C. XXI  LA DRAMMATICA SCOPERTA

 

 

 

Era calata tutt'intorno una nebbia densa e penetrante. Accendemmo i fari e l'intera zona parve assumere un aspetto ai limiti del reale, fin quasi a darci la sensazione d'essere immersi in una dimensione priva di tempo e di spazio.

Mentre l'auto gia' s'allontanava gettai uno sguardo dal lunotto posteriore. La casa di Gorati sembrava aver perso i contorni insieme ai tratti di facciata non raggiunti dalla luce della finestra e da quella che ancora continuava a rischiarava il cortile.

Ripercorremmo la stradina angusta e dissestata che ci aveva portato a quel singolare incontro e che ora ci avvicinava alle luci della statale. Le scorgemmo solo quand'erano poco piu' in la', tanto nebulose da non riuscire ad evidenziare le sagome dei salici sul limitare della diramazione.

 

Ero uscito da quella casa convinto che, sulla via del ritorno, avrei avuto accanto un compagno particolarmente loquace. Le informazioni ricevute erano piu' di quanto fosse dato sperare ed è certo che le ragioni per commentarle  non ci mancavano. Non riuscivo a spiegarmi, di riflesso, la vera e propria crisi di mutismo che sembrava essersi impadronita di Baretti.

Se gli rivolgevo la parola la cosa sembrava infastidirlo, rispondeva  alle domande articolando semplici monosillabi, ed anche questo pareva costargli fatica. Che dipendesse dalle difficolta' della guida? Lo ritenni probabile. Pilotare il veicolo, in quelle condizioni era tutt'altro che agevole. Occorreva procedere con molta cautela.

In qualche tratto la nebbia appariva piu' rada, cresceva la visibilita' ed aumentava, di pari passo la velocita' della Tipo, ma, percorso qualche centinaio di metri, la presenza d'un nuovo banco tornava ad imporre le stesse limitazioni di prima.

Baretti se ne stava con lo sguardo incollato alla strada, ma non c'era da farsi illusioni e penso proprio che fosse impegnato a mantenere il necessario equilibrio tra la cura della guida ed i pensieri che di certo gli frullavano per il capo.

Ero sicuro di possedere la risposta ad una parte almeno dei suoi interrogativi. C'era da scommetterci che, se mi fossi deciso a fornirgliela, avrebbe cambiato atteggiamento. Per farlo, tuttavia, avrei dovuo tirare in ballo, con tanto di nomi e di date, l'impresa di quei tre. Francamente non m'andava  d'infangarne la memoria, così mi rassegnai a sorbirmi il mutismo sempre piu' ostinato del guidatore.

Una decina di minuti ancora trascorsi nel piu' assoluto silenzio mi spinsero all'ennesimo tentativo di strapparlo alle sue meditazioni.

"Tra quanto pensi che saremo a casa?"

"Eh....?"

Non aveva nemmeno sentito la domanda e mi tocco' ripeterla.

"Meno...di...di mezzora...Scusami", lo sentii farfugliare, "pensavo a qualcosa;...lontani ricordi d'infanzia che mi tornano in mente".

Mi chiesi, stupito, come avrei dovuto giudicare un tipo che,  dopo le rivelazioni appena ricevute, andava a perdersi dietro simili fantasticherie.

 

In capo a mezz'ora eravamo di nuovo in citta'.

Inaspettatamente Baretti riacquisto' l'uso della parola:

"Ti seccherebbe se facessimo un salto in negozio, prima d'accompagnarti a casa?"

"Pe me...fai pure", e cercai d'indovinare quale potesse essere l'oggetto di quest'altra stranezza. Che avesse dimenticato qualcosa? Ma che diamine poteva esserci di tanto inderogabile da non lasciargli nemmeno il tempo per una modesta deviazione?

Con una manovra piu' che approssimativa parcheggio' la Tipo in prossimità del negozio e ne attraversammo il cortile.

Giunto alla saracinesca, vidi Baretti particolarmente agitato e mi disposi ad aiutarlo. La sollevammo di quel tanto che ci consentisse il passaggio. Una volta all'interno, notai che s'affannava a riabbassarla ed anche questo particolare non manco' di stupirmi. A che prò compiere  tale manovra quando la permanenza avrebbe dovuto essere di brevissima durata?

