IL TATUAGGIO

Genesi, diffusione, decadenza e revival

(Agosto 2002)

 

Tante volte ho sfiorato l’argomento che, alla fine, mi è stato impossibile non dedicargli qualche pagina.

Vado a prelevare le sigarette da un erogatore che fornisce, in sostituzione del resto, un microtagliando con attestazione di credito. Una sorta di innocente miniprestito forzoso ? Non esattamente. Ormai le studiano proprio tutte. Non mi va di passare da merlo e la cosa m’indispettisce. E’ scontato che, tra quanti si sono serviti (o si serviranno), molti provengono da tutt’altra zona ? E’ pensabile che siano disposti a rimetterci in tempo e spese molto più di quanto verrebbe loro restituito ? Ed il tabaccaio ingrassa. Ha fissato all’ingresso la scritta "Torno subito". Il cartello vira decisamente al giallo ed i vicini se la godono un mondo a puntualizzare che il furbone è in ferie da almeno una settimana.

Per un po staziono imbufalito cercando di allertare quanti si accingono ad incappare nella tagliola. Non sempre mi riesce. C’è chi se ne va bestemmiando e chi non si trattiene dall’assestare calci all’infernale macchinetta.

Finisce che mi allontano a passi lenti dal luogo del misfatto e tanto mi consente di notare che qualcuno ha aperto una bottega di Tatuaggi Ttribali (sic!) ricavandola, guarda caso, nell’esiguo spazio che separa il minimarket della componentistica elettronica dal negozietto di computer che ha preso il posto di un’antica panetteria. In pratica, una scheggia del più remoto passato incastrata nel bel mezzo dell’era digitale.

 

Il fatto mi spinge a riflessioni di natura storico-sociologica.

 

Secondo me l’invenzione del tatuaggio è tutto merito del bue selvatico (volgarmente detto primigenius).

Che centra il bue selvatico ? Niente, se non fosse per il trascurabile dettaglio che le considerevoli corna di cui risultava fornito non sempre consentivano il rientro a quanti s’ostinavano a dargli la caccia. Ergo, siccome la razza dei furbi (tipo homo tabaccarius, per intenderci) esisteva già prima della specie sapiens, c’è da scommettere che trogloditi dotati di una maggiore cilindrata cranica, si sottraessero prudentemente alla battuta, salvo giurare d’avervi preso parte al momento di reclamare qualcosa da mettere sotto i denti.

Difficile smascherarli. Tanto per cominciare non c’era chi fosse in grado di operare una conta appena affidabile. Impossibile anche distinguere con certezza un individuo dall’altro; provvisti com’erano tutti di barbe fluenti e chiome da far schiattare d’invidia l’abate Faria.

Per svariati millenni intere generazioni di sfatigati poterono sfamarsi impunemente a spese di chi la pelle andava a rischiarla per davvero. Ma, tant’è, non c’è gioco che duri all’infinito. E poiché nulla indispone gli individui quanto il sospetto d’essersi lasciati fregare, la radicata consuetudine ebbe per conseguenza che il minimo dubbio d’aver a che fare con un millantatore esponeva il malcapitato a pesanti castighi. In assenza di altri strumenti rieducativi si ripiegava su colpi di clava tanto violenti che minacciavano di spopolare a vista d’occhio quello che gli antropologi definiscono un sito (ma che io chiamerei più semplicemente insediamento per non creare ulteriori problemi a quanti bazzicano in Internet).

Così non poteva continuare. Gli sciamani non sapevano più cosa escogitare per scongiurare truffe e mattanze di innocenti. Era fatale che, prima o poi, qualcuno si sarebbe inventato il tatuaggio per distinguere con segni indelebili i veri cacciatori da quelli fasulli.

Come questo nostro remoto progenitore possa esserci arrivato resta un mistero, sul quale si possono solo azzardare delle ipotesi.

Con tutta probabilità il colpo di genio dovette venire a qualcuno che s’era seduto sugli avanzi del bivacco senza accorgersi (complice l’oscurità della caverna) dei gusci di riccio celati tra cenere e carbone. Possibile, anche, che l’invenzione tragga origine da qualche furibonda lite coniugale; dove la donna potrebbe aver reagito ai brontolii del consorte colpendolo a più riprese con la lisca di pesce caduta nella ciotola dell’ocra.

