C. XIV LE REAZIONI DELL’ANTIQUARIO
In prossimita'
del Valentino la pioggia era cessata e, prima ancora che il tram attraversasse
piazza Vittorio Veneto, gia' qualche timido raggio di sole accendeva riflessi
dorati sul selciato viscido del Lungo Po.
Il
veicolo, sempre piu' affollato, aveva reso intanto insopportabile il mio
disagio; accresciuto anche delle ondate d'urto succedutesi, di fermata in
fermata e che, tra uno spintone ed una gomitata, mi avevano avvicinato sempre
piu' all'uscita.
Mi tastai
i pantaloni; non erano ancora asciutti, ma l'alone era scomparso.
Decisi di
scendere e, finalmente, prossimo al ponte Vittorio Emanuele, mi fu possibile
respirare a pieni polmoni.
Ero ancora
parecchio lontano da casa e pensai che, per rientrare, avrei potuto servirmi
della metropolitana leggera, sempre che fossi rimasto dell'idea di sobbarcarmi
quattro passi.
Per essere
settembre inoltrato le giornate si rivelavano ancora parecchio calde, ma quel
pomeriggio i due acquazzoni che, a breve distanza l'uno dall'altro, s'erano
riversati sulla citta', avevano rinfrescato l'aria rendendo piu' che gradevole
la prospettiva d'una passeggiata.
Inoltrandomi
sotto i portici di piazza Vittorio Veneto che avevo alla mia sinistra
indugiavo, di tanto in tanto, sui campionari esposti da quei minuscoli
laboratori artigiani che caratterizzano la zona. Era, indubbiamente, un
tentativo di stornare l'attenzione dagli interrogativi sempre piu' inquietanti
che mi andavo ponendo sul vecchio di via Balbo. Eppure, per quanto mi sforzassi
a richiamarli altrove, i pensieri finivano, prima o poi, per tornare a
convergere su quell'enigmatica figura.
Quantunque
desideroso di appurare la verita', quasi mi pentivo di quella mia visita in
casa Drovetti. Se non ci avessi messo piede, o se solo non si fosse verificato
l'incidente del vetro, ora non mi sarei visto costretto a rivangare tra i
dettagli di quella macabra faccenda.
Quali
possibilita' c'erano che l'analisi di Franco presentasse qualche lacuna?
Qualche contraddizione?
Ero giunto
all'imbocco di via Po quando, del tutto inaspettatamente, lo sguardo cadde sul
chioschetto delle anticaglie che, incastrato tra due colonne, sorge proprio nel
punto in cui termina la grande piazza.
Ad
attrarre la vista era stato un ricco plateau di monete da collezione che, di
riflesso, richiamo' alla mente il gesto di Luca. Mi parve, per un momento, di
rivedere il dischetto metallico volare dalla finestra.
Mio
fratello vi aveva scorto un raggiro e, con tutta probabilita', aveva ragione.
Adesso, pero', il ricordo di quel particolare ne richiamava un altro, che apriva
la strada a considerazioni di diversa natura.
Anche se
simulata, l'azione di Luca era stata considerata autentica da me e dagli altri
due, al punto da produrre una diffusa sensazione di sollievo, tanto accentuata
da risultare prossima all'euforia.
Come
conciliare un tale stato d'animo con quella 'consapevolezza del peggio' che era
alla base della teoria formulata da mio fratello?
Mi
tornarono in mente le frasi di quel tizio di Rimini riferite da Luca e
cominciai a chiedermi se anche il fatto d'essere stato io l'unico scampato al
disastro dovesse significare qualcosa di piu' d'una semplice casualita'.
Levai in
alto lo sguardo. Un enorme orologio pubblicitario sospeso tra le arcate segnava
le diciannove in punto. Se solo avessi voluto in capo a dieci minuti avrei
potuto raggiungere via Balbo e togliermi la spina di guardare bene in faccia
quell'individuo.
La
tentazione, anche se molto forte, era frenata dall'eventualita' che l'altro,
vedendomi e ricordando i miei connotati, potesse reagire in qualche modo
imprevedibile. Non temevo nemmeno di essere associato alle conseguenze del
furto commesso a suo danno. Le remore che mi trattenevano erano di ben altra
natura, indefinibili ed associate alla sensazione che quell'uomo fosse dotato
di strani poteri malefici.
L'incertezza
si protrasse per qualche minuto, fino a quando la curiosita' ed una rabbia
sorda per la brutta fine toccata a quei tre non presero il sopravvento.
Attraversai
via Po, costeggiai a rapidi passi la sede delle facolta' umanistiche poi, una
volta attraversato corso S.Maurizio, presi deciso per via Guastalla.
Accusai
un'ultima esitazione al momento d'imboccare il cortile dal quale, nemmeno due
mesi prima, ero uscito seguendo contrariaro le orme di Luca.
Quando
misi piede nel negozio il signore della cassa era alle prese con tre persone.
