Capitolo IX

 

 

  INDAGANDO NEL BALON

 

 

  Mi ero concesso una giornata di pausa dal lavoro e gia' dalle otto del mattino stazionavo nei pressi di un vecchio edificio di via Borgo Dora, situato a mezza strada tra via Mameli e l'antico arsenale.

    Lo stabile, fatiscente e puntellato in piu' tratti, era come compresso tra due costruzioni piu' alte di qualche piano e decisamente meno sinistrate.

  Ricordo che fui colpito dallo stato pietoso in cui versavano i rivestimenti e, soprattutto, le finestre. Queste, prive com'erano di vetri, ed in qualche caso perfino di infissi, rivelavano ai passanti l'interno buio e stonacato di quelle che un tempo erano state abitazioni, sicche' la parte alta del caseggiato finiva per richiamare l'immagine di un macabro cranio scarnificato e con le orbite paurosamente vuote.

    Avevo gia' passeggiato nervosamente per una decina di munuti coprendo piu' volte il tratto che separa quell'edificio dal giardinetto attiguo alla ferrovia.

    Camminando lentamente continuavo a tener d'occhio la vecchia bottega che avevo individuato grazie alle indicazioni di Pino.

    Trovavo strano che ancora si tardasse ad aprire i battenti dei suoi due ingressi; uno dei quali dava sulla strada e l'altro su di un angusto passo carraio che menava dritto ad un cortille dal selciato irregolare ed ingombro di cartaccia.

    Poco al di sopra della porta principale pendeva, agganciata ad un'asta metallica, una vistosa targa in legno con su scritto "ANTICHITA'".

Fino al piu' recente passato ho

trascorso interi pomeriggi in quella zona che rappresenta il cuore del classico 'mercato delle pulci' torinese. Trovavo strano, di conseguenza, il fatto di non aver mai notato, prima d'allora, il magazzino. Cercai di spiegarmelo considerando che le mie visite in zona si erano sempre svolte al sabato; quando una moltitudine variegata e multicolore di ambulanti copre le parti basse di tutti quegli stabili, fino a nasconderle del tutto alla vista dei passanti.

  Nel borsello avevo le foto dei due quadri. Pur di sbrigarmi mi ero adattato a scattarle alla bell'e meglio con una fotocamera polaroid. Nell'attesa, le tirai fuori per verificare, ancora una volta, la riconoscibilita' degli originali. Le riposi rassicurato; anche se di dimensioni estremamente contenute risultavano molto nitide ed il negoziante non avrebbe dovuto stentare a rammentarsi dei quadri che aveva ceduto; tanto piu' che il tempo trascorso dal momento della vendita non era poi così lontano da poterne cancellare il ricordo.

    Quando ormai mancava poco alle nove vidi giungere, finalmente, quello che avrei scoperto essere il proprietario dell'esercizio; un individuo di piccola statura e per di più obeso.

  Appariva visibilmente concitato e tutto trafelato nel tentativo di sopperire con la velocita'  al gran ritardo messo nell'apertura di quel suo antro. Comincio' ad armeggiare a lungo e nervosamente sulle tre grosse serrature dell'ingresso principale offrendo uno spettacolo che, in altri momenti, avrei trovato di una comicita' irresistibile. C'era infatti da chiedersi il perche' di tutte quelle precauzioni in presenza di una porta sgangherata al punto che chiunque ne avesse avuto davvero l'intenzione non avrebbe dovuto faticare granche' a forzarla.

    Prima di presentarmi volli lasciare a quell'uomo il tempo di riprendersi dagli affanni della corsa.

  Avevo appena varcato la soglia del locale che mi sentii investire da una pesante imprecazione seguita da un: "Vediamo di sbrigarci! E' da un'ora che ti sto aspettando!"

    Restai allibito fino a quando non riuscii a darmi ragione di quello che stava per rivelarsi uno spassoso equivoco.

    Era spuntato, da dietro le mie spalle, un ragazzino malmesso e striminzito dall'apparente eta' di quattordici o quindici anni. Mi scosto' garbatamente il braccio che gli impediva di passare e, senza ribattere, a   testa bassa, come un cane bastonato, si affretto' a guadagnare il fondo della bottega.

    Il negoziante accompagno' con un'occhiata arcigna i movimenti del nuovo arrivato che, in tutta evidenza, doveva essere il suo garzone, poi, non appena quello fu scomparso in un vano attiguo, mi strizzo' l'occhio in segno di complice intesa e dichiaro':

  "A lasciarlo fare sarebbe capace di presentarsi a mezzogiorno". Chiese scusa per lo sfogo e si dispose in chiaro atteggiamento d'attesa.

  Non sapevo proprio come iniziare. Temevo che lo avrei insospettito se gli avessi posto qualche domanda a bruciapelo.

