C. I  NOTIZIE INQUIETANTI

Fui accolto in strada dal fragore di un tuono piu' minaccioso dei precedenti.

Era il quattro settembre di tre anni fa; una data che non mi sara' facile dimenticare.

Mancava un quarto alle sei.

Pioveva a dirotto da più di un'ora e la nuvolaglia doveva essere molto fitta dal momento che ancora non lasciava intravedere  i primi chiarori dell'alba.

La presenza provvidenziale dei portici di corso Vittorio impediva che mi bagnassi, ma l'aria che respiravo era tutta impregnata di un'umidità spessa e penetrante.

I rari pedoni in circolazione procedevano frettolosamente rasentando i muri per interporre la massima distanza  dalle auto che, sgommando sulla strada ancora sgombra, riversavano fin sotto le arcate imponenti bordate d'acqua.

Istintivamente volsi lo sguardo all'incrocio di corso Re Umberto; le insegne del Platti erano accese. Ipotizzai che Franco, mio fratello, mi stesse già attendendo. Alle  sei e trenta avremmo dovuto partire da Porta Nuova per Bologna; c'era giusto il tempo per rinfrancarci con qualcosa di caldo prima di fare i biglietti.

Affrettai il passo e varcai deciso l'imponente porta a vetri del locale.Non vi trovai anima viva  ad eccezione del barmann e dell'anziana cassiera che, palesemente assonnata, accettò l'ordinazione trattenendo a fatica uno sbadiglio.

Prossimo all'ingresso sorseggiavo lentamente il cappuccino mentre attendevo, con qualche impazienza, che mio fratello si decidesse ad arrivare. Vidi giungere, invece, un tale intabarrato in un pesante impermeabile.

Il nuovo venuto, che grondava acqua da tutte le parti, tolse il cappuccio e riconobbi il ragazzo dell'edicola. Costui estrasse dalla tracolla una copia de "La Stampa" che quasi scaraventò sul tavolo   piu' prossimo alla porta per correre ad aggrapparsi al banco, mentre il barmann, evidentemente avvezzo a quel genere di evenienza, già si affrettava a preparargli un caffè.

Per qualche istante me ne restai ad osservare quel singolare avventore.  Era bagnato fradicio, al punto da richiamare l'immagine di un naufrago, poi, naturalmente, la mia attenzione si spostò al quotidiano. Cominciai a vagliarne superficialmente le pagine fino a toccare quelle della cronaca locale. Anche qui nulla di particolarmente interessante.

I fogli, mossi a scatti con fare nervoso, continuarono ad ammucchiarsi gli uni sugli altri fino a quando la mano non si bloccò bruscamente a mezz'aria; un articolo aveva polarizzato la mia attenzione.

Quasi incredulo, mi ritrovai a rileggerne più volte alcuni brani. Quando me ne ritrassi lo sguardo vagò alla ricerca del ragazzo dei giornali; doveva essersi dileguato con la stessa celerita' con cui era entrato.

Con i gomiti appoggiati al banco c'erano, ora, due distinti signori di mezz'età. Ebbi netta l'impressione che mi stessero fissando sconcertati e ne ricavai che dovevo aver assunto l'aria stordita e trasognata che immancabilmente traspare da chi apprende notizie assolutamente fuori dall'ordinario.

Pazienza per la scomparsa del ragazzo; avrei sempre potuto comprare una copia del giornale all'edicola della stazione.

Uscii.

L'aria umida che prima mi aveva infastidito dovette giovarmi.

Di lì a poco scorsi, con sollievo, la sagoma familiare di Franco che attraversava a grandi passi il controviale . Il semaforo di corso Vittorio era sul giallo e se non si fosse affrettato le auto in sosta forzata lo avrebbero inchiodato per chissà quanto tempo sotto quel diluvio.

Era in ritardo. Chiuse l'ombrello e sorrise.

Gli indicai distrattamente l'ingresso del bar. "No!" disse, "ho già fatto colazione".          Il sorriso col quale m'era venuto incontro gli si era smorzato bruscamente lasciando il posto ad un'espressione preoccupata.

"Ti senti bene?" domandò

"E ti pare", ribattei, "che se mi fossi sentito male sarei sceso in strada a quest'ora e con questo tempo?"

