Capitolo X
Il campanello collegato all'ingresso emise un prolungato
tintinnio. Da una porta posta all'altro capo del locale e che, con tutta
probabilita', immetteva nel retrobottega, spunto' un'anziana signora sulla
settantina Mi venne incontro muovendo
ritmicamente il palmo della mano per invitarmi ad aver pazienza.
Potevo osservarne la figura man mano che procedeva dietro il
lungo tavolo di mogano; l'unico tratto del negozio rischiarato da
un'accettabile illuminazione.
Era di statura minuta, vestita di nero. Aveva capelli di un
grigio cenere raccolti con cura sulla nuca. Magra, dai lineamenti fini e con
una pelle di incredibile delicatezza. Mi colpiva lo sguardo dei suoi occhi
neri, piccoli e mobilissimi; decisamente troppo vivaci per una donna di
quell'eta'.
Aveva posato ora le mani sul banco ed era intenta a squadrarmi
dall'alto in basso.
Passai fulmineamente in rassegna le possibilita' che avevo di
attaccare discorso in maniera credibile e senza destare pericolose diffidenze.
Chissa' come mi torno' in mente l'immagine dell'antica macchina
da scrivere vista nello scantinato del Balon. Mi decisi, allora, ad esordire
con una spudorata menzogna.
"Vorra' scusarmi per il disturbo", dissi, "ma ho
avuto la fortuna di acquistare da un rivenditore di anticaglie alcuni oggetti
appartenuti un tempo alla sua famiglia. Mi riferisco, in particolare, ad una
vecchia macchina da scrivere; una 'Corona' molto ben tenuta, ma sprovvista,
purtroppo, della sua custodia originale. Cortesemente il rivenditore me ne ha
indicato la provenienza perche' provassi a recuperarla...Chissa' che lei non
sia in grado di aiutarmi".
La vecchia mi scrutava con uno sguardo indecifrabile. Non
riuscivo a capire se per via di una precauzionale forma di diffidenza o perche'
stesse facendo, come si suol dire, mente locale.
"Capisco di darle una seccatuta", ripresi, "ma,
cosa vuole? E' il perfezionismo dei collezionisti;...lo stesso impulso che mi
ha spinto a comprare la coppia di lampade 'Deco' che erano con la
macchina...Non fossero state appaiate avrei lasciato perdere".
Solo a quel punto l'espressione dell'anziana signora parve
aprirsi ad un timido sorriso.
"Ah!" esclamo', "ma sono oggetti della povera
Franca".
Avevo avuto fortuna.
La donna mi parlò della sorella maggiore venuta a mancare un anno
prima. Poi, lasciando trapelare un intento giustificatorio, aggiunse:
"Per tanti anni siam
vissute insieme dividendoci il retro di questo negozio. E' un'abitazione modesta,
sa'? Capira', di conseguenza, perche', alla sua morte, pur di ricavare un po'
di spazio, sia stata costretta a separarmi da molte delle sue cose. Alcune le
ho tenute con me, altre ho dovuto sistemarle in cantina". Mostro' di
riflettere per qualche secondo e:
"Mi spiace per lei, ma, con quella custodia dovra' mettersi
l'animo in pace; che io ricordi la macchina ne e' stata sempre
sprovvista".
Mentre la donna parlava avevo estratto dal borsello le due foto e
le avevo adagiate sul banco in maniera tale che restassero visibili solo per il
dorso.
"Pazienza per la custodia", mormorai in tono
rassegnato, "ma..., c'e' ancora una cosa che mi preme chiederle".
Inclino' il capo nel gesto tipico di chi vuol dimostrare disponibilita'. Rigirai le foto e gliele
porsi.
La vecchia impallidi immediatamente.
Ne poso' una e continuo' a
fissare come trasognata quella che riproduceva il mio quadro.
Compresi che si sforzava di padroneggiare un'intensa emozione.
Alla fine, con un tono di voce che non avrebbe convinto nessuno:
"Questi proprio non li ricordo!" esclamo' e si
affretto' a restiturmi le foto.
Le mani le tremavano.
"Sono opere di Renier", incalzai e, puntando l'indice
su una delle immagini, aggiunsi:
"Riproduce un quadro che mi sta rendendo la vita
difficile". La fissai con insistenza. "Spero proprio che vorra'
essermi d'aiuto".
"Non vedo proprio come potrei", ribatte', ma la voce le
si era ridotta ad un filo.
Talvolta, pur contianuando a discorrere, si dà il caso che ci si
esprima con gli occhi piu' e meglio di quanto si faccia con le parole. L'altra
dovette captare il mio messaggio muto e comprendere che non ero disposto a
mollare la presa.
Restammo a guardarci in viso per alcuni secondi che mi parvero
un'eternita', poi, in maniera del tutto inattesa la donna domando':
"E...in quali termini le rende difficile la vita?"
Mi aggrappai a quella larvata possibilita' che mi si stava
offrendo.
"In termini molto brutti!" risposi, "tanto brutti
che non mi sentirei di augurare al peggiore dei miei
nemici".
La vecchia fece ancora un gesto che mi lascio' sperare bene.
Riprese dalle mie mani la foto e la guardo' a lungo.
Sentii suonare di nuovo il campanello collegato all'ingresso. Nel
negozio era entrata una ragazzina poco meno che adolescente; chiedeva una
scatola di pennarelli.