    Misi in atto un piccolo stratagemma. Parlai del mio amico; dissi che mi aveva ceduto quei due quadri e che, avendoli trovati particolarmente interessanti, me ne aveva indicato la provenienza nella speranza che riuscissi a trovare altro materiale di mio gradimento.

  Il rigattiere si accosto' con le foto alla luce di una grossa lampada a stelo. Mostro' di studiarsele a lungo grattandosi ripetutamente la nuca, si carezzo' il mento per qualche istante, infine confermo':

  "Posso averli venduti in gennaio o febbraio."

  Nel restituirmi le foto aggiunse, con l'astuzia di un consumato mercante levantino:

    "Qui transita di solito tale e tanta di quella merce che e' gia' difficile rammentarsene a qualche giorno dalla vendita. Di quei quadri mi ricordo invece assai bene. E sa perche'? Quel suo amico, tanto disse e tanto fece, che riuscì a portarmeli via ad un prezzo piu' che stracciato."

  Mostro' di riflettere per un momento ancora ed aggiunse:

  "Dovrebbero esserci ancora parecchi oggetti in quello stock..."

    Chiesi se ne rammentasse la provenienta. Scrollo' le spalle e sorrise.

    "Veda", spiego', "il bello di questo mestiere sta nell'anonimato...di chi vende come di chi compra. Una volta che il materiale e' arrivato qui, o ne e' uscito, dell'origine se ne perde ogni traccia...e perfino il ricordo".

   "Lei", proseguì, "puo' ritenersi fortunato. Quei quadri facevano parte di un blocco che e' rimasto isolato per esigenze di stoccaggio. Venga a cercarvi quel che le pare,  prenda pure cio' che vuole, ma non si sogni di chiedermi notizie che non sono in grado di dare".

    Non scopriro' mai se parlasse in buona fede o se lo facesse per puro calcolo commerciale. Di una cosa ero piu' che certo; mai e poi mai avrei potuto cavare altre informazioni da quell'uomo.

  "Vediamo pure", dissi, "cos'altro ci puo' essere".

   Il rigattiere mi fece cenno di seguirlo. Tocco' un interruttore e si illumino' il vano di un'apertura che, nella semioscurita' della bottega, avevo scambiato per una sorta di nicchia.

    "Attento ai gradini, non vorrei pagarla per nuovo", raccomando' scherzando; stavamo scendendo in un vasto sotterraneo, sicuramente piu' ampio del vano sovrastante.

    Pile enormi di oggetti tra i piu' svariati intasavano una mastodontica scaffalatura che si snodava lungo l'intero perimetro dello scantinato.

    La mia guida fece pochi passi, supero' qualche incertezza ed indico' un punto ad altezza d'uomo in quella specie di alveare. Disposti tra due lunghe assi di legno annerito c'erano varie cose.

  Scorsi, dapprima, una vecchia macchina da scrivere e due belle lampade 'Deco''. Scostai alcune cianfrusaglie fin quando la mia attenzione non fu attratta da una decina di libri disposti in bell'ordine al fondo dello scomparto. Erano volumetti in sedicesimo rilegati in mezzo marocchino rosso e numerati sul dorso con eleganti caratteri dorati. Lessi il frontespizio del primo;  un'edizione 1962 dell'opera omnia di Allan Kardec. Ne sfogliai ancora un secondo ed un terzo per poi soffermarmi sul quinto dal quale, emozionatissimo, staccai un piccolo rettangolo di carta appiccicato nel risvolto della prima pagina. Lo feci scivolare nel taschino superiore della giacca con tale rapidita' e disinvoltura che il gesto sfuggì alla vigilanza del negoziante. Costui, intanto, visibilmente spazientito, aveva preso a fischiettare ed a muovere lo sguardo da un capo all'altro della sconfinata scaffalatura.

  Mi ci volle una bella faccia tosta per dirgli :

    "Prenderei questo" mentre gli mostravo il secondo di quei volumi.

Com'era fin troppo prevedibile, il rigattiere mi squadro' di traverso e seccamente rispose:

"Impossibile! Tutti o nessuno!" Quando allargai le braccia in segno di rinuncia aggiunse:

    "Giusto per cominciare bene la giornata posso darglieli, in blocco, a trecen...".Vide che imboccavo la scala. "Facciamo duecentocinquanta", propose, "e non ne parliamo piu'!"

  Avevo affrettato il passo. Senza voltarmi, sollevai il braccio in un gesto sbrigativo di saluto e guadagnai rapidamente l'uscita.

 

   Mezz'ora dopo ero seduto in un noto bar-rosticceria di corso Giulio Cesare.

    Avevo chiesto un tramezzino e la guida telefonica. Poiche' tardavano entrambi ad arrivare ne approfittai per sentire Elsa. Mi tocco' insistere fino a quando, al terzo dei miei tentativi, finalmente trovai la linea libera.

