Capitolo II

 

  INCUBI

 

 

 

 Avevo tutta la serata davanti a  me. Elsa, mia moglie, e mio figlio Alberto non sarebbero tornati da Lanzo prima di domenica.

  Decisi di fare quattro passi. Lasciai la macchina dov'era e me ne allontanai munito di ombrello, anche se l'immediata vicinanza dei portici di via Nizza avrebbe potuto renderne superfluo l'impiego.

  Gironzolare in città sotto la pioggia ha sempre rappresentato per me un'attrattiva alla quale trovo difficile resistere. La pioggia ha il potere di trasformare tutto ciò che ci circonda; ha un fascino tutto suo che sovrasta l'ordinaria banalità dell'ambiente urbano. I riflessi sull'asfalto di una miriade di luci multicolori conferiscono una dimensione spaziale in cui è gradevole muoversi. Soprattutto in settembre inoltrato, quando, accentuando l'approssimarsi di temperature più basse, induce a girovagare finalmente liberi dal peso dell'afa e più ricettivi verso la  realtà  che ci circonda.

  Al termine di un lungo giro, che mi aveva portato fino a piazza S.Carlo e poi, di nuovo, in prossimità della stazione, comprai un pacchetto di sigarette,mi fermai a prendere un caffè e me ne restai incollato alle vetrine di una grossa libreria fino a quando non cominciarono a calare le saracinesche. Ricordai solo allora di avere il frigorifero vuoto. Avevo rinviato la spesa a dopo l'incontro con Carlo ed era ormai troppo tardi per provvedervi. Avrei dovuto arrangiarmi a consumare qualcosa chissà dove.

  Questo fatto mi contrariò non poco. Fino ai trent'anni ho condotto un'esistenza da scapolo e quasi dieci li ho vissuti lontano dalla mia famiglia d'origine. I ristoranti hanno quindi rappresentato una brutta costante per un terzo dell'esistenza. In tali ambienti  ho sempre sopportato di malavoglia l'inevitabile mancanza di privacy. Anche sorvolando sulla presenza di odori  la cui gradevolezza resta legata a fattori del tutto soggettivi, c'è sempre da mettere in conto l'inconveniente rappresentato dalla rumorosità che, quando va bene, si limita al sommesso brusio dei commensali fastidiosamente inframmezzato ai  suoni acuti  delle stoviglie in movimento.

  Accontentarmi di un toast? Sarebbe stato come restare a stomaco vuoto.

    Mi rammentai dell'esistenza di un discreto ristorante nella vicina via Goito che, date le circostanze, avrebbe potuto rappresentare il male minore.

  C'ero stato un paio di volte con alcuni colleghi ; ricordavo di avervi trovato una cucina passabile ed un Barolo decisamente superlativo.

 

  Alla frutta avevo già consumato un'intera bottiglia del mio vino preferito. Riflettevo su alcuni aspetti del racconto di Carlo quando fui raggiunto da una pesante pacca sulla spalla, mi rigirai di scatto e vidi ergersi dietro di me la lunga sagoma di Franco Tucci; il volto atteggiato al sorriso e l'espressione pronta a cogliere un mio moto di sorpresa.

  Fui salutato da un "Chi non muore...".Poi, senza nemmeno attendere un cenno d'invito, il nuovo arrivato mi si sedette di fronte ed allungò i gomiti sul tavolo come per cogliere più da vicino gli effetti del mio prevedibile stupore.

  Franco ed io eravamo approdati in città provenendo da Roma ancora freschi di laurea in lettere.

  A Torino avevamo affrontato qualche mese di vita tutto sommato abbastanza irresponsabile e scapestrata, poi le nostre strade si erano divise ed ormai, presi nel vortice di impegni sempre più frenetici e disumanizzanti, ci si vedeva assai di rado.

  Le venti e trenta rappresentano un momento critico nella giornata di un redattore di cronaca. Poichè tale era l'occupazione di Franco, mi venne spontaneo chiedergli come mai non fosse alla "Gazzetta".