Si cominciò (questo si capisce) con figure fatte alla buona e tuttavia sufficienti ad evitare scambi d’identità. Chi si sceglieva il segno di un cerchio, chi quello di un’ascia, d’una spirale o di un triangolo, mentre i più snob già tiravano a decorarsi con simboli che erano altrettanti richiami all’anatomia femminile; una ricercatezza che dovette sollevare indignazioni censorie negli anziani; verosimilmente inidonei a constatare che la rudimentalità di quei segni era tale da non turbare più di tanto le fantasie dei minori (qualcuno ricorda le sembianze della Venere Paleolitica? ).

Ed ecco che, all’inizio della battuta, l’individuo incaricato della conta s’occupava di tracciare impietosi segni di croce in mezzo alla lista dei tatuaggi scrupolosamente annotata su pelle di renna. Una volta atterrata la preda, non c’erano santi; potevi piangere in cinese; se risultavi depennato dall’elenco, ti toccava restare a stomaco vuoto.

Dalla caccia alla battaglia il passo fu breve. Vale a dire che cominciarono a vedersela brutta anche quanti, nel corso di attacchi ad accampamenti avversari, anziché impegnarsi a menar le mani, avevano preso l’abitudine di appartarsi per defecare dalla paura al confortevole riparo di siepi ed anfratti.

Anche quando non c’erano nemici a portata di mano o, quel ch’è peggio, mancava la selvaggina, il tatuaggio non perdeva nulla della propria valenza in fatto di burocrazia paleolitica.

Come doveva regolarsi un’accozzaglia di onesti cacciatori-raccoglitori quando la penuria di vettovagliamento minacciava di metterne in forse l’esistenza ? Ricorreva al razionamento delle bacche, previdenzialmente accumulate nella capanna dello sciamano secondo i crismi di un autentico ammasso ante-litteram.

Purtroppo nessuno aveva provveduto ad inventare le transenne ed è facile immaginare in quale bolgia di spintoni, urla e contestazioni doveva barcamenarsi la coda degli affamati. Ciononostante chi aveva prelevato quanto di sua spettanza non cedeva più alla tentazione di approfittare dell’intuibile casino per arraffare una seconda razione. Anche qui, man mano che i barbudos attraccavano al banco, il solerte stregone verificava la rispondenza del tatuaggio e s’affrettava a depennarlo subito dopo aver consegnato la giusta dose di pappatoia.

 

Il progresso registrato nel lento trascorrere dei millenni ridusse di molto il ricorso al tatuaggio. Più che comprensibile se si tien conto che, ormai, erano sempre più numerosi quanti potevano ostentare la padronanza della più rivoluzionaria tecnologia del mondo antico; quella della scrittura.

Desueta, ma non del tutto abbandonata, la pratica tribale era destinata a rivivere una seconda primavera grazie allo sviluppo dei rapporti politico-diplomatici che si andavano instaurando ai primordi delle antiche civiltà.

Mettiamoci nei panni d’un protomonarca fermamente intenzionato a vivere sulle spalle dei confinanti (uno che aveva capito anzitempo come il rame ed il bronzo trasformati in armamenti potevano rendere di più e meglio che se impiegati nella produzione di arnesi da lavoro ). Ecco che, senza tormentarsi ad inventare plausibili motivi, quando meglio gli pareva, armava un po dei suoi bifolchi e li mandava a chiarire le idee a quanti, fuori dai suoi possedimenti, s’ostinavano a ricavare di che vivere cimentandosi in quei rompicapo dei nuovi modelli del produttivismo che erano l’agricoltura e l’allevamento. Quando proprio non ne potevano più di farsi rompere le ossa dalle superpotenze dell’epoca, quei disgraziati si piegavano alla condizione di tributari. Era come mettere una montagna di cambiali nelle mani d’un cravattaro, che li avrebbe costretti a sgobbare onde ricevere gratis ed a scadenze predeterminate: buoi, pecore, tessuti e granaglie.

Tuttavia……….

Avete presente lo Stendardo di Ur ? Bello ! Peccato che (ma è una mia personalissima opinione) rappresenti un falso storico. Proprio non mi convincono le colonne di armenti pasciuti e corpulenti sottratti al nemico. Secondo me era solo una forma di propaganda.

Ragioniamo !

