Capitolo VI

 

 

  LE CONFIDENZE DEL CLOCHARD

 

 

 

    La mia giornata lavorativa volgeva al termine; piena com'era stata di grane ed imprevisti mi aveva lasciato stracco morto.   Mi stiracchiai a lungo teso sulla sedia, la feci slittare all'indietro premendo con le mani contro il bordo del tavolo ed istintivamente lo sguardo cadde sul grosso orologio di ceramica: le sedici e trenta. Non ebbi il tempo, tuttavia, di formulare considerazioni sulla puntualita' di Tucci che questi fece capolino dalla porta dell'ufficio.

    Ero lì che sbadigliavo.

    Franco mi squadro' di traverso.

    "Non farci caso", lo pregai.

    Cavai dal cassetto della scrivania la guida toponomastica e gli andai incontro con un sorriso che voleva essere un tentativo di farmi perdonare il gesto con il quale l'avevo accolto.

  Piu' tardi, al bar dell'isolato, dopo che per una buona mezz'ora avevamo parlato del piu' e del meno, "non mi hai ancora detto", gli ricordai, "cos'avevi ieri di tanto importante da non poterne parlare per telefono".

    Franco si lascio' sfuggire un sorriso malizioso. Fece un segno con l'indice a significare che me ne avrebbe parlato di lì a poco e, al tempo stesso, batte' ripetutamente con l'altra mano sul coperchio della ventiquattr'ore dalla quale, per tutto quel tempo, non era riuscito a  separarsi

    Mancava poco piu' di un'ora all'imbrunire. Poiche' il bar era a due passi dal Valentino, ci avviammo, passo dopo passo, lungo un viale alberato che costeggia il parco.

    Franco continuava a parlare del suo impatto con l'ambiente milanese, ma trattava ormai l'argomento con sempre minore partecipazione. Di fatto avvertivamo entrambi un certo disagio: io, perchè aspettavo con crescente curiosita' di capire cosa diavolo ci fosse in quella borsa; l'altro, perche', in una sorta di gioco perverso anche se amichevole, intendeva cucinare la mia attesa al punto giusto prima di arrivare a rivelarmelo.

    Una volta seduti sulla prima panchina che ci riusci di adocchiare, Franco si decise e venne al nocciolo della questione.

 

    "Nel corso del mio ingrato mestiere", dichiarò,  "posso dire di aver avuto due momenti veramente fortunati..."

Interpose una calcolata pausa di silenzio.

  Mi chiedevo dove volesse andare a parare. Temetti che stesse per intercalare qualche nota apologetica sull'eccezionalita' del proprio operato professionale quando l'altro riprese:

"Il primo fu tre anni fa; quando svelai i meccanismi truffaldini di una società".

    Capii che si riferiva ai 'bidoni' della 'Fidarsass'; una sedicente finanziaria che, attraverso raggiri vari, era riuscita a bruciare i risparmi di parecchi malcapitati.

    "Il secondo", proseguì battendomi una mano sulla spalla, "lo devo a te!"

    L'affermazione mi lascio' comprensibilmente interdetto.

  Franco pareva deliziato dal mio sguardo stupefatto.

    "E' una storia un pò lunga e davvero singolare", aggiunse, "che lascia riflettere su quanto strane possano essere le circostanze dell'esistenza..."

    Mi ero ripreso dall'impatto con quell'esordio. Lo pregai di tagliar corto.

    "Ero da poco alle prese con il mio nuovo lavoro", rivelo', "quando il capo-redattore mi propose alcuni servizi sul mondo dei clochards; un tema che tirava parecchio e che gia' era stato trattato in tutte le salse a    livello urbano. Ci aveva inzuppato il pane un vecchio marpione della cronaca con la scusa di conoscere a fondo questi risvolti della realta' milanese.

    A me, nuovo arrivato, tocco' spostare il raggio d'azione nell'hinterland e, piu' oltre, in alcuni grossi centri della Lombardia. Non era certo il 'top' degli incarichi, ma dovetti fare buon viso a cattivo gioco ed accettare.

    Questo servizio, per il quale sono certo di essere il meno tagliato, mi porto' a girovagare per gli ambienti piu' malsani che possa immaginarti: stazioni ferroviarie di provincia, dormitori ed accampamenti di fortuna. Fui costretto ad assistere ad alterchi selvaggi tra barboni, prostitute e drogati di ogni specie.