  "Licenziato!" mi rispose.

  "Come...licenziato!?"Chiesi, preso da comprensibile apprensione.

  Il volto gli si illuminò di un'espressione trionfante: 

"Ho chiuso con Torino. Dalla prossima settimana sono al CORRIERE"

  "Milano ?"

  Annuì.

  "Un bel salto in avanti!" commentai.

"Bah!" minimizzò l'altro, "non esageriamo. Può essere una buona occasione.....Nulla di più."

  Era falsa modestia? Mi chiedevo dove ancora volesse arrivare. 

  Con una disinvoltura che gli ho sempre invidiato allungò la mano verso un carrello carico di bottiglie e ne prese una di cognac.

  "A questa, intanto, le tiriamo il collo" , proclamò.     Tentai di fargli capire che avevo già bevuto a sufficienza per conto mio. Si mostrò contrariato e, prima che le sue proteste salissero di tono, mi vidi costretto a mandar giù qualche dito abbondante di alcool; misera cosa al cospetto della quantità di cognac che l'altro si andava scolando.

Pima che la crescente euforia del mio vicino diventasse  incontrollabile volli approfittare dell'incontro per  cercare di far luce su di un aspetto che ritenevo fondamentale nel racconto di Carlo.

  "Poco fa", esordii, avvicinandomi cautamente all'argomento, "ho partecipato ad un'interessante chiacchierata in tema di esoterismo. Chi mi parlava sosteneva che in città riti e sette sono tanti e tali da non poterne fare un conteggio.  Ora...visto che hai la fortuna di operare da un osservatorio veramente privilegiato", lo lusingai, "sarei veramente curioso di sentire cosa ne pensi".

  L'espressione con cui fu accolta questa domanda tradì nell'interlocutore un evidente sforzo di  concentrazione. Di certo , in quel momento, la sua mente doveva essere lontana mille miglia da un simile argomento.

  Faticò visibilmente a calarsi nel 'ruolo professionale', poi, con tono non privo di solennità , confidò:

  "Se dovessi mettere insieme solo ciò che è passato per le mie mani in questi dieci anni, credimi, potrei ricavarne un libro così", e sollevò l'indice ed il pollice ad indicarne lo spessore.

  "Pensa che...Porch...! Un pò d'attenzione, chediamine!" Questo brusco passaggio di stile era da imputare al gesto malaccorto di un cameriere che, districandosi con difficoltà fra i tavoli, aveva urtato un gomito di Franco col rischio di fargli saltare di mano il bicchiere.

  L'incidente s'era dimostrato provvidenziale; Franco aveva perso il filo del discorso ed io fui pronto ad approfittarne.

  "Che ne sai della "SOGLIA"?

 Il cronista corrugò la fronte e ci pensò sopra per un pò. Quando cominciavo a temere che  non ne sarebbe scaturito un bel niente, improvvisamente sbottò:

  "Già...LA SOGLIA!.......Ne avevo sentito parlare cinque o sei anni fa.....Dovevano farne parte strani individui legati ai riti del  moderno satanismo....Se ben ricordo erano accomunati da una sorta di passione maniacale per gli scritti di Crowley.

  Pare",proseguì, "che la setta fosse originaria della Florida, ma  non mi risulta che a Torino abbia incontrato un ambiente particolarmente favorevole se, come mi sembra di aver sentito dire, la crescente carenza di adepti dovette spingerla a trasferirsi non sò più dove".

  Si fermò e ne dedussi che non avrei potuto cavargli altro.

  "Come mai", chiese , "ti vai interessando a certi argomenti?"

  Ritenni giusto raccontargli la storia legata al quadro e vidi che la cosa lo appassionava più del previsto.    Proseguimmo, così, su quel tema anche quando, usciti dal ristorante, decidemmo di fare ancora quattro passi prima di riprenderci le auto. Scambiammo infine qualche parola sui progetti milanesi del mio amico e, al momento di separarci, scoprimmo che le ventitrè erano passate da un pezzo.