Vero è che, al momento di onorare la tratta, gli sconfitti non potevano fare altro che radunare mandrie e derrate alimentari da consegnare al vincitore. Ma, poichè la batosta bellica non poteva averli privati delle facoltà raziocinanti, c’è da pensare che facessero di tutto per ridurre al minimo i danni del periodico salasso. E’ scontato, quindi, che allineassero capi di bestiame malaticci e denutriti pregando gli dei che non stecchissero lungo la strada (avessero avuto a disposizione le mucche pazze ci avrebbero schiaffato di mezzo anche quelle). Se scoperchiavi una giara il tanfo dell’olio marcio si sentiva lontano un chilometro ed il vino, ricavato dalle uve peggiori, rischiava di stenderti al primo sorso (scavi recenti rivelano nelle vasche di fermentazione tracce che fanno pensare all’impiego di metanolo nei vini destinati all’esportazione) .

Se appena ti sognavi di protestare i sottoposti s’attaccavano alla moria delle vacche ed ai danni della siccità e finivi, talvolta, col rinunciare al tributo per non correre il rischio di sottostare alla richiesta di sovvenzioni.

Gli assiri, notoriamente più tosti dei sumeri, e che proprio non si rassegnavano a passare da fessi, introdussero l’usanza d’inviare i loro esattori con l’incarico di prelevare, dopo oculata selezione, derrate e bestiame.

Ma,….e qui sorgeva il problema. Chi assicurava i vassalli circa la reale identità di chi si presentava a riscuotere ? Ne derivava che non di rado i messi reali giungevano a destinazione solo dopo che qualcun altro s’era affrettato a lasciare i contribuenti con una mano davanti e l’altra dietro (senza contare i furbi che allo scadere della cambiale s’affrettavano ad imboscare vitto e vestiario per poi giurare di averli affidati a chissachì).

L’indomita stirpe dei dominatori escogitò allora il sistema del sigillo reale, che impegnava i confinanti ad effettuare versamenti solo a chi ne risultasse provvisto. Fatica sprecata. I soliti malfattori attendevano nei posti più impervi i membri delle delegazioni, li caricavano di legnate e s’impossessavano del titolo che li metteva in condizione di perpetuare la truffa.

Prima di ridursi alla disperazione; vale a dire quando le elite dominatrici erano sul punto di doversi rimboccare le maniche per imbracciare la zappa, qualcuno dovette pur ricordarsi del tatuaggio e per i furbastri cominciarono a prospettarsi tempi duri. Pare (anche se non è storicamente accertato) che la zecca reale s’affrettasse a coniare coppie di sigilli; uno per il tesoro, l’altro per il tributario. Una specie di timbro (un vero e proprio marchio a guardia della buona qualità) che gli aspiranti finanzieri dovevano farsi imprimere sul petto (sulla spalla se particolarmente pelosi) quale traccia per la fedele realizzazione del tatuaggio.

Quando, ignari, della fregatura che li attendeva, i soliti predoni si affrettarono ad accoppare la reale delegazione, capirono, per dirla all’egiziana, che il tempo delle vacche grasse era finito. Impossibile escludere che qualche ardimentoso abbia provato a presentarsi con un tatuaggio contraffatto. Ma chi doveva effettuare la consegna, apposta copia del sigillo sul petto dello sciagurato, non ci avrebbe messo molto a capire di avere a che fare con un aspirante suicida. Mai e poi mai la forma avrebbe potuto coincidere col segno; nemmeno qualora il malcapitato, contraendo o dilatando il torace, si fosse ostinato nel tentativo di perpetuare la fregatura. E poi c’era la questione dell’inchiostro. Vogliamo mettere ? Quello della zecca doveva essere tutta un’altra cosa.

 

Altra circostanza che, a distanza di secoli, contribuì al discreto recupero della moda: quella imposta dalle incombenze della sopravvivenza dinastica.

Dobbiamo ficcarci in testa che la vita degli antichi monarchi era, per più versi, meno sicura di quella delle attuali rappresentanze democratiche; dove, una volta che sei stato eletto, non ci sarà, per almeno un quinquennio, chi potrà assestarti una pedata nel di dietro.

