C.XVII  LA CASA FUORI MANO

 

 

Giungemmo sul posto all'imbrunire.

Avevamo lasciato la statale per imboccare un angusto viottolo il cui accesso era reso inconfondibile dalla presenza di due grossi salici.

Da quel punto l'auto fu costretta ad inoltrarsi per un tratto di strada sterrata, sassosa ed in lieve salita. Tutto intorno si stendeva la campagna brulla e triste, animata, a tratti, dalle evoluzioni dei corvi.

Percorremmo , a quel modo, duecentocinquanta, forse trecento metri, di sobbalzi e scossoni prima d'arrestarci in prossimita' d'una costruzione.

Parcheggiammo la Tipo sullo spiazzo ricavato oltre il gomito che la stradina formava attorno alla casa  prima di proseguire ed inoltrarsi a perdita d'occhio nella campagna.  Prossimi al cancello, la luce residua del giorno ci consentì di leggere la targa murata su uno dei pilastri che lo reggevano: 'Villa GORATI - SOLIS'.

Basto' un'occhiata alla facciata dello stabile per rivelare il sostanziale eufemismo di quella scritta.

Al di la' della recinzione non c'era che un rustico composto dal piano terra e da una modesta sopraelevazione.

La casa doveva essere solida, ma, a giudicare dall'intonaco scrostato, bisognosa di qualche restauro. Parte del piano superiore era sistemato a veranda; una veranda molto sui generis  dal momento che i vetri posavano contro un'armatura tenuta sù con abbondante impiego di  fil di ferro.

Il buio, ormai incalzante, impedendoci la lettura d'altri dettagli, ci spingeva a concentrare l'attenzione in un preciso settore del piano alto; quello in cui s'apriva l'unica finestra illuminata. Ci sembro' che le sue tende fossero scostate ed avemmo l'impressione che, dall'interno, qualcuno ci stesse osservando.

Suonammo ripetutamente fin quando sulla porta d'ingresso s'accese una potente lampada che inondo' di luce il cortile antistante.

Comparve sull'uscio una sagoma bassa e scura. La vedemmo procedere incerta verso di noi fino a distinguervi, man mano che s'approssimava , un uomo molto avanti negli anni e dal volto incredibilmente rugoso. Indossava una sorta d'accappatoio scuro chiuso, alla sommita', da una sciarpa gialla che gli girava piu' volte attorno al collo.

Chinando lo sguardo notai che aveva i piedi infagottati in grossolane calze di lana terminanti in un paio di ciabette larghe e sformate.

Aveva reagito al nostro saluto allungando il collo, quasi a voler meglio aguzzare  la vista.

Lo vedemmo tenersi prudenzialmente ad un palmo dal cancello.

"Sono Baretti!" esclamo' il negoziante e levo' ancora una volta la mano in segno di saluto, "Anselmo Baretti e ...questo signore e' un mio amico".

Il vecchio aveva corrugato la fronte e s'era portato una mano all'orecchio. Parve, poi, che la sua espressione si rischiarasse. Emise una voce rauca e catarrosa:

"Ah!...Il figlio di Pino".

"Pino", mi disse Baretti sottovoce, "era il nome col quale tutti chiamavano mio padre".

Il vecchio s'era messo ad armeggiare con evidente difficolta' sulla serratura del cancello lanciando qualche imprecazione al circuito elettrico d'apertura che, a quanto ci fu dato di capire, doveva avere qualche inconveniente.

Quando, a seguito di ripetuti sforzi, riuscì a far girare la chiave nella toppa ed aprì il cancello, questo cigolo' lungamente sui cardini emettendo un rumore che giudicai sinistro; come avesse un che' di cimiteriale.

Preceduti dal Gorati, penetrammo nella casa e continuammo a tener dietro al proprietario che intanto arrancava lungo la scaletta di comunicazione con il piano superiore.

Entrammo, così, in una stanza dall'aspetto accogliente, anche se arredata in maniera a dir poco eterogenea.

Un antico armadio a vetri traboccante di servizi da tavola occupava i due terzi della parete di fronte, fin quasi a toccare le imposte della finestra che dava sul cortile. Alla nostra sinistra, un divanetto, due poltrone ed un tavolo da thè, che dovevano aver conosciuto tempi migliori. Poco oltre, una stufetta elettrica sistemata quasi a ridosso d'un credenzone.

Ci girammo e l'occhio cadde su di un mastodontico TV color ultramoderno adagiato su di una mensola a muro. Piu' in la' ancora due sedie col fondo di paglia.

La superficie delle pareti risparmiata dai mobili era in parte occupata da vecchie vedute sommariamente incornicite tra le quali campeggiava, per dimensioni, una riproduzione della Torino del '700; uno di quei panorami 'a volo d'uccello', del tipo ch'è così frequente trovarsi sott'occhio in molti uffici pubblici della citta'.

Continuando a curiosare. la vista fu attratta da un insolito aggeggio che mi richiamo' subito alla memoria lontani ricordi d'infanzia. Era un antico grammofono a corda; roba che, ormai, si stenta a reperire perfino nei mercatini delle pulci.

 

"E' l'unico posto decente in cui farvi accomodare", disse il vecchio; "di sotto sto ristrutturando e ne avro' ancora per un paio di mesi".

Parlando aveva messo mano al credenzone ed ora ci veniva incontro tutto indaffarato con bottiglia e bicchieri.

"Moscato d'Asti d'un'annata eccezionale", assicurò, poi, come per scusarsi, "al momento", aggiunse, "non ho altro".

Dopo una pausa d'imbarazzo, impiegata a degustare il vino:

"Porini mi ha tanto parlato di lei", fece il vecchio rivolto a Baretti, " ma lui come sta? Mi capita di sentirlo, ogni tanto, ma e' una vita che non lo vedo".

E Baretti:

"Come vuole che stia? Come al solito...Sputa salute da tutti i pori".

"Bene! Bene! Ne ho piacere....Vuol dire che ancora non s'e' deciso  a prendere per se' le porcherie che rifila ai clienti della farmacia", e si lascio' andare ad una risata di autocompiacimento che mise a nudo il contenuto sgangherato della bocca. Stento' a ricomporsi e, quand'ebbe assunto un'aria piu' compassata, si premuro' di chiedere al negoziante come andassero i suoi affari.

"Avrei torto a lamentarmene. Anche se tira una brutta aria di crisi, i clienti non mi mancano e,...in definitiva,...riesco ancora a ricavarci di che vivere".

A quella risposta, che m'era parsa un modo rituale per avviare il discorso, vidi che il vecchio assumeva un'espressione dubbiosa; come se quell'assicurazione non l'avesse lasciato del tutto convinto.

"Potrei dirmi soddisfatto", l'altro continuo', "se non fosse per...", e non riusciva a trovare le parole giuste per proseguire.

"Fatti strani", intervenni, "fenomeni inspiegabili che, ogni tanto, si manifestano...".

"Sara' mica per qualche presenza indesiderata?"