Capitolo XIII

 

 

  INCERTI DELLO SPIRITISMO

 

 

    "Franca", rivelò l'uomo dai grandi occhiali, "ci aveva confidato piu' di una volta di voler associare alle sedute esperimenti di psicometria. Non l' era parso vero di poter mettere le mani su di un reperto che riteneva ottimale allo scopo. Sapeva cio' che faceva e si rendeva conto perfettamente dei rischi ai quali si sarebbe esposta. Noi restavamo incerti, indecisi e tuttavia affascinati dalle possibilita' che ci si prospettavano.

    Formammo come al solito la catena e, di lì a poco, la Franca cadde in trance. Trascorsero diversi minuti senza che si verificasse alcunche' d'insolito. Poi......."

  Marco aveva estratto dal taschino un fazzoletto per passarselo due o tre volte sulla fronte.

    "Poi", riprese concitato, "accadde qualcosa completamente al di la' di ogni nostra precedente esperienza.

    Udimmo, dapprima, il respiro della medium farsi sempre piu' affannoso e notammo che le sue mani, posate sul quadro, rivelavano, a tratti, brevi fremiti e piccole vibrazioni; come fossero colpite da scariche elettriche di lieve entita'.

  All'improvviso sentimmo un urlo, ma...forse e' improprio definirlo cosi".

    L'uomo protrasse al massimo il busto verso di me ed abbasso' il tono della voce, come a voler scongiurare il possibile ripetersi di un'esperienza allucinante.

    "Per averne un'idea dovrebbe pensare al grido che emetterebbe chi precipita in un pozzo profondo, sconfinato...Ebbene, era come se quell'urlo provenisse da voragini abissali per giungere a noi carico di echi e risonamze prodotte da una dimensione remota e terrificante.

    Avvertimmo, quasi contemporaneamente,  alcune oscillazioni del tavolo e fummo colti da un'improvvisa sensazione di freddo;...badi...non dei brividi, ma un effetto di vero e proprio gelo al quale, ben presto, si accompagno' la certezza che in questa sala si stesse aggirando una strana presenza; un'entita' rabbiosa ed incontrollabile.

    Di lì a poco tutte queste manifestazioni cessarono, ma, contrariamente a quanto era accaduto nelle altre sedute, non sentivamo la voce rassicurante della medium che tornava alla normalita'.

    Accendemmo la luce e restammo sbigottiti ad osservare l'espressione assunta da Franca. Era come paralizzata, con gli occhi immobili perduti nel vuoto; non dava segni di vita. Verificammo, poi, che respiro e battito cardiaco s'erano rarefatti.

  Per un po' restammo in ansia per la sua salute, e stia pur certo che in quei brutti momenti ciascuno di noi dovette maledire in cuor proprio di aver ceduto alla tentazione di quel malsano esperimento. Poi, lentamente, la vecchia comincio' a riprendersi. Poco alla volta riacquisto' conoscenza, allontano' bruscamente il quadro, che cadde in terra, afferro' convulsamente le mani di Elvira e, compiendo uno sforzo, mormoro':"MAI PIU'!"...solo queste parole: "MAI PIU'". Da quel momento in poi non avrebbe organizzato altre sedute...tanto n'era rimasta scossa.

    Malgrado  ripetute insistenze, si rifiuto' di dirci cio' che aveva visto o provato nel corso di quel drammatico tentativo. Si convinse a fare alcune rivelazioni solo pochi giorni prima di morire; il cancro la teneva inchiodata al letto e sapeva che non ne avrebbe avuto ancora per molto.

  Volle confidarsi solo con me, non prima d'avermi strappato una solenne promessa: avrei dovuto rintracciare il quadro e concordarne con Irene la distruzione.

  Le assicuro di aver fatto ogni tentativo per tener fede a quella promessa...Purtroppo, la sua presenza qui, stasera, è la prova più eclatante del mio fallimento".