I preposti al comando sbafavano e fottevano tale e quale a quelli di oggi. Solo che, ora era una congiura di palazzo, ora il persistere d’una carestia, talvolta un conflitto con le locali gerarchie del clero, quando non un alleato particolarmente rognoso; sta di fatto che chi reggeva le fila del potere, nell’alto come nel basso medioevo, doveva starsene sempre con le valige a portata di mano.

Quando capitava di dover cambiare aria, i membri del casato si sparpagliavano come meglio potevano nella speranza che almeno uno di loro sfuggisse ai nemici.

Chi subentrava non ci metteva molto a commettere le stesse fesserie dei predecessori e ad esporsi all’identica loro sorte.

Quando ciò accadeva potevi scommettere che si sarebbe fatto vivo un qualche superstite della deposta dinastia.

Mettiamoci ora nei panni dei maggiorenti preposti alla consegna dei poteri. Quand’anche il grosso della popolazione fosse disposta a riconoscere i diritti del pretendente, era scontato, quanto meno, che quelli gli chiedessero:

"Documenti !"

"Li avevano distrutti i rivoltosi…"

"Carta d’identità"

"Era ancora nella saccoccia del babbo quando gli dettero fuoco"

"Credenziali ?"

Protetto da un adeguato stuolo di fedeli armati fino ai denti, il giovane mostrava agli autorevoli membri un forziere colmo d’oro. Era raro che gli incaricati del riconoscimento tentennassero. Ma quando ciò accadeva non restava all’altro che il ricorso al gesto plateale capace di zittire chiunque. Squarciatosi il corsetto, l’aspirante mostrava ai quattro punti cardinali il tatuaggio praticatogli sul petto fin dall’infanzia. Brusio di generale approvazione ed istantaneo insediamento nel palazzo della signoria.

 

Anche l’apertura delle grandi rotte oceaniche pesa non poco sul rilancio del tatuaggio, la cui praticità non poteva che tornare provvidenziale per i patiti della navigazione. Un nobiluomo determinato all’imbarco doveva pur mettere in conto l’ipotesi di rientrare dopo svariati anni di peripezie.

Poniamo che il viaggiatore si ripresentasse vecchio ed acciaccato all’inverosimile dopo che i parenti, datolo per morto, s’erano spartiti allegramente ogni cosa. Sprovvisto del cutaneo supporto di riconoscimento, nove volte su dieci avrebbe corso il rischio di passare per impostore ed ogni qualvolta si fosse accanito a tempestare di pugni la porta della propria dimora niente e nessuno avrebbe potuto preservarlo da una massiccia somministrazione di calci in c.

 

Erano tempi, in definitiva, in cui l’ingegnoso sistema di marcatura faceva la differenza tra gentiluomini e malviventi.

Chi campava d’espedienti, o si ritrovava con una coscienza inadatta alla pubblicità dei detersivi, mai e poi mai avrebbe consentito che gli si praticassero manipolazioni epidermiche. Le foto segnaletiche erano di la da venire e ci voleva ancora qualche generazione prima che spuntasse quel rompicoglioni di Bertillon. Ergo, per chi propendeva al coltello più che alla vanga, bastava che si allontanasse di qualche chilometro dal luogo dei suoi misfatti per riuscire a trascorrere il resto dell’esistenza nel più indisturbato degli anonimati.

 

Considerato che - come avrebbe dimostrato la Rivoluzione Francese - il numero dei gentiluomini e dei pretendenti ai troni era di gran lunga inferiore a quello dei comuni mortali, non fosse stato per la tratta degli schiavi, la pratica del tatuaggio sarebbe finita nel dimenticatoio.

 

Bisogna ammettere che, per chi è intento a sgranocchiare tranquillamente una pannocchia di granturco sotto la confortevole ombra di un pagliaio, la deportazione in catene verso orizzonti sconosciuti non può che rappresentare una insopportabile rottura di coglioni. Del tutto consequenziale la predisposizione alla fuga; tanto più se riferita a soggetti geneticamente negati per forme di lavoro che hanno molti punti in comune con quelle degli odierni contratti atipici. Era l’ultima chance per chi, sopravvissuto a crociere degne d’un trasporto di clandestini, si ritrovava a rompersi la schiena nelle piantagioni di cotone.