Lo sguardo del negoziante vagava, ora, alla ricerca di qualcosa. Lo vidi dirigersi verso un punto ben preciso, a destra dell'ingresso, non molto lontano dal banco di vendita.

Rovisto' nervosamente all'interno d'un baule fin quando non ne trasse un pesante arnese; un utensile mai visto prima. Si trattava, inequivocabilmente, d'un'ascia, ma provvista, sulla sommita', d'una protuberanza lunga ed aguzza che la rendeva, in parte, simile ad una picozza.

Non mi lascio' il tempo di porgli domande che mi tiro' lì, a bruciapelo:  "mi aiuteresti a frantumare la porta?"

"La porta?" gli feci eco sorpreso "E perche'?...A quest'ora, poi,...col rischio di disturbare il caseggiato...".

"Prima lo facciamo, meglio sara'!" s'impunto', ed il fatto che parlasse in tono estremamente determinato m'indusse ad immaginare che, per l'intero tragitto, non avesse pensato ad altro.

Reagì alle mie resistenze emettendo il sospiro tipico di quanti, anche se controvoglia, sono costretti a fornire delle spiegazioni.

Mi si avvicino', poso' l'ascia accanto alla cassa e:

"Ci ho riflettuto a lungo;...non resta altra soluzione".

Cercavo d'intuire cosa  potesse averlo spinto ad una misura così drastica.

"Dimmi!" domando', "ritieni attendibili le dichiarazioni del Gorati?"

Ci pensai per un momento, poi risposi affermativamente.

"In ogni loro parte?"

"Sostanzialmente.....si!"

"Anche a proprosito del punto  in cui i due avrebbero visto lo spettro?"

"Quali motivi avrei per dubitarvi?"

"E' quello che mi chiedo amch'io", concordo' Baretti.

Pensavo di cominciare a capire.

"Ricordi", incalzo' l'altro, "il punto esatto indicato da Gorati?"

Per tutta risposta levai il dito in direzione del corridoio.

"E' diverso dal luogo in cui tu e gli altri l'avete visto...Ne convieni?"

Chinai il capo.

Quel gesto parve soddisfare Baretti, che assunse un'espressione meno tesa e salì a sedere sul bancone.

"Stando a quanto c'e' stato rivelato", riepilogo', "l'attuale corridoio era anche il luogo in cui, da vivo, amava trattenersi il padre di quei due.

Il fatto che sia stato visto proprio lì la prima volta calza a pennello con quel che sostengono le tradizioni popolari. Non si dice, forse, che i defunti tornino a manifestarsi nei punti che piu' avevano cari in vita?

Gli stessi eredi del vecchio s'erano mossi nel rispetto di tale credenza quando avevano fatto in modo che la luce penetrasse abbondante in questo tratto del negozio.

Non ti dice niente il fallimento di quelle precauzioni?"

"Pensi che il ritorno del fantasma sia legato alla presenza del porta?"

L'altro annuì.

"E non e' tutto." lo sentii aggiungere "Hai notato quant'e' bassa?...Non trovi che sia anche esageratamente stretta?"

Non ci avevo fatto molto caso e dovetti riconoscere che aveva ragione.

"Devo confessarti", aggiunse , "che, pur senza spiegarmene la ragione, la vista di quell'oggetto non m'era mai andata del tutto a genio. Solo stasera, forse perche' stimolato dal racconto di Gorati, sono finalmente riuscito a capirne il perche'.

Mentre guidavo alla volta di Torino c'era un'immagine che mi tornava con insistenza alla memoria; quella d'una vecchia, tanto minuta e malferma da dover procedere col sostegno d'un'altra persona. Piu' che un ricordo, una specie di flash, fulmineo e come offuscato da una nebbia simile a quella che ci ha ostacolato il rientro.

Lentamente, poi, e' stato come se l'immagine si stabilizzasse per dilatarsi in una scena...ed alla fine ho ricordato.

