Capitolo XII

 

  STORIA D'UN DELITTO

 

 

    "Ora", proseguì il signor Marco aggiustandosi gli occhiali che gli stavano scivolando sul naso, "occore fare il classico passo indietro....L'origine dei nostri e dei suoi guai risale a cinque anni addietro; per l'esattezza quando ebbe luogo il trasferimento a Torino di un tale Arnaldo Gritti, nipote, per parte di madre, delle signore Vitris.

  Proveniva da Aversa ed era qui per lavoro; occupato, mi pare di ricordare, presso una grossa impresa edile.

  Come spesso accade in situazioni del genere, tra zie e nipote ebbe inizio uno scambio sempre piu' fitto di cortesie. Spesso il Gritti era a cena a casa Vitris e, altrettanto spesso, era lui ad accompagnare le zie in qualche ristorante tipico della collina o della cintura.

    Poco piu' di un anno fa, questo signore ottenne un ottimo ingaggio presso una ditta di Pomigliano e fu costretto a trasferirvisi. Sarebbe andato ad abitare in un pensionato e non avrebbe potuto effettuare un vero e proprio trasloco. Penso', allora, di ricambiare le gentilezze ricevute invitando le zie a prelevare dal suo alloggio tutto cio' che avessero trovato di loro interesse."

"Fu così", s'inserì prepotentemente Olga, "che, pochi giorni prima che quello partisse, Franca venne a pregarmi di accompagnarla a prelevare gli oggetti che sarebbero rimasti a Torino. Insisteva ad avermi com se; da sola non ce l'avrebbe mai fatta e ricordo che si lamentava di non poter contare sull'aiuto della sorella".

  La Vitris, sentendosi chiamata in causa, intervenne:

  "E come avrei potuto accompagnarla se in negozio c'era l'inventario delle giacenze? Avevo pregato mia sorella di pazientare fino al giorno dopo. M'era parso d'averla convinta; nulla lasciava prevedere che avrebbe preferito fare a meno del mio aiuto".

  La signora bionda aveva sopportato quell'interruzione con visibile impazienza; mentre l'altra parlava, non aveva fatto altro che agitarsi sulla sedia come se, trovandosi a disagio, intendesse attenuare il nervosismo cercando  una piu' comoda posizione.

  "Non e' che ci fosse da portar via gran chè", riprese con una punta di malcelata malignita',"un fornello elettrico, pochi arredi e quattro sedie.

    Mentre passavo in rassegna quelle poche cose Franca se ne stava assorta a contemplare due quadretti. Sul momento non ci feci caso; mi stupirono, piu' tardi, le insistenze che mise in atto affinche' il nipote glieli cedesse. Dopo molte resistenze il Gritti li stacco' dalla parete, carezzo' a lungo uno dei due dipinti e finì per consegnarli entrambi a Franca".

   Fino a quel momento me n'ero stato in assoluto spilenzio. Spostavo la mia attenzione dall'uno all'altro dei presenti per meglio seguire quello strano racconto che continuava a passare di mano tra più interlocutori. Era come assistere ad un'emozionante partita di calcio, quando si seguono i vari passaggi, ma e' difficile prevedere dove verra' segnato il goal. Interruppi tuttavia l'esposizione dei fatti per un particolare che non volevo passasse inosservato.

    "Non capisco", dissi, "questo dettaglio delle carezze al quadro".

  "Quel quadro", intervenne la cartolaia, "aveva per mio nipote lo stesso valore di una reliquia. Era stato acquistato a Napoli da Luigi Gritti, mio cognato".

  Mi balenò il ricordo del soggiorno partenopeo annotato da Renier.

   "Gritti", continuo' la vecchia, "aveva sposato la seconda delle mie sorelle, Elena, che era anche la piu' giovane, per restarne vedovo poco dopo la nascita di mio nipote Arnaldo.

  Era un facoltoso agente di commercio. Tutto preso da un lavoro che lo costringeva a continui spostamenti, non penso' nemmeno a risposarsi. Affido' il bambino alla famiglia del fratello maggiore e si tuffo' a capofitto negli affari fino a farne la sua unica ragione di vita.

   I risultati non si fecero attendere; comincio' ad accumulare ricchezze su ricchezze.

    Ad Aversa aveva comprato una bellissima palazzina liberty", (altro particolare che fui costretto ad annotare), "dove, tuttavia, raramente trovava il tempo di recarsi.