Finchè le forze lo reggevano il disgraziato continuava a correre, braccato dalle mute dei cacciatori di schiavi. Il guaio è che, più si allontanava dalla tenuta dei suoi aguzzini, più campi coltivati a cotone era costretto ad attraversare. Se era tanto fortunato da seminare chi gli stava alle calcagna, non trovava il tempo di tirare il fiato che già gli toccava riprendere a sfacchinare per un padrone forse anche peggiore di quello che aveva abbandonato.

La perdita d’uno schiavo rappresentava un danno di poco inferiore allo smarrimento di arnesi agricoli. Chiaro si facesse di tutto per evitare che, una volta acquistata, la mano d’opera d’importazione se ne andasse per i c. propri.

Da gente pratica qual’era la congrega dei piantatori pensò, dapprima, di regolarsi come per il bestiame; una bella marcatura a fuoco e buona notte ai suonatori. Ma non passò molto che dovette ripiegare su trattamenti meno feroci; forse imposti dalla filantropica considerazione che, operando su soggetti deboli di cuore, c’era rischio di giocarsi il capitale. I meno conservatori preferirono quindi far precedere l’intervento da un’adeguata somministrazione di rum (scoprendo poi con raccapriccio l’impossibilità di indurre il malcapitato a postumi svezzamenti).

Ora, anche se gli storici sono tutt’altro che concordi sul tema, pare che la svolta umanitaria concretizzatasi da lì a poco in pro del tatuaggio sia da ricondurre al fatto che la certificazione a mezzo ferri roventi trasformava per qualche giorno in mutuati coloro che l’avevano subita.

 

Con l’abolizione della schiavitù, resa peraltro obsoleta dall’avvento di burocrazie in grado di contare a chicchessia finanche i peli del culo, il ricorso alle decorazioni cutanee di tipo permanente cadde in disuso; al punto da confinarne la pratica alle sole comunità tribali.

Sorvolare sulle relative vicissitudini di etnie estranee alla civiltà occidentale potrebbe suonare offesa per gli estimatori della società multietnica. Tanto impone qualche ulteriore cenno in materia.

 

Se guardiamo agli indiani d’America, i Sioux meritano un posto di tutto rispetto tra i forzati del tatuaggio. Non che ne avessero la fissa. A loro, per la verità, piaceva soprattutto scarabocchiare. Non facevano in tempo a terminare la concia d’una pelle di bisonte che già ne avevano decorato ogni centimetro quadrato. Un’esagerazione che, prima o poi, avrebbe finito per incontrare qualche ostacolo .

Sempre più seccate a doversi rigirare tra coperte zeppe di segni che solo i maschi capivano, le donne della tribù minacciarono di abbandonare il tepee coniugale qualora i rispettivi compagni si fossero rifiutati di andare a sfogare altrove la loro vena artistica.

I poveretti si guardarono in giro cercando, senza trovarlo, materiale scrittorio che non fosse quello fornito dai bisonti. Che fare ? Si arrabattarono a verniciare i cavalli, timbrandoli abbondantemente con impronte di mani intinte nella vernice. Poiché le bestie non mancarono di incutere timore nei vicini, ecco che cominciarono ad impiastricciarsi faccia e torace con decorazioni studiate a bella posta per indurre alla diarrea quelli dei clan avversari.

Per un po la cosa filò liscia. I c. cominciarono quando, lanciati al galoppo contro l’accampamento nemico, furono sorpresi da un forte acquazzone che li trasformò in un branco di pagliacci, costringendoli a ripiegare scornati all’inverosimile ed ormai pronti al più affidabile sistema del tatuaggio.

Fra quanti doverono adottarlo fin da subito figurano i Papua (che, come si sa, non disponevano nemmeno di bisonti).

Qualche riluttanza, semmai, poterono averla gli aborigeni dell’Australia. E’ fuor di dubbio che avrebbero preferito istoriare pelli sottratte ai canguri. Ma sono animali bisbetici, diffidenti e capaci di correre a tutto spiano. Si poteva provare a colpirli col boomerang. Tuttavia, se l’arma sbagliava bersaglio ed andava a sbattere malamente contro qualche arbusto, c’era pericolo che tornasse indietro per sfasciare il cranio al disgraziato che l’aveva lanciata.

 

Dopo un periodo di secolare abbandono, la moda non mancò di tornare a far capolino nell’occidente. Ma si trattò d’un fuoco di paglia durato giusto il tempo del secondo conflitto mondiale.

