsi a quel modo cominciavano a rendere la situazione imbarazzante.
Quando mi
sentii toccare il braccio, distolsi distrattamente lo sguardo dal finestrino;
Franco continuava a colpirmi il gomito con un pacchetto di sigarette appena
aperto.
"Da
quando in qua ti sei dato alle Camel?"(erano le mie preferite).
"Mi
han detto", rispose, "che le Marlboro, alla lunga, sono
micidiali...cosė, di tanto in tanto, preferisco alternare".
Conoscendo
l'attaccamento maniacale che ha per la salute c'era da credergli. Devo
aggiungere, tuttavia, che, almeno al tempo di questi fatti, mio fratello
possedeva una convinzione tutta personale sul modo di praticare tale
alternanza. Non c'era da stupirsi che se ne andasse in giro con pacchetti di
entrambe le marche. Il fatto, poi, che avesse tirato fuori a bella posta quello
delle Camel era segno lampante che intendeva fare ammenda del comportamento con
cui aveva accolto le mie ultime confidenze.
Attaccammo
a fumare.
Dopo un
paio di boccate ecco che Franco tornava in picchiata sull'obbiettivo:
"Dovette prendere un brutto spavento...!"
"Gia!"
confermai, "al punto di passare in bianco le due notti che lo separavano
dalla partenza,...con l'aggravante che, stavolta, non poteva nemmeno gettare la
croce su quelli dell'orchestrina....
Stando
alle sue stesse ammissioni, cadeva in preda ad una fottutissima paura ogniqualvolta
stava per cedere alla stanchezza. Temeva, com'ebbe a confessarci, che quel
fantasma dal volto informe attendesse un suo momento di debolezza per tornare a
materializzarsi e per ghermirlo".
"Con
una foga", aggiunse Franco, "forse pari a quella messa da lui nel
cacciarsi in quell'avventura".
Ridemmo.
"C'e'
rimasto Luca", osservo' mio fratello, "ed a questo punto immagino che
il piatto forte sia toccato proprio a lui..e gia'..dimenticavo", aggiunse
maliziosamente, "che l'hai definito una buona forchetta".
Non gli
riuscė di trascinarmi in una seconda risata.
Attesi che
si ricomponesse:
"Luca",
dissi, "aveva seguito con la massima attenzione la vicenda narrata da
Pino. Vedendolo agitato non aveva osato interromperlo, ma quando ritenne che
l'altro potesse aver finito, salto' sų dichiarando: "spiacente per come la
prenderete, ma a me non e' successo proprio niente di particolarmente
sensazinale".
Pensavo
scherzasse, ma dovetti ricredermi quando lo sentii aggiungere: "Non e'
colpa mia se, a questo punto, vi sentirete fregati. Il fatto e' che non ho
proprio nulla di eclatante da tirar fuori. E non state a chiedermi perche' non
l'ho detto prima...Se l'avessi fatto, mi gioco le palle che nessun altro
avrebbe sputato la minima parte delle cose che abbiamo ascoltato".
Calo' su
tutti un velo di delusione.
Al pari di
quanto anche tu hai appena dimostrato, Rodolfo, Pino ed io stesso c'eravamo
formata, via via, la convinzione che a Luca dovess'esser toccata l'avventura
piu' grossa. Non chiedermene il motivo, ma so che le cose stavano cosė.
L'altro
dovette pentirsi di averci smontato a quel modo e, quand'ormai disperavamo che
aggiungesse dell'altro: "veramente...", lo sentimmo ammettere,
"qualcosa ci sarebbe,...ma...ripeto, nulla di sensazionale.
Non posso
dire di aver avuto a che fare con feroci manichini e nemmeno con il fantasma di
qualche bella donna; l'oggetto della mia esperienza assume l'aspetto scialbo e
compassato d'un vecchio professore di liceo.
Aveva un
nome talmente impronunciabile che, spero, non me ne vorrete se non mi sforzero'
di ricordarlo. D'altra parte", tenne ad aggiungere, "un nome non
aggiunge e non toglie niente ai fatti.
Ci si
vedeva da quattro, cinque giorni; in spiaggia e, dopo cena, sistematicamente,
in un bar di piazza Tripoli.
Cosa
succede quando ci si ritrova piu' volte gomito a gomito? Si comincia con un
saluto per passare a qualche frase di cortesia e quando ci si spinge a
commentare le condizioni del tempo vuol dire che si e' pronti ad avviare forme
di vera e propria conversazione".
Luca si
fermo'; forse a riordinare le idee, o anche, suppongo, per richiamare alla
memoria immagini lagate a quella conoscenza occasionale.
"Un
tipo davvero singolare!" rivelo',"che vestiva sempre impeccabilmente,
ma la cui eleganza restava menomata da un insolito cappello nero a larghe falde
che si teneva, calcato fino agli occhi, di giorno come di sera, e perfino sulla
spiaggia.
Ogni sera,
prima ancora che si sedesse al tavolo del bar,
un cameriere correva a consegnargli un mucchio di riviste; giornali, per
lo piu', abbandonati dagli avventori nel corso della giornata e raccattati via
via dal personale.
Diciamo
che, grazie a questa procedura, il vecchio riusciva a conciliare l'utile con il
dilettevole. Da quand'era in pensione s'era messo a curare rubriche per i
quotidiani ed i periodici che riceveva in visione gli consentivano d'acquisire
spunti per quel suo lavoro senza costringerlo a rinunciare al fresco serale
che, in quell'angolo di citta', si rivelava davvero tonificante.
Da quando
tra noi s'era rotto il ghiaccio non faceva altro che commentarmi ad alta voce
fatti del giorno, o della settimana, a seconda del tipo di periodici che, al
momento, si trovava sottomano.