"Sarà", fece l'altro scuotendo la testa, "ma hai un colorito così bianco che quasi non ti si riconosce".

Guardai l'orologio; segnava le sei e dieci.     "Dobbiamo ancora fare i biglietti", tagliai corto, "fregatene del mio colorito e vedi di affrettare il passo". Non fece altre obiezioni e si mosse.

Procedevamo rapidi e muti affrontando, ad intervalli, alcuni tratti sotto la pioggia scrosciante. Di tanto in tanto Franco non riusciva  a trattenersi dal lanciarmi una rapida occhiata; mi parve che lo facesse furtivamente per evitare di contrariarmi oltre. Di certo le mie assicurazioni non lo avevano convinto.

 

Una volta in vettura ci toccò la fortuna di adocchiare uno scompartimento vuoto e ci lasciammo andare trafelati sui comodi sedili.

Eravamo l'uno di fronte all'altro. Mio fratello pareva avesse dipinta in volto l'espressione beata che non può fare a meno di cogliere coloro che, dopo essersi sottratti ad un'acquazzone, sanno di poter contare su di un lungo periodo d'assoluto relax.

Di lì a poco il convoglio si mosse.

Per sottrarmi alle occhiate indagatrici di Franco, e forse anche nel tentativo di fugare le mie inquietudini, me ne restai per un pezzo con lo sguardo incollato al finestrino.   La pioggia battente deformava luci e sagome degli edifici prossimi alla ferrovia,  che., ormai, sfuggivano alla vista con crescente rapidità.

Ben presto il treno si trovò in aperta campagna e fuori era ancora buio pesto.

Se fossi rimasto in quella posa il mio compagno di viaggio non avrebbe mancato di allarmarsi ulteriormente. Mi sentivo a disagio e cominciai a rigirarmi sul sedile.

Vidi Franco allungare la mano verso il portapacchi, compresi che stava per sfilare da sotto la ventiquattrore "La Stampa" che avevo appena comprato e feci un gesto per impedirglielo. L'altro dovette rassegnarsi a desistere e si lasciò ricadere seccato sul sedile.

"Con una brutta cera ed anche intrattabile!" commentò.

Forse sperava in una mia reazione la cui assenza lo lasciò per un poco sconcertato.

"E va bene!" finì per borbottare, "avrò pure insistito...ma, se proprio non te la sentivi di affrontare il viaggio, avresti potuto anche dirmelo...Che so,...sarebbe bastata una telefonata all'ultimo momento...".

Era completamente fuori strada. Sentivo di dovergli una spiegazione:

"Il viaggio non c'entra. Scusami se mi trovi un po strano; sono fatti personali..."

Mi fissò incredulo.

"E' per qualcosa di stamattina...", ebbi l'imprudenza d'aggiungere. Intendevo tranquillizzarlo, ma mi accorsi che le mie parole avevano avuto per unico effetto quello di attizzarne la curiosità.

"E cosa mai può esserti accaduto alle sei di mattina?"

"Una notizia di cronaca", dissi evasivamente.

"Che notizia?"

Avrei voluto sottrarmi a quello che stava diventando un vero e proprio interrogatorio.

"Dai!" insistè, dopo aver atteso invano una risposta, "fammi dare un'occhiata al giornale".

Riuscii, ancora una volta, a farlo desistere:

"Anche se lo leggessi non ci troveresti nulla di sensazionale. La notizia di cui parlo ti tornerebbe del tutto banale dal momento che ne ignori i presupposti". Ci pensai su ed aggiunsi:

"C'è, all'origine, una strana vicenda toccata ad alcuni miei conoscenti".

"E perchè non me ne parli?" incalzò.      Tentai, ancora una volta di evitare l'argomento:

"Si tratta di una storia lunga, nè so quanto potrebbe interessarti".

Mi mise con le spalle al muro argomentando, ragionevlmente, che avevamo tempo a volontà mentre scarseggiavano le chances con cui impiegarlo.

Gettai ancora uno sguardo dal finestrino. Il rapido scorrere d'una fila di lampioni mi rivelò che stavamo transitando per una stazione secondaria.