Unici a reintrodurla: i nazisti, che strano a dirsi, la praticavano gratis.

Per usufruire del servizio occorreva tuttavia un minimo di sfottimento. Quelli ti schiaffavano su di un convoglio (che, a differenza dei treni nostrani, arrivava sempre a destinazione) per scaricarti in qualche stazione dove trovavi sempre un tizio, che magari dava i numeri, ma al quale, in fatto di perizia tatuatoria, dovevi fargli tanto di cappello.

 

Ed eccoci giunti ai nostri giorni.

Chi (contando sul crescente livello di rincoglionimento di massa) progettava il rilancio della moda, per arricchirsi a spese dei potenziali tatuandi, aveva preso da tempo le sue brave precauzioni. Non ci vuole grande fantasia per immaginarselo infiltrato in strutture tipo ENPA ed affini onde dimostrare, attraverso la forzata collaborazione canina, l’assoluta mancanza di nocività delle inoculazioni sotto pelle. Un po come si procede per il lancio di nuovi farmaci; dove le prime bestie a farne le spese non sono mai quelle che seguono come vangelo i messaggi della pubblicità.

Non ne siete convinti ? Veramente credete che l’applicazione d’un mucchietto di numeri tra le cosce d’una bestiola possa preservarla dall’abbandono in autostrada ? Ed allora ditemi: "che c. ve ne fate della suddetta numerazione dopo che un chiwawa, barbaramente abbandonato, è andato a spiaccicarsi sotto le ruote d’un tir ?"

Tant’è; così va il mondo ! Non bastavano i codici fiscali, le partite IVA, i dati dell’ INPS, le targhe sui motorini, le rilevazioni a mezzo cellulare, i sondaggi a campione (con tanto di nome e cognome), le tracce dei bancomat, le card e le impronte digitali. Quando si dice dell’incontentabilità umana ! Gli individui del duemila, ancorchè schedati fin dentro il cesso, continuavano a sentire la mancanza d’un qualcosa che arricchisse l’esibizione della propria individualità.

Lasciamo con piacere a sociologi e strizzacervelli la ricerca delle insondabili pulsioni ancestrali che possono aver motivato il revival della decorazione cutanea e concentriamoci su qualcuno dei possibili scenari che siffatto rilancio potrebbe innestare nella società.

D’obbligo, intanto, un consiglio a quanti si accaniscono nell’arte obsoleta della pittura, della litografia, dell’acquaforte e dell’incisione in genere: Aggiornatevi ! Mandate a p. pennelli, torchi, lastre e tutto l’armamentario che vi circonda. Se ci tenete ad assicurarvi un futuro, datevi al tatuaggio! Fidatevi ! Non ci vorrà molto che le illustrazioni cutanee cominceranno a quotare e saranno ostentati più dei prodotti dell’artigianato orafo.

Naturalmente occorrerà ponderare sul rovescio della medaglia.

Fra qualche tempo titoli del tipo "Sequestravano avvenente soubrette per usarle violenza" potrebbe prestarsi ad interpretazioni meno univoche delle attuali. Per cui potreste prendere una cantonata immaginandovi la vittima in balia di gentaglia che non vede l’ora di calarsi i calzoni.

Poniamo che la poveretta avesse ostentato nel luogo sbagliato un tatuaggio firmato. Soggetti della categoria meno abbienti e prossimi alla disperazione potrebbero averla trascinata in qualche remoto cascinale per praticarle un intervento di quelli che non richiedono grande perizia chirurgica.

I più previdenti non ci penserebbero due volte a sottoscrivere polizze; anche se questo li esporrebbe al rischio di farsi spellare dalle assicurazioni.

 

Ed allo scuoiamento post mortem ci avete pensato ? Indispensabile per un corretto rientro dei beni del de cuius nell’asse ereditario.

Poniamo che dal remoto 2002 la trisavola rechi impressa sulla carcassa l’opera prima d’un tatuatore di genio. E’ comprensibile che parenti di primo e secondo grado ne attendano con ansia la dipartita. La megera potrebbe anche provare a buggerarli optando per la cremazione; che, c’è da scommetterci, verrebbe puntualmente bloccata dall’innovativa sentenza di qualche magistrato non insensibile alla salvaguardia del patrimonio artistico.

NARRATIVA UMORISTICA

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