    "Sai la novita'?" la sentivo concitata.

"Ho parlato proprio adesso con la moglie di Enrico".

    "Ebbene?"

"Da ieri sera e' ricoverato alle Molinette".

Restai di sasso.

  "Cosa gli e' successo?"

  "Un incidente,...uno scontro" e subito mi tranquillizzo', "nulla di grave...un incosciente gli e' andato addosso sotto semaforo".

  Povero Enrico! Solo ora mi spiegavo la causa del mancato appuntamento.

  "Cosa gli hanno riscontrao?" domandai.       "Pare che abbia riportato la frattura di due costole ed un lieve ematoma; dicono che ne avra' solo per qualche giorno...Dimenticavo di aggiungere che la macchina e' andata distrutta".

  Conoscendolo, ero certissimo che il secondo dei due aspetti doveva essere quello che lo stava angustiando di piu'.

  Pregai mia moglie di informarsi sulla possibilita' di fargli visita e riattaccai.

  Affiancati, sul tavolo, c'erano gia' guida e tramezzino.

  Estrassi il foglietto che avevo sottratto al volume; era un ex-libris dalle dimensioni press'a poco di un biglietto da visita. Recava il nome 'Franca VITRIS' ben evidenziato con inchiostro rosso sulla riproduzione di un'antica immagine di Palazzo Madama.

  Provai a consultare la guida e trovai che riportava tre sole volte quel cognome; uno si riferiva a persona abitante in zona Falchera, l'altro ad uno studio professionale del quartiere Lucento, l'altro ancora ad una cartoleria di via Principe Amedeo.

  L'edizione non proprio recente di quei volumi mi aveva fatto temere che fossero passati di mano piu' volte; situazione, questa, che avrebbe complicato di molto l'iter e la sorte stessa della ricerca.

  Ora,l'esito icoraggiante del riscontro operato sulla guida e la stessa esiguita' dei nominatvi, restringendone la rosa dei possibili proprietari, mi autorizzavano ad ipotesi ottimistiche. Unco intoppo: nessuno dei tre nomi iniziava con la lettera F.

  Mi soffermai sulla fattura del'ex-libris. Risultava evidente che non poteva trattarsi di un esemplare di pregio; del genere, per intenderci, realizzato da un artista su espressa commissione di qualche bibliofilo. Rientrava, piuttosto, nella categoria di quelle economiche riproduzioni tuttora poste in vendita un tanto a pacchetto.

  E se i volumi fossero appartenuti proprio ad una persona che vendeva gli ex-libris? La mia attenzione si concentro' sulla  cartoleria. Presi nota di quel recapito sul retro del foglietto e lo custodii nell'agenda.

 

 

 

   Restava da risolvere un aspetto tutt'altro che secondario. Pensai e ripensai a lungo su come avrei dovuto attuare il nuovo e piu' determinante approccio, ben valutando che una mossa maldestra avrebbe potuto  pregiudicare definitivamente l'esito della ricerca. Non potevo prevedere con che genere di persone sarei entrato in contatto, ne' quali reazioni avrebbero avuto. Scartai subito l'ipotesi di preliminari per via telefonica; avrei dovuto inventarmi un sistema che mi consentisse un approccio di tipo personale, tale, in altri termini, da consentirmi di adeguare il mio comportamento alle reazioni dell'interlocutore.

 Decisi che ci avrei pensato su' con calma. Mai e poi mai avrei potuto immaginare che il mio comportamento sarebbe stato influenzato dal caso. 

  Nel pomeriggio inoltrato di quella stessa giornata incombenze improvvise mi avevano condotto in via Accademia Albertina.

  Ero riuscito a sbrigarmi con largo anticipo sul previsto e, prossimo com'ero a via Principe Amedeo, non seppi resistere alla tentazione di andare a curisare al numero civico 37; quello che la guida telefonica faceva corrispondere al nominativo di Irene Vitris.

 Era una modesta cartoleria che, tuttavia, non mancava di colpire per via del singolare contrasto che veniva ad ingenerare con i negozi circostanti.

  L'insegna e gli infissi dell'ingresso, al pari dell'unica vetrina, recavano i segni di un antico decoro; opera di qualche valente artigiano dei tardi ani '40.

 Era come se, per piu' decenni, nessuna mano avesse sentito il bisogno di aggiungervi un tocco di modernita'. Perfino i prodotti, esposti alla vista attraverso spessi vetri dai bordi decorati, erano oggetti del tempo che fu: vecchie cartoline monocrome, cartine geografiche stinte dalla lunga esposizione alla luce, soprammobili ed articoli per ufficio che avrebbero potuto interessare solo i cultori del modernariato.

  Gettai uno sguardo verso l'interno. Era piuttosto buio; avvolto nella penombra. Non mi riusciva di distinguervi alcuna presenza.

  Spinsi la porta ed entrai.