 

 

  Tornai a casa leggermente intontito da uno strano torpore dovuto, mi dicevo, alla permanenza prolungata all'umidità, ma al quale non dovevano essere del  tutto estranee le abbondanti libagioni della serata.

  Prima di andare a dormire mi soffermai a guardare il quadro con un'attenzione assai maggiore di quanto avessi  mai fatto in passato.

  Notavo, per la prima volta , come fosse pervaso da quel tocco di irrealtà tipico della seconda maniera del pittore, anche se mi risultava difficile individuarne le cause.  Osservai attentamente la piccola folla che ne animava la scena fino a localizzare nel mucchio una strana, inquietante presenza; quella di una testa che spuntava per due terzi tra i volti in primo piano, quasi al bordo del soggetto. Rivelava il tratto degli occhi e di parte degli zigomi.

  Ho detto che "rivelava", ma forse ho esagerato. Quelle fattezze, anche se marcate, restavano come offuscate dall'ombra prodotta da un copricapo giallo  molto simile ad un cappello di paglia.

  Di lì a poco la stanchezza prese il sopravvento, andai a sdraiarmi sul divano-letto del salotto e venni colto ben presto da un sonno pesante e senza sogni.

  A notte fonda il rumore insistente di un clacson sulla strada mi fece destare di soprassalto. Avevo la gola secca e l'amaro in bocca. Mi alzai a prendere un bicchiere d'acqua e ricordo che stentai a riaddormentarmi.  Indubbiamente,  se  fossi rimasto sveglio  a leggere qualcosa per il resto della notte, ora non sarei quì a raccontare questa storia.

  Ebbi vivissima la sensazione, già nel dormiveglia, che il salotto, compreso il divano sul quale giacevo, venisse come proiettato; risucchiato, all'interno del quadro e che la scena in esso contenuta assumesse le dimensioni dell'intera stanza.

  Tuttora penso che, se ne avessi avuto la volontà, avrei ancora trovato la forza per ridestarmi. In realtà l'annebbiamento della  coscienza che precede le fasi propriamente oniriche ed una strana sensazione acustica come di crescente ronzio, mi impedivano ogni reazione fino a consegnarmi del tutto indifeso allo stadio del sonno vero e proprio.

  Mi ritrovavo, adesso, in veste di spettatore sotto il porticato della strana raffigurazione del Renier. Ai lati della mia posizione avvertivo, in termini quanto mai realistici , la presenza dei mercanti ed il trambusto che ne circondava l'attività

  Anche la piccola folla antistante assumeva connotati di impressionante veridicità. C'erano, tuttavia, due elementi che contrastavano con un'identificazione completamente realistica. Colpiva il colore dell'ambiente; come condizionato da una dominante calda che non mi è facile definire nè descrivere. Colpivano le fattezze delle persone; i loro tratti tozzi, irregolari e le loro movenze talmente lente ed insicure da avere ben poco di umano.

  Ad un tratto, una di quelle figure cominciò a farsi largo tra la calca e prese a dirigersi verso di me. Mi parve di riconoscerla; i tratti erano  quelli dell'uomo dal cappello di paglia.

  Il suo volto, illuminato ora da una luce frontale, ne rivelava appieno i lineamenti, che subito mi colpirono per un particolare: non avevano nulla in comune con quelli dei soggetti circostanti. Quegli esseri, anche se  animati dalle mie facoltà oniriche, conservavano intatte le sembianze conferite loro dal pittore. S'era verificato, per l'altro, una sorta di trasfigurazione. Era come se le pennellate fossero servite solo da traccia; da tramite, per conferire vitalità ad un essere in carne ed ossa.

  L'espressione era quella terrificante di un uomo di mezz'età in preda ad una sofferenza sovrumana. Gli occhi sbarrati, i nervi facciali contratti fino allo spasimo e la bocca; una bocca rugosa dalle labbra esangui che sembrava pronta a schiudersi in un urlo tremendo.

  Lo strano personaggio avanzò ancora di qualche passo nella mia direzione, ma non riuscì a procedere oltre; come se un invisibile impedimento ne ostacolasse i movimenti.