  "Quel fallimento", salto' sù piccata la Vitris, "te lo sei proprio voluto!....Sarebbe bastato che me ne avessi parlato allora, senza tenerti il rospo in gola fino a stasera. Avremmo cercato insieme quello stramaledetto quadro e l'avremmo fatta finita una volta per tutte!"

    Rivelava, parlando a quel modo, un'energia ed una determinazione che  mi lasciarono stupefatto.

  Marco, contrariamente a quanto mi aspettavo, si astenne dal ribattere. Si limito' a fissarla con uno sguardo che non saprei se definire di sfida o di minaccia.

    L'altra  mi si rivolse con fare  accattivante ed in tono piu' pacato:

  "Cessato il trambusto di quella sera, m'era toccato rimettere ordine in questa stanza. Confesso di aver scaraventato quel quadro in cantina. Chi, al posto mio, non avrebbe fatto altrettanto? Poi...si sa come vanno certe cose...".

   Avrebbe continuato se Marco non l'avesse interrotta.

    "E' un discorso che ci porterebbe lontano",  e continuava a fissare la Vitris."Ho fallito una volta; sarebbe anche peggio se venissi meno alla promessa di non rivelare aspetti che devono restare segtreti...E...tuttavia",proseguì puntandomi addosso lo sguardo, "sarei un irresponsabile se non cercassi di venirle incontro aiutandola a rimuvere i     suoi incubi; tanto piu' che questi rappresentano solo un aspetto; di certo il meno drammatico di cio' che potrebbe capitarle da un momento all'altro.

  Il fatto che stasera lei sia tra noi, vivo e vegeto, dimostra che non puo' aver sognato per piu' di quattro volte cio' che l'ha turbata".

  I sogni (ma erano stati poi tutti tali?) si erano manifestati alla distanza esatta di cinque giorni l'uno dall'altro. Ora mi si lasciava intendere che il ripetersi dell'incubo per una quinta volta avebbe potuto essermi  fatale.

    "Veda", continuo' Marco, "io non potro' mai rivelarle chi sia stato in realta' Luigi Gritti, ne' da dove veramente possano aver tratto origine le sue ricchezze; quelle stesse che dovevano portarlo ad una fine tragica e prematura. Ho buone ragioni, tuttavia, per sostene che ciò che lei percepisce di quell'uomo sia qualcosa di piu' di un fantasma; una presenza reale e      minacciosa che tende a rafforzare la propria identita' a spese della sua vita".

    Evidentemente incerto sull'opportunita' di proseguire, tacque per alcuni secondi.

    Intuivo che si era nella fase piu' delicata ed impervia dell'intera questione e fissai il mio interlocutore con uno sguardo che,penso, esprimesse molto bene la mia determinazione a venire a capo del problema.

    L'altro dovette compiere un notevole sforzo per riprendere a parlare.

  "Consideri", disse, "che, di solito, le sedute medianiche seguono un andamento regolare. Spesso e' lo spirito guida a scandire le fasi dell'esperimento. E' estremamente improbabile, in altri termini, che si verifichino inconvenienti tali da far perdere il controllo della situazione.

  Quella sera,...invece,...le cose andarono diversamente. Avevamo evocato una forza assolutamente imprevedibile sulla quale perdemmo ben presto ogni possibilita' di controllo".

    "Un momento!" esclamai. "Da quella seduta sara' trascorso più di un anno. Il quadro stesso non e' che sia da ieri in casa mia. Come faccio a spiegarmi il fatto che i miei incubi si susseguono solo da una ventina di giorni a questa parte?"

  "Naturale!" osservo' . "Tenga ben presente che l'entita' di cui parliamo trae la propria forza esclusivamente attingendola dalle nostre paure...Siamo noi a conferirle spessore nella misura in cui, pensandola e temendola, ne alimentiamo la consistenza fino a renderla sempre piu' viva ed operante.