   I soliti invidiosi, vedendo crescere le sue fortune, avevano cominciato a mettere in giro voci calunniose sulla loro derivazione giungendo al punto di attribuire a quell'uomo una seconda spregevole attività"; ebbe un attimo di esitazione. "Quella di prestasoldi su pegno. E tale maldicenza, piu' volte riecheggiata, spingeva i piu' ingenui ad immaginare che in quella villa dovessero esservi custodite ingenti ricchezze .

    Una sera...", la vecchia si fermo' a riprender fiato e notai che tirava un profondo sospiro, "...un disgraziato mercoledi sera, mio cognato fece una puntata fuori programma in quella casa...Non ne sarebbe piu' uscito vivo...Lo ritrovarono cadavere due giorni dopo.

    Uno scempio! Le assicuro...una scena raccapricciante! Giaceva con il volto contro il pavimento, aveva un braccio allungato in avanti e la mano ancora stretta sulla cornice di quel dipinto. Sotto di lui, dal pavimento alla parete, c'era una vasta chiazza di sangue e, poco discosto, giaceva il cappello di paglia dal quale raramente si separava; doveva essergli caduto nel corso della colluttazione".

        "Capisco", commentai e subito aggiunsi, "avrebbero fatto meglio a risparmiarle i particolari".

    "Sarebbe stato impossibile", commento' Irene, "i giornalisti devono pur fare il loro mestiere. E quando accadono fatti del genere i cronisti di provincia ce la mettono tutta; calcano la mano sui dettagli per vendere piu' copie e fare cassetta.

    Quel giornale ce l'ho ancora avanti agli occhi; ne ricordo l'articolo parola per parola, le immagini che lo accompagnavano: quella del cadavere e quella, ancora, della villa.

  Il caso", aggiunse, "tenne banco per poco tempo. Gli autori del delitto furono subito scoperti ed assicurati alla giustizia; erano due disperati, due balordi del luogo, che si erano introdotti in casa poco prima dell'arrivo di Luigi. Risulto' che lo avevano colpito con cinque coltellate, proprio nell'istante in cui stava fissando alla parete uno dei due quadri; lo stesso che ora è in suo possesso".

  Rivelò poi un particolare agghiacciante. "Con l'autopsia il perito settore accerto' che il povero Luigi non poteva esser morto sul colpo; molto probabilmente, ancora dopo la fuga degli assassini, doveva aver agonizzato a lungo mentre continuava a stringere disperatamente quel quadro".

    La Vitris, quasi ansimante, s'era fermata. Cadde sulla sala un silenzio pesante che nessuno dei presenti volle spezzare. Ci penso' la cartolaia dopo che ebbe ripreso fiato.

  "Mia sorella Franca", disse con un tono di voce piu' basso, "pace all'anima sua, era una cara persona, ma...quando si ficcava in testa qualcosa risultava impossibile farle cambiare idea. Voleva quei quadri e li ottenne convincendo nostro nipote che, per un giovane come lui, sarebbe stato meglio disfarsene per guardare con piu' ottimismo al futuro".

"E...perche' ci teneva tanto?"

"Vengo al punto", rispose.

    "Due giorni dopo che Arnaldo era partito per Pomigliano, decidemmo di tenere una seduta. Vidi mia sorella disporre al centro di quel tavolo", e m'indico' il mobiletto che avevo notato nell'angolo in fondo alla sala, "proprio il disgraziato ricordo di quel brutto fatto di sangue.

    Dire che ne fui contrariata e' dire poco. Ne ero indignata...ecco proprio indignata!

    Cercai, con ogni mezzo, di dissuadere lei e le persone qui presenti dal compiere l'esperimento che avevano in programma. Poi, vista inutile ogni insistenza, non solo mi rifiutai di partecipare alla seduta, ma, per quella sera, preferii andarmene a stare da un'amica. Cio' che accadde mentre ero  assente l'avrei appreso  il giorno dopo".

  Giunta a questo punto, la vecchia si fermo'. Calo' su tutti un altro momento di imbarazzato silenzio durante il quale lo sguardo della donna passava in rassegna i volti dei presenti per individuare chi se la sarebbe sentita di narrare il resto della storia.

  Un breve cenno del capo da parte dell'interessato ci fece capire che il volontario sarebbe stato il signor Dotti.