Mi son rivisto bambino, ad Asti, ch'e' il luogo d'origine della mia famiglia. La vecchia era la nonna materna che mio padre ed io talvolta accompagnavamo in visita al cimitero.

Ecco dove avevo visto porte in tutto simili a quella; custodivano l'accesso di alcune cripte.

Naturalmente sara' impossibile sapere dove e perche' il padre di quei due se la fosse procurata, ma la circostanza che l'avesse fatta passare per un pannello prima di riadibirla al suo ruolo lascia adito a mille inquietanti supposizioni.........Non trovi?"

Non aggiunse altro, riprese l'ascia e s'avvio' in fondo al locale.

Se dicessi d'essermi lasciato convincere forse mentirei. Ma devo ammettere che le parole di Baretti mi avevano parecchio impressionato.

Lo seguii senza che avessi chiaro cosa fare. L'altro mostro', invece, di saperlo fin troppo bene.

Aveva adocchiato, ritto in un angolo, un grosso tondino di ferro, che ando' a posare per terra, proprio al fondo del corridoio. Lo sistemo' in maniera tale che i bordi metallici delle scaffalature a muro ne trattenessero gli estremi.

Mise mano alla porta, tuttora appoggiata a poca distanza dai ganci, e la lascio' scivolare lungo la parete, fino a bloccarne contro il tondino il bordo inferiore.

Senza tradire la minima esitazione, senza una parola, levo' in alto l'ascia e fece calare un forte fendente sul legno che ora formava un piano inclinato.

Continuo' a vibrare colpi con forza crescente, sempre piu' rabbiosa. Vidi saltare delle schegge, ma la massa pareva resistere.

Il quinto colpo, piazzato sulla traccia dei precedenti, causo' un'evidente lesione lungo tutto il filo del legno. Baretti si fermo'. Immagino lo facesse per raccogliere le forze in vista della botta finale.

Aveva posato l'ascia e si stava passando sulla fronte il dorso della mano quando notai, sulla porta, una scalfittura che nulla aveva a che vedere con l'opera di demolizione appena intrapresa. Si trattava d'un segno che non poteva tornarmi nuovo; mi ricordava il dettaglio dell'acino d'uva legato alla mia seconda visita in negozio. Approfittai allora della pausa per porre a Baretti qualche domanda:

"Rammenti, per caso, a quale data Gorati puo' aver fatto risalire il furto?"

Il negoziante si gratto' il mento:

"Il 28,...si,...mi pare proprio che abbia parlato del 28 luglio".

Coincideva perfettamente con quella in cui Luca e gli altri avevano messo in atto la loro bravata.

"E la data in cui sarebbe morto Adelio?"

"Questo il vecchio non l'ha detto".

"Peccato!" esclamai, "e se provassimo a chiederglielo?"

"Non ce n'e' bisogno!....Giacomo, a suo tempo, me ne aveva parlato...E gia!...Che strana coincidenza!...Pensa un po'...lo stesso giorno in cui la porta s'e' stataccata dai ganci".

Senza che se ne avvedesse stava per rispondere anche alla terza domanda che gli avrei posto.

"Ma sì!...Certo!...Proprio il tre settembre".

Impressionante! Ricorreva la stessa data quando, attorno all'alba (stando ai referti della perizia), i miei amici s'erano lasciati sopraffare dalle micidiali esalazioni del metano.

Ed il fatto che, contemporaneamente, la porta era venuta giu', cos'altro poteva significare se non la conclusione, tragica ma definitiva, di quelle enigmatiche apparizioni che si ripetevano da decenni?

Pensai, allora, che, accanendosi contro quell'oggetto ormai innocuo, Baretti stesse sprecando inutilmente le sue forze.

Studiavo come avrei dovuto fare per fermarlo quando l'altro, repentinamente, riprese l'ascia ed assesto' un colpo tremendo che divise di netto la porta in due.

Ora Baretti, raddrizzata la schiena ed abbandonata la scure, stava tirando un profondo sospiro di sollievo.

Il mio sguardo era ancora incollato a quel che restava della porta. Avevo la sensazione che, sotto l'urto dell'ultimo fendente, qualcosa si fosse staccato dal legno; forse una grossa scheggia, e che fosse caduta al di la' della superficie colpita.