    Monza rappresentava l'ultima tappa di quello scomodo tour, poi avrei chiuso. Restava da visitare una specie di ostello messo su da un ordine di religiosi;... qualcosa di simile, se ben rammento, ai frati francescani.

    Dopo una visita affrettata a quello che veniva pomposamente definito 'refettorio' ero pronto a spingere la mia indagine nel locale adibito a dormitorio; uno stanzone tutto sommato abbastanza pulito, ordinato e che, tuttavia, metteva addosso una tristezza mortale.

    Era pomeriggio inoltrato. Notai che era stata fatta un'eccezione al divieto che gli 'ospiti' hanno a soggiornarvi prima di sera.

  Su di un lettino, posto a ridosso di una finestra alta, stretta e quasi intermante protetto dal cono d'ombra determinato dalla muratura, giaceva un poveraccio dall'eta' indefinibile. Potra' aver avuto...che so...cinquanta come anche settant'anni.

 

    Mi avvicinai; ero convinto che stesse dormendo. Lo vidi, invece, che apriva gli occhi e mi fissava.

   La pelle del volto era scura e rugosa; per quel tanto, almeno,  che era possibile osservare dato che gran parte della faccia scompariva in una folta barba grigia e sporca che faceva tutt'uno con una capigliatura incolta al punto da essere ormai refrattaria all'azione di qualsiasi pettine.

    Restammo a guardarci senza parole fino a quando l'altro non ruppe il silenzio per chiedermi qualche sigaretta. Gli offrii uno dei due pacchetti che avevo sempre di scorta nel borsello. Lo sconosciuto, temendo forse un mio ripensamento, si affretto' a tirarmelo dalle mani per ficcarselo sotto le coperte con altrettanta rapidita'. Abbozzo' un'espressione che avrebbe voluto essere un sorriso e, finalmente, tiro' fuori una voce rauca ed atona:

    "Ti tratti bene!" farfuglio', "chissa' quanto guadagni".

    Felice del fatto che si stesse rompendo il ghiaccio, gli dissi del mio lavoro. Per un momento il suo volto parve illuminarsi. Una qualche idea doveva essere intervenuta a distoglierlo dallo stato di apatia nel quale lo avevo trovato sprofondato. Ebbi la sensazione che si stesse arrovellando per decidersi a       dire o a fare qualcosa.

    "Mi chiamo Walter", disse, "come puoi vedere non me la passo molto bene e rischio di passarmela anche peggio se non trovo la maniera di curarmi".

    "Potrei crepare da un momento all'altro", proseguì dopo una pausa di silenzio, "e mi seccherebbe andarmene con un peso sulla coscienza".

    Effettivamente non doveva scoppiare di salute se era l'unico a cui fosse stata concessa quella permanenza fuori regola.

    "Due mesi fa", continuo' con qualche sforzo, "proprio qui a Monza hanno sotterrato uno sconosciuto;...sconosciuto a tutti ma non a me che con lui avevo vagato a lungo per qualche settimana prima che approdassimo in questa citta'...Posso provare che era un pittore torinese...un certo Renier. Ma......", e quì venne al dunque su ciò che maggiormente doveva premergli, "occorrerebbe che ci fosse....da parte tua ......un pò di comprensione."

  Al nome di Renier ero trasalito visibilmente.

    Franco, che pure si attendeva una mia reazione, dovette trovarla esagerata dal momento che nulla poteva sapere di cio' che mi era capitato dall'ultima volta che ci si era visti.

    Si arresto'.

  Deglutendo a fatica gli feci cenno di continuare.

    "Se non fossi stato a conoscenza delle cose che mi avevi raccontato", riprese, "quasi certamente avrei troncato quel colloquio lasciando qualche spicciolo allo sventurato che mi stava di fronte. Per mia fortuna,  invece, il ricordo delle cose narrate era ancora sufficientemente vivo.

    Feci, allora, cio' che qualsiasi altro giornalista al mio posto avrebbe fatto; spinsi l'interlocutore a quantificare i termini della 'comprensione'.

    Finì che ci accordammo su cinquecentomila lire che gli pagai dando fondo a quasi tutto il contante che avevo con me.

