Capitolo XIX
Mai le ore
trascorse in ufficio mi parvero piu' tediose di quelle che stavo vivendo in
quella giornata d'inizio agosto.
Di fronte
al quasi niente da fare ero incline a rimpiangere perfino i momenti in cui il
lavoro assumeva ritmi febbrili.
Giorni
prima i miei due collaboratori avevano raggiunto stabilmente le famiglie nelle
localita' di villeggiatura.
Sedevo
solo ed imbronciato a quel mio modesto ponte di comando rappresentato dalla
scrivania della nuova sede in cui avevo traslocato il mio piccolo studio ed
insistevo a guardare con malcelata avversione i miei due telefoni che mi
parevano tra loro impegnatissimi in un'estenuante gara di mutismo.
E non era
tutto. Nella stanza c'era un caldo da crepare.
Un'inveretata tendenza, forse nemmeno esclusiva del mio condizionatore,
fa sì che si blocchi proprio nei momenti in cui se ne avverte maggiormente il
bisogno. E, quando cio' accade, potete scommettere che non si riuscira' a
rintracciare in tempi decenti chi si dimostri in grado, non dico di ripararlo,
ma almeno di individuare con certeza la causa che può averlo messo fuori
combattimento.
In
conclusione: proprio non mi riusciva di starmene seduto per più di un quarto
d'ora di seguito. E questo, manco a dirlo, m'impediva di cercare nella lettura
un antidoto alla noia mortale che mi assaliva.
Al
bar...c'ero già stato e non una, ma ben quattro volte. Così proprio non poteva
continuare.
All'ennesima tentazione di tornare a bere qualcosa preferii dare tutti i
mandati alla serratura dell'ufficio ed andarmene a zonzo sotto l'ombra
provvidenziale dei portici di via Micca; ripari, tuttavia che, quando sole o
pioggia picchiano duramente, presentano un inconveniente; quello
d'interrompersi in prossimità di piazza Castello. Per chi intenda proseguire al
coperto dai rigori di stagione e non abbia voglia di compiere il percorso a
ritroso, si prospettano due sole possibilita': imboccare via Roma fino a Porta
Nuova ed oltre o limitarsi ad attraversarla spingendosi lungo via Po fino a
piazza Vittorio Veneto.
Scelsi
questa seconda soluzione.
Procedevo
senza molta convinzione; in altre parole, tiravo a perder tempo.
Pur
indugiando per i piu' futili motivi e tornando ripetutamente sui miei passi,
non fosse altro che per confrontare le offerte di un negozio con quelle di un
altro superato poco prima, in capo a mezz'ora ero gia' a meta' della centrale
via Po.
Sempre
proseguendo per i rari negozi ancora aperti, avevo finito per coprire un buon
tratto di via San Massimo e per ritrovarmi in via Principe Amedeo.
Ora non
ricordo se all'origine di quanto sto per dirvi ci fosse stato un gesto casuale
o intenzionale, ma sta di fatto che rivolsi lo sguardo verso la cartoleria.
Aveva la serranda abbassata.
"Piu'
che regolare",pensai. "la strega sara' in ferie". Sorrisi, ma fu
una reazione di breve durata; qualcos'altro aveva attratto ben presto la mia
attenzione senza che, all'istante, riuscissi a comprenderne il motivo.
Volli
avvicinarmi e, prima ancora d'aver completato l'attraversamento della strada,
m'ero gia' reso conto che cio' che avevo intravisto sulla saracinesca era
proprio una locandina funebre. Il portone adiacente recava un modesto addobbo
di circostanza; la Vitris era morta il giorno prima. Aveva compiuto da poco
settant'anni.
Dire che ne
restai sorpreso è dire poco.
Nell'androne dovevano esserci cinque o sei individui con l'aria grave di
chi partecipa ad un funerale. Qualche altro ancora sostava sulla soglia
dell'abitazione, essa pure parata a lutto. Dopo aver vinto qualche titubanza
dovuta all'iniziale disorientamento, finalmente mi decisi a varcarne la soglia.