Andai a guardare lateralmente, sul breve tratto di pavimento coperto dal piano inclinato, e vidi un oggetto oscuro dalla forma indefinibile, che m'affrettai a raccogliere.

Baretti mi si era accostato incuriosito.

Sollevai un lungo sacchetto di pelle nera il cui aspetto calzava, in tutto, con la descrizione che Tonetti aveva dato del contenitore delle monete.

V'introdussi la mano e frugai  fin quando non toccai qualcosa di diverso dalla pelle. Poco dopo avevo tra le dita un minuscolo pezzo di carta; un frammento di materiale da imballaggio. Mi ricordava qualcosa.... A pensarci bene....Certo! Struttura, tipo e colore ricordavano l'involucro di carta crespata che Luca s'era affrettato a lacerare sul tavolo della piola.

Ed allora?

La ragione si rifiutava di trarre conclusioni mentre l'immaginazione gia' correva lungo itinerari preclusi ai rigori della logica.

Cominciava a prender corpo, nella mente, l'immagine d'un uomo disperato che l'approssimarsi della morte gl'impedisse di mettere a segno una vendetta lungamente meditata. Me lo figuravo intento a manomettere quella porta, dalla provenienza cupa e misteriosa, per occultarvi le monete insieme a quella stampa destinata ad assumere il valore d'un macabro avvertimento.

Ecco perche' neanche i figli avevano potuto mettere le mani su quei preziosi esemplari numismatici; li aveva destinati a fare da esca; una diabolica tentazione alla quale sarebbe stato difficile resistere.

Scostando dal muro uno delle assi notammo che i colpi d'ascia  avevano messo a nudo un ampio incavo abilmente mimetizzato tra le modanature del legno. Rivolgemmo ancora lo sguardo al pavimento ed ecco, poco piu' in la', una specie di tassello dai contorni irregolari.

Baretti mi prese di mano il sacchetto ed istintivamente provo' a soppesarlo. Si passò più volte una mano tra i capelli.

"Ecco l'ennesimo rompicapo!" esclamo', "hai saputo mai di qualcuno che si sia affannato ad occultare un contenitore vuoto?" e non riusciva a staccarmi di dosso lo sguardo sbalordito.

Cos'avrei dovuto dirgli?...Che la porta aveva custodito per piu' di quarant'anni il micidiale contenuto della borsa?

Se anche mi fossi deciso a vuotare il sacco, quante probabilita' avrei avuto che mi credesse?

Ancora una volta preferii tacere, e resto tuttora convinto che sia stato meglio così.

 

Mentre Baretti mi riaccompagnava non riuscivo a distogliere il pensiero dai rottami della porta che avevamo abbandonato presso un cassonetto dei rifiuti. Quale sarebbe stata la loro ultima destinazione ? Preferii immaginarli in un inceneritore piuttosto che recuperati da qualche passante.

 

Quella notte non mi riuscì di chiudere occhio, ne' ando' gran che' meglio nella successiva.

Nei giorni che seguirono accadeva, spesso, che mi destassi di soprassalto per poi trascorrere ore intere a riflettere sull'eccezionalita' di questi fatti.

Spesso cercavo di liberarmene discutendone con Franco, che stavolta, pero', mostrava di andarci cauto con le spiegazioni scentifiche.

Fortunatamente, il tempo, rivelandosi un antidoto davvero eccezionale, ha finito per attenuare di molto sensazioni e ricordi legati a questa storia. Ora, poi, sono così sbiaditi da lasciarmi, quasi, l'impressione di non averla vissuta in prima persona.

Col trascorrere degli anni potrei dimenticarmene addirittura.

Perche' uso il condizionale? Per il fatto che, talvolta, mi accade ancora, nel dormiveglia, di rivedere Luca, Pino e Rodolfo. E' come se avanzassero al rallentatore in uno spazio fuori dal tempo. E,....ci credereste? A volte ne ricevo l'impressione che le loro movenze siano come ritmate sulle ultime note stentate dell'insolita musica ascoltata in casa Gorati.