  Ormai  vicinissimo, l'uomo protese le braccia fin quasi a toccarmi. Ero come impietrito dal terrore. Per quanti sforzi facessi non mi riusciva di  sottrarmi a quella scomoda posizione. Attendevo con raccapriccio che quelle mani mi si posassero sulle spalle quando, dalle arcate antistanti alla piazza cominciò a calare irregolarmente uno strano sipario. Era sangue.

  Ne restai sbigottito. Il liquido, denso e scuro, continuava a scorrere come procedesse su di una superficie invisibile; un qualcosa di trasparente; un diaframma tra la mia posizione e lo spazio al di quà della folla sul quale era riuscito a spingersi lo spaventoso oggetto di quell'incubo.

  Prima che l'intera scena si coprisse di rosso l'uomo dal cappello di paglia emise un urlo raggelante, bestiale.

  Mi svegliai.

  Avevo la fronte fredda e madida di sudore. Un leggero tremito intermittente mi colpiva le membra; ero, lo confesso, in preda al panico.

  Un brutto sogno può capitare a chiunque. Di solito, tuttavia, i ritmi frenetici della moderna esistenza, catturando già dal risveglio la nostra attenzione, forniscono un potente antidoto al disagio che ne segue. Il mio incubo, però, era stato di quelli che lasciano il segno. L'estremo realismo delle cose sognate e la  sensazione quasi tattile delle circostanze facevano sì che il risveglio ricalcasse fedelmente quello stato d'animo che di solito accompagna lo scampato pericolo.

  Bevvi avidamente dal bicchiere che avevo colmato d'acqua ore prima e mi levai in piedi per paura di riaddormentarmi.

  Guardai l'orologio; erano le sette. Dalla strada giungevano fino a me i primi rumori del trambusto cittadino; quegli stessi rumori che tante volte avevo stramaledetto, ma che, adesso, erano musica gradevolissima per le mie orecchie, poichè confermavano che s'era trattato solo d'un sogno.

  Lentamente mi ripresi, mi tornarono in mente i fatti della sera prima e mi sforzai d'imputare gli inconvenienti della notte al Barolo di via Goito e, ancor più, al disgraziato cognac di Franco Tucci.

   Tirai sù le serrande ed una luce intensa invase la stanza. Il  tempo si annunciava splendido.  "Meglio così!" pensai. "Quando ad una giornata piovosa ne segue una di sole, quando non ci sono impegni di lavoro e la famiglia è lontana, quando, soprattutto, la notte ha mostrato il suo lato peggiore, nulla può rivelarsi più indicato di una una lunga camminata senza meta."

             

  Ricordo che girovagai a lungo per via Garibaldi e via Po. Consumai un tramezzino per colazione, poi giù oltre piazza Vittorio  Veneto alla volta di Sassi e   da lì, ancora, con    l'autobus    fino    a Superga.

  Ridiscesi in centro a pomeriggio inoltrato. Avvertivo i benefici effetti dell'aria di collina ma le gambe accusavano qualche segno di stanchezza. Mi rintanai nel primo cinema che trovai; davano un giallo. Lo seguii sbadatamente fino a sera. Feci ancora un'abbondante spesa alimentare in previsione del rientro dei miei e, finalmente, mi decisi a rincasare.

    La terapia si rivelo' proficua; quella notte riuscii a dormire in tutta tranquillita'.

    Il giorno dopo, al rientro di Elsa ed Alberto, conservavo dell'incubo un ricordo molto più sbiadito. Pensai bene di non farne parola.

    Ogni tanto riconsideravo quello spiacevole episodio, ma con sempre minore partecipazione emotiva, anche se, per naturale reazione scaramantica, evitavo accuratamente di rivolgere lo sguardo sull'immagine appesa in salotto.

    Così, poco per volta, il venir meno di timori e riserve mi spingeva a  valutare  il fatto  per quello che  realmente doveva essere stato: un brutto tiro  giocatomi dall'azione congiunta dell'alcool e della fantasia.