   Per chissa' quanto tempo avra' avuto in casa quel quadro senza degnarlo della minima considerazione. Poi, non puo' essere andata altrimenti, sara' intervenuta qualche circostanza che le avra' fatto mutare atteggiamento. Ed e' da quel preciso istante che l'ombra di Gritti deve aver insinuato la propria presenza nei suoi pensieri e sulla sua coscienza".

    Ricollegai immediatamente quanto mi si stava dicendo al ricordo dell'emozione provata con le rivelazioni di Carlo sul caso Renier. Possibile che fosse stata proprio quella circostanza a creare le condizioni perche' potessero scatenarsi gli incubi che tuttora mi terrorizzavano?

    "Si ricordi", incalzo' l'altro, "che Gritti era stato ammazzato con cinque coltellate. Esiste  una strana magia nei numeri e se, come immagino, le esperienze  a cui e' andato incontro hanno registrato un crescendo,...tutto lascerebbe prevedere che queste, fatte che siano di incubi o di allucinazioni, non potranno spingersi oltre un quinto evento. Nella fase che lo precede lei dovra' predisporsi a prevalere o a soccombere".

  Queste previsioni non mancavano di allarmarmi, anche perche' non potevo fare a meno di riscontrare l'aderenza alla realta' delle affermazioni di Marco. L'ipotesi di quel crescendo non era affatto campata in aria. Le visioni erano partite con l'animazione delle figure del quadro per trasformarsi nell'immagine della villa, fino a spingersi nell'orribile apparizione del guardaroba. E lo strano senso di vertigine provato proprio quella sera...era da considerarsi casuale o preludeva alla quinta apparizione? Quella decisiva e che avrebbe dovuto essermi fatale?

    "Basta!" proruppe Marco, facendomi capire di essersi spinto, con quelle rivelazioni, molto al di la' delle proprie intenzioni. E, quasi a volersene scusare, aggiunse:

    "Le ho detto piu' di quanto avrei dovuto...La soluzione del problema resta, ora, tutta nelle sue mani. Si ricordi che dispone di un unico valido mezzo di difesa; quello di armarsi della massima indifferenza nei confronti delle brutte esperienze che ha fatto; ci pensi il meno possibile...Comprendo che puo' tornarle difficile, ma...mi creda, non c'e' altro sistema".

    "Uno ci sarebbe...", azzardai.

    "E sarebbe?"

    "Stando alle sue stesse affermazioni, potrei sempre prendere il quadro e farci un bel falò".

    Sul momento non ebbi risposta. Notai che lo sguardo di Marco resto' a lungo incollato al volto della vecchia. Gli altri tacevano; tagliati fuori con tutta evidenza dalla singolare piega che aveva preso la discussione.

  Gli occhi dell'uomo tornarono a posarsi su di me.

  "Questo non glielo consiglio...Si guardi bene dal farlo!" ribadì e, per quanto continuassi a fissarlo con insistenza, non ci fu modo di fargli aggiungere altro.

    Era tardi. Da poco un antico pendolo addossato ad una parete del salotto aveva aggiunto un mezzo rintocco ai precedenti undici.

  Mi congedai da quegli srani personaggi augurandomi di non doverci piu' avere a che fare in futuro.

  "Non mi giudichi severamente", disse la vecchia accompagnandomi all'uscita, "certo che, se avessi saputo o anche solo immaginato,...avrei fatto in modo che quel quadro non finisse in mano ad alcuno...Vorrei proprio che lei mi perdonasse",insiste'.

  Quando eravamo sulla porta si prese il mento tra pollice ed indice: "Qualcosa, forse, potrei fare". Mostro' di pensarci sù. "Potrei procurarle il periodico che aveva fatto il servizio su quell'omicidio".

    Vide che non capivo il senso della proposta.

    "Ma si!" aggiunse. "La vista di come andarono concretamente le cose potrebbe aiutarla a rimuovere le sue paure".

