Capitolo V

  SUL LAGO DI AVIGLIANA

 

 

    "Due !"

    L'esclamazione mi scappo' in tutta spontaneita'quando vidi il pescatore assicurarsi la seconda preda della giornata, dopo che aveva trascorso piu' d'un'ora alternando complessi armeggiamenti ad attese estenuanti.

    Dopo la prima colazione me ne stavo pigramente seduto a godermi la vista del lago.

    Elsa ed io eravamo dalla sera prima allo "Chalet" di Avigliana; un albergo-ristorante notissimo nella zona, dove contavamo di starcene in santa pace per l'intera giornata. Gia' in serata saremmo rientrati a Torino poiche' all'indomani mi attendevano in citta' importanti impegni di lavoro.

    Ormai si era in quella fase dell'anno che gli operatori turistici definiscono "bassa stagione" ad indicare il rarefarsi di turisti e vacanzieri dalle zone di villeggiatura; fase di stanca per gli affari, ma periodo magnifico per quanti cercano soprattutto autentiche occasioni di quiete e di riposo.

    D'estate, a due passi dalla citta', il lago diventa tappa d'obbligo e meta ideale degli argonauti della domenica ed anche negli altri giorni quelle acque continuano a pullulare di gommoni e motoscafi.

  Ora, finalmente, la vista riusciva a spaziare libera senza piu' sorbirsi l'indesiderato spettacolo di quella eterogenea flottiglia di natanti. Unica nota di colore; piu' che altro un souvenir dell'estate ormai trascorsa, quella patetica barchetta in vetroresina che continuavo a fissare da tempo e che se ne restava immobile ad un centinaio di metri dalla sponda, dondolando dolcemente sulle acque appena increspate dalla leggera brezza autunnale.

    Elsa venne da me che potevano essere le dieci.

    Ordinammo un Campari.

"Da un momento all'altro", disse, "dovrebbe raggiungermi Lisa".

    Comprese dalla mia espressione che non capivo di chi si trattasse.

    "Lisa Dossetti", preciso', "lei e suo marito sono qui dai primi di settembre e contano di restarci ancora un po' di giorni".

    "Beati loro!" aggiunse, ed accompagno' l'esclamazione con un sospiro.

    I coniugi Dossetti erano di origine ferrarese e trascorrevano in vacanza la maggior parte del tempo. Potevano permetterselo dal momento che vivevano quasi esclusivamente di rendita. Entrambi sulla quarantina continuavano ad occuparsi del settore immobiliare solo quel tanto che consentisse loro di tenersi in esercizio. Del resto, non avevano figli e godevano entrambi di una salute di ferro; aspetti tutt'altro che secondari per la conduzione di un'esistenza piacevole e spensierata.

   

  "L'ho incontrata in agosto", dissi, "e m'e' parso che abbia messo sų qualche chilo di troppo...".

    Avrei continuato se Elsa non mi avesse segnalato con cenni discreti l'imminente arrivo delle persone in questione. Con la coda dell'occhio indirizzai lo sguardo verso l'ingresso che dalle altre stanze immetteva al bar-veranda e notai sulla soglia le sagome dei nostri amici.

    Lisa levo' il braccio in segno di saluto, poco discosto da lei, con gesto piu' misurato, il marito si affretto' a fare altrettanto. Si avvicinarono sfoderando un sorriso di circostanza e rapidamente facemmo posto al nostro tavolo.

  La donna, singolarmente loquace, tanto per attaccar discorso, si sentė in dovere di magnificare i vantaggi del clima autunnale.

  Era una signora di alta statura, florida, ancora soda e decisamente piacente. Fin dalla prima volta che l'avevo vista mi aveva colpito la sua parlantina spigliata ed accattivante che si accompagnava ad un modo di gesticolare non sempre ortodosso, ma funzionale alla sua maniera di esprimersi.

    Aveva, ricordo, un petto prosperoso che le si agitava ritmicamente all'unisono con il vibrare delle corde vocali e che, valorizzato dalla scollatura ancora consentita dalla stagione, finiva per attrarre il mio sguardo piu' frequentemente del suo volto.

  Quel giorno indossava un abito di cotone a tinte vivaci e proteggeva la schiena  dai primi freschi con un golfino color caffe' gettato elegantemente sulle spalle.

 

    Augusto Dossetti, il marito, era sempre stato, a mia memoria, assai meno loquace della consorte. Di statura minuta, curatissimo nella persona, affettato nei gesti e misurato nella parola, sembrava come oppresso da quel marchio di grigiore che per tutta la vita accompagna, come una perenne menomazione, gli individui poco espansivi, ma ossessionati dal pericolo di discostarsi dalla normalita'.