Parlava...,
dio quanto parlava; al punto che i nostri dialoghi degeneravano, quasi sempre,
in estenuanti monologhi.
Immagino
possedesse una cultura immensa che, per un certo verso, purtroppo, non mancava
di fare il paio con il suo modo di vestire. Si esprimeva in maniera chiara,
anche se ricercata, ma aveva il dannato vizio d'insistere troppo anche su
aspetti del tutto marginali o irrilevanti. E quel tocco di pignoleria, che
aveva cosė radicato, lasciava supporre un'esistenza trascorsa sui libri piu'
che a dialogare con i suoi simili.
Avevo
notato che, al bar ed in spiaggia, era frequente che lo salutassero; molto piu'
raro, invece, che qualcuno si fermasse ad attaccar discorso con lui.
Indubbiamente la pecca rappresentata da quella sua ostinata pedanteria giocava
a creargli il vuoto intorno.
Che
soffrisse di solutudine e' piu' che certo. Lo dimostra il fatto che, per ben
tre volte, aveva insistito perche' andassi a trovarlo a casa. Accampando scuse
diverse ero sempre riuscito a sottrarmici. Poveraccio! Se gia' al bar le
occhiate degli altri stentavano a frenarlo, chi ne avrebbe trattenuto la foga
oratoria una volta al riparo delle mura domestiche?
Ero
destinato, purtroppo, a soccombere al quarto invito. Fu quando, nel bel mezzo
di una delle nostre solite conversazioni serali, rammento', all'improvviso, che,
da lė a poco, gli avrebbe telefonato a casa non so piu' quale dei suoi prenti.
Lasciarmi
gli dispiaceva, forse per il timore che, tornando, non dovesse piu' trovarmi.
Mi propose allora di accompagnarlo.
Abitava poco distante e sono certo che, se avessi opposto l'ennesimo
rifiuto, il nostro affiatamento ne avrebbe risentito. Non sarebbe stata nemmeno
una gran perdita, ma, che volete? I rapporti che avevo con i miei coetanei si
eraurivano al mare, nell'arco della mattinata e, alla prospettiva di trascorrere
da solo le serate al bar, era senz'altro preferibile la compagnia dell'anziano
signore.
Avevo
immaginato una casa intonata al personaggio, mi trovai ad addentrarmi, invece,
in quello che, piu' che un alloggio, pareva un sacrario. Pensate ad una via di
mezzo tra un museo ed una pinacoteca e sarete ancora distanti dal farvene
un'idea precisa.
Era una
dimora magnifica anche se, a mio avviso, poco adatta ad abitarvi. Doveva averci
speso su' un bel po'; di certo molto piu' di quanto avrebbe potuto consentirgli
lo stipendio da insegnante.
Mi
accompagno' in un salone arredato con mobili in stile barocco e ritiro' da una
vetrinetta una bottiglia di brandy e due bicchieri. Avemmo appena il tempo di
bere che, da una delle porte laterali,
ci giunse il suono insistente e prolungato del telefono.
Si
allontano'.
Un lato
del salone aveva attratto la mia attenzione nel momento stesso che vi avevo
messo piede. Approfittai di quella temporanea assenza per poter curiosare in
tutto comodo.
L'intera
parete che avevo di fronte costituiva, in pratica, un'unica smisurata
scaffalatura zeppa di volumi all'inverosimile. Era stipata di libri fin sotto
la volta, mentre quelli posti piu' in basso occupavano un ripiano a pochi
centimetri dal pavimento. Prossima ai supporti laterali una scala a pioli lunga e stretta,
agganciata ad una struttura tubolare che andava da muro a muro, consentiva al
professore di posizionarsi a piacere sulla sconfinata massa cartacea che
cominciava a darmi le vertigini.
La
presenza della ricca libreria influenzo' in maniera determinante una decisione
che, da qualche giorno, mi frullava per il capo.
Ricordate
la spartizione che facemmo in via S.Ottavio?" chiese Luca a quel punto.
Annuimmo.
"Ricorderete,
anche, che, di tutte quelle monete, me ne toccarono solo quattro..."
"Per
forza!" reagė Rodolfo, "te n'eri assicurata una che, da sola, valeva
chissa' quanto".
"Ed
e' proprio di quella che vorrei parlarvi", riprese l'altro, stroncando sul
nascere il riaffiorare d'una vecchia ruggine.
"A
differenza delle altre, non c'era verso che riuscissi a disfarmene.
Chi la
vedeva si soffermava ad ammirarne la fattura, la esaminava con grande cura,
anche sottoponendola a forti ingrandimenti, consultava vari cataloghi poi,
immancabilmente, finiva per riconsegnarmela sconsolato. Il motivo? Era
impossibile tentarne una stima, anche solo approssimativa".
"Eppure...",
azzardai, ma Luca mi prevenne:
"Guardi...",
mi dicevano, "che nella numismatica e' molto facile prendere abbagli.
Basta un dettaglio, anche minimo ed all'apparenza insignificante, a far
levitare vertiginosamente la quotazione d'un esemplare o a decretarne il
crollo".
Si rivolse
a me ed aggiunse:
"Pensaci,
un'altra volta, prima di sputare sentenze sul valore delle cose!"
Non ero in
grado di ribattere e mi limitai ad un'alzata di spalle.
"Basta!"
esclamo', "non sapendo piu' a che santo rivolgermi, continuavo a tenermi
in saccoccia quell'oggetto sperando che il caso, una volta o l'altra, mi
mettesse in condizione di scioglierne l'enigma.
La cultura
multiforme del professore gia' mi aveva portato, in piu' d'un'occasione, ad un
passo dal mostrargli la moneta.
Quella
sera non seppi trattenermi oltre.
Quando nel
salone vidi riapparire il mio ospite avevo gia' preso la decisione.