Riflette'.

    "Dev'esserci ancora da qualche parte;...in cantina, probabilmente. Mi dia il tempo di ritrovarlo...Dove potrei mandarglielo?"

    Le lasciai il recapito e ci salutammo.

 

   Una volta in strada respirai a pieni polmoni.

  Per l'intera durata di quell'incontro m'ero sentito a disagio come il classico pesce fuor d'acqua; non tanto per essermi adattato ad affrontare con persone sconosciute argomenti di quella fatta, quanto per aver dovuto trascorrere due interminabili ore a contatto di gente completamente diversa da quella che pratico abitualmente.

  Assicuro che fa un effetto del tutto particolare trovarsi a discorrere con chi tratta il paranormale alla stregua di qualsiasi altra incombenza quotidiana. E' un'impressione forte; di quelle che lasciano il segno; tanto piu' quando gli interlocutori mostrano di essere  elementi in buona fede e non lestofanti che si attaccano all'ignoto al solo fine di sbarcare il lunario.

    Lontane reminiscenze mi richiamavano alla memoria le frasi che, da ragazzo, mi accadeva di sentir pronunciare da una mia zia a proposito di certi spiritelli domestici che lei sola riusciva a scorgere tra i giochi di luce che si formavano in solaio. Era una donna perfettamente a posto con la testa, non solo, ma dotata, anche, di forte senso pratico, pochissimo sentimentale e per niente sognatrice.

  La sua buona fede era fuori discussione ed allora, già' da ragazzo, certe sue affermazioni dapprima mi stupivano per poi indurmi a riflettere che o mia zia andava soggetta a saltuari sprazzi di demenza o realmente vedeva cio' che diceva di vedere.

 

    Ero tornato ad imboccare via Po.

    Avvolgeva la strada una nebbia piuttosto fitta che pero' si diradava sotto i portici fino a conferire, a contatto delle gialle luci del 'Palazzo degli Stemmi', un'atmosfera calda e piacevolmente soft ad un intero tratto di strada.

  Procedevo lentamente verso piazza Vittorio Veneto.

  Pur essendo la via una tra le piu' trafficate, quella sera, ed a quell'ora, appariva quasi deserta; colpa della nebbia, ma anche dell'aria che cominciava a mostrarsi sensibilmente piu' rigida.

  Di solito i primi rigori dell'autunno si portano via i numerosi tavolini all'aperto che ne vivacizzano le serate; e' il tempo in cui anche quella bellissima arteria della citta' comincia a languire.

    Restavano aperti alcuni bar e le immancabili rosticcerie anche se, a quell'ora, apparivano ormai a corto di avventori. Tra poco le loro luci si sarebbero spente ed a fronteggiare la nebbia sarebbe rimasta solo la triste illuminazione stradale.

    Continuavo ad avere davanti agli occhi le immagini di quella strana riunione; quell'ambiente vecchiotto eppure cosi' poco rassicurante, i volti di coloro che fino a poco prima erano stati miei interlocutori e che sembavano fatti apposta per figurare in un racconto di Lovecraft piuttosto che in un anonimo interno torinese.

   Mi sorpresi ancora a riflettere sulla sostanziale convergenza tra le raccomandazion di Marco e quelle espresse tempo prima da mia moglie. Partendo l'uno dal paranormale, l'altra da un solido senso pratico, erano pervenuti entrambi, sorprendentemente, ad un'identica conclusione: quella, in definitiva, che sarebbe stato possibile scongiurare il pericolo unicamente ignorandolo.

    Uno scampanellio discontinuo ed insistente intervenne a distrarmi da queste considerazioni; vidi avanzare nella nebbia le luci del tram che scendeva dalla Gran Madre; ormai se ne intravvedeva la grossa sagoma scura. Si arresto' a due passi da me tra uno stridore assordante di freni. Era tempo di rientrare.