La donna servì la nuova venuta con fare meccanico; intanto non mi staccava gli occhi di dosso.
Quando quella fu uscita:
"Cerchi di capire...", disse con notevole sforzo,
"c'e' di mezzo una questione molto delicata" e non ando' oltre.
La scongiurai affinche' continuasse fino a quando, pressata dalle
mie insistenze, parve cedere.
"Venga a trovarmi stasera", mormoro', "...dopo
cena. Suoni al portone accanto; c'e' la
targa, 'Irene Vitris'".
La ringraziai con tutta la gratitudine che in quel momento potevo
provare nei suoi confronti.
Mentre stavo per avviarmi alla porta sollevo' lentamente l'indice
all'altezza del naso:
"E...soprattutto...",
raccomando', "discrezione!"
Mi ritrovai per strada in condizioni di comprensibile agitazione.
La concreta possibilita' di venire a capo di quel terribile rebus
mi rendeva emozionato e nervoso al tempo stesso. Conoscendomi, sapevo che avrei
trascorso nella massima ansieta' le ore che mi separavano da quell'appuntamento
e pensai di cercarmi un diversivo.
Risalendo via Po ero arrivato, senza quasi che me ne accorgessi, all'altezza dell'antica sede
delle facolta' umanistiche. Da quel punto in poi si snoda, fino a coprire
l'intero spazio di due isolati, una lunga fila di chioschi e bancarelle che
trattano libri usati; proprio cio' che mi ci voleva per distrarmi e scaricare
la tensione accumulata.
Notai, al secondo di quei banchi una bella pubblicazione sulla
storia dell'abbigliamento in Piemonte. Era adagiata in maniera invitante
proprio al di sopra di una grossa fila di altri volumi. M'incuriosì e cominciai
a sfogliarla.
Era arricchita da numerose tavole fuori testo che recavano, con
studiati accostamenti, riproduzioni e disegni sui capi di vestiario attraverso
usi e costumi succedutisi nel tempo. Mi soffermai ad ammirare immagini del
'700; splendide riproduzioni di quadri sulla vita alla corte di Vittorio Amedeo
II. Mostravano imponenti cerimonie, eventi bellici e scene di caccia.
Riponendo il volume mi tocco' una sgradita sorpresa; era sparito
il borsello che avevo posato poco prima per avere le mani piu' libere.
Restai incredulo per qualche momento illudendomi che qualcuno
potesse averlo semplicemente spostato. Sempre più innervosito guardai poi a perdita d'occhio in ogni
direzione; niente. Interpellai concitato il libraio; aveva finito proprio
allora di contrattare con un cliente e non aveva visto nulla.
"Pazienza!"
Pensai che avrebbe potuto andarmi anche peggio e che, in fin dei
conti, la perdita subita non era tale da meritare una solenne arrabbiatura. Mi
confortava il fatto di aver lasciato dal carrozziere le chiavi dell'auto, mi
tastai la giacca e verificai che avevo in tasca le chiavi di casa ed il denaro,
ovviamente, era al sicuro nel portafoglio. Ci rimettevo l'agenda, alcuni
documenti di lavoro e quelle foto dei quadri che, ormai, non avrebbero dovuto
più servirmi .
Ripresi rassegnato per la mia strada; se cercavo un diversivo non
era tanto il caso che mi stessi a lamentare proprio ora che potevo dire di
averlo trovato.
Il furto del borsello non rappresento', purtroppo, l'unico evento
degno di nota prima dell'incontro serale. Un altro se ne verifico', molto
strano e per il quale non riusciro' mai a darmi una spiegazione del tutto convincente.
Accadde all'imbrunire.
Ero ormai a pochi passi da
casa, quando ebbi come un improvviso annebbiamento della coscienza.
Niente a che vedere con i
disturbi che, di solito, precedono i mancamenti. Tengo anzi a premettere che,
anche se stressato da una giornata ricca di avvenimenti, non accusavo il
benche' minimo senso di prostrazione.
Gettavo un'occhiata distratta alle luci stradali che proprio
allora si andavano accendendo quando cominciai a percepirle come fossero
altalenanti. Era un effetto ottico raffrontabile a quello di uno zoom sul quale
si sia perso il controllo.
Avvertivo, quasi contemporaneamente, che i rumori del traffico
perdevano d'intensita'; si attenuavano per dar luogo, progressivamente, ad un
silenzio irreale, inconcepibile a quell'ora ed in quella zona.
Non riuscirei a quantificare la durata di un siffatto fenomeno;
dovette protrarsi per otto o dieci secondi al massimo.
Quando mi fui ripreso notai, con stupore, che non accusavo alcun
sintomo di residuo stordimento. Era, semplicemente come se, per alcuni istanti,
qualcuno o qualcosa mi fosse passato accanto ed avesse avuto il potere di
sottrarmi frammenti di coscienza.
Ne restai sorpreso, ma, alla fin fine, la cosa non mi preoccupo'
piu' di tanto. Sul momento ne attribuii la causa a possibili abbassamenti di
pressione ai quali, anche se di rado, vado talvolta soggetto.
Non volli pensarci oltre ed imboccai deciso le scale di casa
dove avrei consumato un pasto frugale
per ritrovarmi puntuale all'appuntamento.