    Come che fosse, quel contrasto evidentissimo tra i due non ne faceva una coppia male assortita, dal momento che la loro compagnia finiva per rivelarsi gradevolissima.

Ad Augusto, poi, un merito

bisognava pur riconoscerlo; quello di non ergersi a muto censore del modo di fare di Lisa. Non solo lasciava che parlasse a ruota libera, ma, il piu' delle volte, se ne restava come incantato ad ammirarne il colorito linguaggio.

   Avevo acquistato, come d'abitudine, i quotidiani del mattino, ma, in preda a profonda indolenza, anziche' sfogliarli, mi ero limitato ad adagiarli su una delle sedie che mi stavano accanto. Avevo poi dovuto rimuoverli per far posto ai nuovi arrivati e, non trovando dove metterli, avevo finito per posarli al centro del tavolo.

    Esauriti i convenevoli e le frasi di rito, la conversazione rischiava di risentirne. Fu in quel momento che Lisa, dopo aver gettato uno sguardo al "Corriere" lo distese in tutta la sua ampiezza e di li a poco, rivolta al marito, esclamo': "Dimmi se non avevo ragione!"

  Gli mostro' il giornale puntandovi l'indice in direzione dei sottotitoli di un articolo a tre colonne.

  Allungai il collo per sbirciare qualcosa dalla mia posizione. Con qualche difficolta' mi riuscė di leggere:

    "OMICIDIO TONUCCI"  e       piu'sotto:

    "ROVATO RENDE PIENA CONFESSIONE - DECISIVO IL RUOLO DEL MELOTTI"

  Il "Caso Tonucci", complicato per i suoi oscuri risvolti, aveva impegnato le prime pagine dei quotidiani per tutta l'estate.

    Carla Tonucci, una bella figliola ferrarese, era stata massacrata con una pesante spranga metallica e l'assassino ne  aveva occultato il cadavere  trasportandolo nottetempo in una vecchia cava abbandonata.

   L'assoluta mancanza di indizi aveva fatto sė che le indagini ristagnassero a lungo. Poi, quando gia' si cominciava a parlare di delitto perfetto, ecco gli stessi giornali diffondere la notizia che un delicato intervento  della "scientifica" aveva consentito di assicurare alla giustizia il presunto omicida; proprio l'ex-spasimante della vittima, per il quale, fino a quel momento, s'erano nutriti sospetti, senza  che emergesse uno straccio di prova.

    "Dimmi se non avevo ragione!" ripete' la donna al marito, poi, rivolgendosi a noi tutta trionfante:

    "E quando l'avrebbero scoperto quello lė senza l'aiuto del Melotti?...Hai voglia a parlare di brillanti operazioni di polizia. Balle!...Prima o poi la verita' doveva pur venire a galla".

    La curiosita' mi spinse ad intervenire.

    "Ma chi e' questo Melotti...e che ruolo avrebbe avuto nella soluzione del giallo?"

    La nostra amica sentė che era giunto il suo grande momento, scaravento' il giornale sulle gambe del marito e:

    "A Ferrara"', rivelo', "erano in molti ad intuire la verita', cosė, alla fine, nemmeno i giornali sono riusciti a tenerla nascosta".

  Si arresto' per qualche istante a riordinare mentalmente i fatti e riprese:

    "Il Melotti e' un sensitivo dalle qualita' impareggiabili. Gli basta toccare un oggetto legato ad un qualche evento per descriverne ogni aspetto, fino a scendere nei minimi dettagli. Per gli esperti si tratta di ...psi..." e qui ebbe un attimo di smarrimento.

   "Psicometria", intervenne a soccorrerla il marito.

  Superato lo scoglio terminologico, Lisa riprese:

  "Ora...bisogna sapere che l'assassino della Tonucci non si era accorto, rimuovendo il cadavere dalla casa della ragazza, che l'orologio della vittima, probabilmente caduto nel corso della colluttazione, era rimasto per terra in un angolo della stanza. La 'mobile', una volta rintracciato quall'unico indizio, lo aveva passato alla 'scientifica' che lo aveva analizzato studiandolo e rivoltandolo senza venire a capo di nulla. Come e chi sia stato non si sa, ma qualcuno, alla fine, deve aver pensato a mettere quel reperto in mano al Melotti. E il sensitivo che ti fa? Lo maneggia per qualche minuto, dopodiche' descrive in ogni dettaglio la scena del delitto fino a   tracciare un identikit dell'assassino piu' preciso di una fotografia".

    Presa da foga narrativa, Lisa continuava a raccontare soffermandosi sui risvolti passionali e sui pettegolezzi che  quella brutta storia di cronaca aveva alimentato.