Tra queste, una ragazza giovane, molto avvenente, ma in evidente sovrappeso,
continuava a studiarsi, voltandola e rigirandola, una tuta da joggin. I due
ragazzi che le stavano ai lati sembravano particolarmente impazienti che
l'altra si decidesse a concludere.
Notai che
il negoziante, senza dar mostra di voler forzare all'acquisto, s'industriava ad
illustrare alla donna caratteristiche e pregi dell'indumento.
Vedendomi
piantare gli occhi addosso assunsi un atteggiamento vagamente distratto; come
di persona che non sa precisamente di cosa vada in cerca. Il negoziante ripete'
pari pari il gesto col quale aveva accompagnato il nostro primo ingresso. Era
abitudine alla disponibilita' o eccesso di cortesia? Penso, in fondo, che si
comportasse a quel modo al solo scopo di evitare che il protrarsi dell'attesa
gli sottraesse un cliente.
D'altra
parte, in quel tipo di commercio le trattative dovevano essere all'ordine del
giorno. Chi si rivolge all'usato lo fa per risparmiare. Spesso, pero', non si
accontenta di cio' che passa il convento ed anche quando rintraccia l'oggetto
desiderato, se lo guarda e se lo studia per paura di ritrovarsi con una
fregatura.
Se mostra
impazienza, il negoziante rischia di mandare a monte la vendita. Sta a lui
blandire l'acquirente facendo in modo, al tempo stesso, che i nuovi arrivati
trovino accettabile l'attesa del loro turno.
La
trattativa in corso doveva essere particolarmente laboriosa.
Ad ogni frase
del venditore la ragazza opponeva varie osservazioni, anche se questo rendeva
sempre piu' nervosi i suoi accompagnatori.
Ero
capitato nel momento ideale e giudicai che avrei potuto muovermi con grande
disinvoltura.
Mi portai
cautamente al fondo della sala. Sostai per un momento nel punto in cui si
apriva il corridoio, finsi, per un pò, d'osservare le vetrine della
bigiotteria, feci ancora pochi passi ed eccomi davanti alla porta.
Stavo per
aprirla, quando...
"Ehi!
Scusi!...Signore! Dico a lei...cosa fa?"
Mi girai.
Il
negoziante, seguito dai clienti, era ad un passo da me con il braccio teso e la
mano spalancata.
"Si
puo' sapere cosa diavolo ha in mente di fare?" replico' in tono piu'
pacato quando vide che m'ero girato. Avevo ancora la mano nell'incavo della
porta.
Lo guardai
confuso.
"Davo
un'occhiata al resto del negozio...Non penso sia un delitto..."
Per alcuni
attimi, che mi parvero un'eternita', l'altro mi squadro' inquieto; forse
dubbioso. Alla fine, rasserenato, borbotto': "lì non c'e' altro...Il
negozio finisce esattamente in questo punto".
"E...la
porta,...allora?"
"E'
solo un pannello decorativo;...un pezzo d'antiquariato!"
Vide che
lo guardavo incredulo.
Poso'
allora le mani ai lati della porta, si assicuro' della presa, la mosse verso
l'alto ed ecco...che la spostava lateralmente per poi adagiarla poco piu' in
la'.
Quel gesto
aveva messo a nudo un tratto di parete che rivelava, ora, la presenza di due
ganci.
Fui colto
da una sensazione che ora non saprei descrivere. Ricordo solo che, al momento,
ero in uno stato che mescolava all'imbarazzo un forte disorientamento.
"Ne
e' convinto, adesso?" chiese l'uomo fregandosi le mani, "o preferisce
che faccia un buco nel muro per mostrarle il cortile dello stabile
accanto?"
I tre
clienti stentavano a trattenere il riso e la donna s'era portata al viso la
tuta per poter sghignazzare liberamente.
"E'
un gran bell'oggetto!" esclamo' il venditore indicando la porta ai clienti
"ed e' qui da tantissimi anni".
"Peccato",
obbietto' uno dei ragazzi, "che abbia quell'ammaccatura e poso' il dito ad
evidenziare una chiazza chiara nel bel mezzo d'un grappolo d'uva.
"S'e'
scheggiata che non e' molto", spiego' l'altro, "e' successo quand'e'
venuta giu' all'improvviso e...poco c'e' mancato che oggi non si avesse il
bis".
La donna
non seppe trattenersi dal commentare: "tanti anni d'immobilita' dovevano
averla stancata...Avra' voluto sgranchirsi".
Risero. Ma
notai che la partecipazione del negoziante agli effetti della battuta aveva un
che' di forzato. Ne' m'era sfuggito che costui, pur mostrando d'ignorarmi
nell'intavolare quella chiacchierata, non rinunciava a lanciarmi occhiate
furtive tra una parola e l'altra.
"Allora...questa
tuta?"
Era
tornato platealmente sul tema che lo aveva visto impegnato al momento del mio
arrivo.
Non potevo
fare altro che alzare i tacchi.
Quantunque
frastornato, prima di allontanarmi non mancai di lanciargli un'ultimo eloquente
sguardo. Volevo capisse che la cosa non mi lasciava affatto convinto.