Nell'ingresso c'erano solo due donne che vidi confabulare tra loro animatamente.
Il loro abbigliamento
era tale da lasciar supporre che facessero parte del condominio. L'una,
infatti, calzava un paio di ciabatte trite e sformate, mentre l'altra indossava
uno di quei vestitini stinti ed usurati con i quali, di norma, nessuna donna si
arrischierebbe a farsi sorprendere molto al di la' delle mura domestiche. Discutevano con un tono di voce
appropriato alla circostanza; piuttosto basso, ma non al punto da precludere, a
chi si fosse trovato nell'immediata vicinanza,
l'ascolto di cio' che si stavano dicendo.
I cenni
che accompagnavano quel loro parlottare lasciavano indovinare facilmente quale
dovesse essere l'argomento della conversazione.
Senza dare
nell'occhio, e con la piu' grande naturalezza,
andai a piazzarmi poco discosto da loro.La cosa non parve impensierirle;
dovettero considerarla trascurabile dal momento che avevo assunto di proposito
un fare assente e contrito; tipico di persone i cui pensieri vagano mille
miglia distanti dai discorsi dei loro vicini.
Mi riuscì
di ascoltare la meno giovane che, parlando del medico della Vitris, confidava
all'altra:
"Tante
volte ne diciamo peste e corna, ma ogni tanto ci azzeccano".
"Mica
tanto!" fu pronta a ribattere l'altra: "dai cinque ai sei mesi di
vita,...tanto le aveva dato".
"Non
ti metterai, ora, a sottilizzare!" saltò sù contrariata la prima.
"Non
si tratta di cavillare. Rifletti! Quand'e' stato che la vecchia ha preso quella
brutta caduta?"
"Non
e' stato sei mesi fa?" Rilancio' l'altra.
"Quando mai? Lo vedi che ti sbagli?" intervenne a correggerla
la meno anziana: "Io, invece, me ne ricordo benissimo poichè il fattaccio
accadde la sera stessa che era venuta a
farmi visita mia suocera;...mancavano due giorni all'anno nuovo".
Sentii il
cuore accelerare di colpo i suoi battiti e fui colto da una sensazione molto
simile ad un violento capogiro. Sentivo mancarmi il respiro. Dovetti
riguadagnare rapidamente l'uscita ed andai a fermarmi, tutto stordito, in un
angolo dell'androne. Quella notizia m'era piombata addosso come un colpo
tremendo.
La Vitris
era rimasta vittima di un mortale incidente proprio mentre distruggevo il
quadro di Renier. Impossibile pensare alla casualita' delle coincidenze.
Compresi a
mie spese cosa si puo' provare quando ci si trovi faccia a faccia con fenomeni
talmente inspiegabili da mettere immediatamente in crisi l'intero sistema dei
nostri riferimenti razionali.
Per il
profondo disorientamento che stavo vivendo era come se, oltre il ristretto
spazio nel quale m'ero rintanato, regnasse assoluto il vuoto piu'
impenetrabile.
Quando,
con qualche sforzo, riuscii a sollevare gli occhi da terra, mi ritrovai con la
vista appannata. Poi, lentamente, i contorni delle cose tornarono alla loro
originaria definizione. Volsi attorno lo sguardo ricavandone l'impressione che
nell'intero spazio circostante non ci fosse rimasta anima viva.
Osservando con maggiore attenzione notai, invece, la presenza di
un uomo di media statura, vestito di scuro e piuttosto attempato. Se ne stava
immobile nel più buio recesso dell'androne con la schiena addossata al muro ed
il capo reclinato in avanti. Feci qualche passo nella sua direzione. Lo
sconosciuto risollevo' lentamente la testa. Ecco che indugiava a guardarmi.
Ebbi istintivo un moto di repulsione.
Non potevo sbagliarmi; i suoi lineamenti erano quelli
inconfondibili dell'uomo dal cappello di paglia.