    Da parte mia riscontravo difficolta' a seguire attentamente gli altri aspetti di quell'aggrovigliata vicenda; contemporaneamente pensavo ad altro. Ricordavo, solo ora, di aver letto in passato articoli molto seri sulla psicometria e non potevo fare a meno di tentare raffronti ed analogie tra quella singolare tipologia di fenomeni e quanto mi stava accadendo alle prese con quel quadro.

  Mi sorpresi ad ipotizzare, su tali basi, l'esistenza di una qualche connessione fra l'oggetto legato alla tragica scomparsa del Renier ed i   miei incubi notturni. Memore, tuttavia, delle sensate considerazioni di Elsa, mi sforzavo di allontanare da me la tentazione di giungere a pericolose conclusioni. Assolutamente non avrei dovuto ammettere di essere l'inconsapevole detentore di poteri paranormali.

  Sentivo, d'altra parte, che quella disgraziata faccenda poco alla volta mi stava rovinando l'esistenza.

   Avrei dato non so cosa pur di venirne a capo in qualche modo.

    Lisa continuava imperterrita ad accalorarsi nella sua narrazione. Ne percepivo solo le note metalliche e scattanti tipiche di quel suo timbro vocale e la loro cadenza forniva uno strano accompagnamento ritmico

al dilemma sul quale mi arrovellavo. Procedendo per associazioni di idee; collegando l'esistenza del quadro alla circostanza in cui ne ero venuto in possesso ed alla persona che me ne aveva fatto dono, mi baleno' in mente una possibile soluzione del caso.

    Rammentai che proprio il Rinaldi, pur operando da sempre come apprezzato radiologo, doveva avermi accennato, in piu' d'una circostanza, a certi suoi studi di psicologia. Mi sembrava, anzi, di ricordare che mi avesse confidato di nutrire una vera e propria passione per tale materia.

    L'amicizia che ci legava mi avrebbe consentito di parlargli con quella franchezza che, certamente, mi sarebbe mancata se avessi dovuto consultare un estraneo. D'altra parte mi incoraggiava al passo il fatto di ritenere Enrico responsabile, sia pure involontario, di tutti i disagi originati dal possesso di quello sciagurato regalo.

    Decisi che gliene avrei parlato da lė a qualche giorno; lasciandogli giusto il tempo di rientare da uno dei frequenti congressi medici ai quali di solito non riusciva a sottrarsi.

  L'aver preso questa determinazione fece sė che mi sentissi piu' sollevato; al punto da consentirmi di concludere per il meglio quello scorcio di vacanza e di risparmiare ai Dossetti il peso di una presenza imbronciata.

  Al rientro in citta' potevo dirmi, se non euforico, di sicuro piu' rilassato.

    Ebbi appena il tempo di assaporare un brandy che il telefono prese a squillare con insistenza. Guardai l'orologio: segnava le 22 e 30. Chi diamine poteva chiamare ad un'ora cosi poco indicata?

    Sollevai la cornetta e fui investito dal vocione inconfondibile di Franco Tucci.

  "E allora?" esordė, "quand'č che ti deciderai a mettere una segreteria telefonica? E' gia' la quarta volta che provo a chiamarti".

  Aveva un tono allegro e particolarmente scanzonato; segno evidente che gli affari milanesi non dovevano andargli male.

    "Dovresti procurarmi", inizio', "una guida toponomastica di Torino...Non una qualsiasi, ma, possibilmente..." e mi fornė gli estremi di una pubblicazione che sapeva avrei potuto reperire.

    Pensai che dovesse servigli piu' del pane se riteneva di chiedermela con tanta insistenza.

    "Dove posso mandartela?"

    "Da nessuna parte", rispose, "passo io stesso a ritirarla domani sul tardi"

    "Guarda che domani ho una brutta giornata. Non so per che ora saro' a casa...Te la lascio in portineria..."

  "No, No!" mi interruppe, "passarei a trovarti in ufficio. Ti andrebbe bene per le sedici?....Ho anche necessita' di parlarti".

  "E di cosa?"

  "Per telefono non posso. Ma tu fa in modo che riesca a trovarti in ufficio".

 Avvertivo  un che' di strano in quella telefonata

Proprio non riuscivo ad immaginare cosa avesse da comunicarmi di tanto delicato da non poterne nemmeno accennare per telefono. Mi affrettai a rivedere mentalmente il calendario dei miei impegni, quindi confermai: "vada per le sedici".

    Dall'altro capo del telefono sentii un "OK!" altisonante seguito dal colpo secco del ricevitore e sorrisi al pensiero che Franco, pur avendo cambiato citta', non sarebbe mai riuscito a fare altrettanto con i suoi atteggiamenti bruschi e spicciativi.