    La somma non era granche', ma ricordo che al clochard brillarono gli occhi mentre non si stancava di rimaneggiare quelle banconote. Alla fine si guardo' attorno con fare circospetto, ne fece un rotolo e lo ripose con ogni cura sotto il guanciale. Estrasse, allora, una busta lercia e gualcita dalla tasca interna di un indumento approssimativamente simile ad una giacca e me la porse. Dopodiche' si industriò a rivelarmi tutto cio' che poteva."

    Attraverso l'esposizione dettagliata e colorita di Franco mi fu possibile venire a conoscenza di una realta' che aveva dell'incredibile.

    Prima di giungere all'ostello Walter aveva girovagato per due settimane in compagnia di un altro clochard. Ciascuno dei due poteva vantare parecchi anni sul groppone e quello di muoversi insieme costituiva un buon antidoto contro le tentazioni dei maleintenzionati e dei barboni piu' giovani, o anche solo piu' disperati di loro.

  Seppi che Walter aveva parlato di quel suo compagno come di un tipo taciturno e molto accorto a non rivelare la propria identita'.

  Doveva essere anche molto malandato in salute visto che era afflitto da una tosse insistente al punto da costringere entrambi a frequenti soste fuori programma.

Il maltempo li aveva bloccati per alcuni giorni alla periferia di Lodi, da dove, a piedi e con mezzi di fortuna, erano riusciti a spingersi fino a Monza. Qui avevano trascorso la notte sotto i ponteggi di un edificio in costruzione e...proprio in quel posto...lo sconosciuto, stremato dalle ultime traversie, si era addormentato per non risvegliarsi mai piu'.

    Walter si era accorto di avere accanto un cadavere mentre mancava ancora molto alle prime luci dell'alba. Prima di invocare qualsiasi soccorso s'era preoccupato di frugare scrupolosamente nella bisaccia del morto. In tal modo  era riuscito ad impossessarsi di una modesta scorta di scatolame e del quaderno sul quale, piu' d'una volta, aveva visto prendere appunti a quel suo compagno di sventura.

    Il cadavere, privo di qualsiasi documento, era stato inumato come persona ignota. Solo successivamente, scorrendo il manoscritto trafugato, Walter ne aveva appurato l'identita', ma se n'era guardato bene dal comunicarla a chicchessia.

  Ora, il fortunato incontro di Franco aveva consentito il recupero di quel documento, che era così passato pari pari dalla tasca del clochard alla redazione del quotidiano milanese.

 

    Ancora incredulo, continuavo a fissare il mio amico. Questi, per tutta risposta, sfodero' il colpo finale; aprì la ventiquattr'ore e ne trasse un fascicolo impreziosito da una pretenziosa copertina in similpelle nera.

    "Tieni!" esclamo', "e' una fotocopia dell'agenda  di Antonio Renier...;il meno che possa fare per te.

    Le relazioni che ho allacciato con il mio lavoro", proseguì, "mi hanno consentito di fugare ogni possibile dubbio sull'autenticita' del documento. Ho pronto, per l'edizione di domani, un servizio che dovrebbe fare scalpore".

   "Sollevera' più di un vespaio, immagino. Non capisco perchè ne parli al condizionale."

    Franco sfoderò il sorriso sornione di chi la sa lunga.

  "Mi manca un unico dettaglio, ma spero di ritrovarmelo in redazione stasera stessa."

"Sarei curioso di conoscerlo".

 "Prima che  Renier fosse sotterrato", confido', "non mancarono di scattargli qualche foto..." e torno' a sorridere.

    "Non mi dirai che..."

    "Proprio cosi!" confermo' ed aggiunse, "te l'immaggini l'effetto?"

 

    Ammetto che in quella circostanza esternai al  mio amico tutte le attestazioni che ne potessero appagare quel senso di vanita' che costituisce, talvolta, una forte motivazione all'operato dei giornalisti.  Era, sostanzialmente, un moto di riconoscenza conseguente al senso di liberazione che mi derivava dal possesso del diario e, soprattutto, dall'acquisizione di quelle notizie.

    Insistei con Franco perche' accettasse di fermarsi a cena. Mi rispose che sarebbe stato per un'altra volta e che doveva correre per non perdere l'Intercity delle diciotto.

    Dalla stazione di taxi, che ci stava proprio di fronte, fece un cenno ad una vettura e, in perfetta aderenza con il suo stile, schizzo' via prima ancora che riuscissi a rendermene conto.

    Ancora stordito, me ne restai per un pò presso la panchina, continuando a rigirare meccanicamente tra le mani la copia del manoscritto.