C. V  TERRORE AL LUNA PARK

 

 

"Devo premettere", inizio', "che, in dieci anni di matrimonio, quasi mai m'e' riuscito di trattenere fuori casa mia moglie fino a tarda sera. E' fatta cosė; quando scoccano le dieci, ovunque si trovi, comincia a dare segni d'insofferenza ed e' capacissima di piantare scenate se non si e' in grado di riportarla subito a casa.

Avesse fatto un'eccezione la sera del dodici agosto, mi sarei risparmiato l'esperienza che sto per narrare.

Eravamo in piazza Matteotti e solo a quell'ora si cominciava a respirare dopo una giornata piu' afosa delle altre. Non ci fu verso di trattenerla e mi tocco' riaccompagnarla in albergo.

In capo ad un quarto d'ora, incapace di starmene al chiuso, ero di nuovo in strada.

Scarpinai distrattamente per un tratto prima d'imboccare via 11 Febbraio.

Ero mortalmente annoiato al termine d'una giornata piu' monotona delle precedenti.

Mi fermai ad accendere una sigaretta. Fumavo e, di tanto in tanto, gettavo compiaciuto un'occhiata al nuovo orologio; niente da dire: era proprio un gran bell'oggetto e faceva la sua figura.

Da un lontano piazzale giungevano fino a me le luci multicolori d'un Luna Park. Mi chiesi se non sarebbe stato il luogo piu' adatto a mandar giu' il resto della serata.

Stavo andando incontro ad una mezza delusione. Per uno a cui piacciono i bagni di folla non era piacevole constatare che c'era pochissima gente. In compenso il frastuono di piu' rumori accavallati, le voci che si mescolavano alle musiche negli altoparlanti, le luci intermittenti, ed a tratti accecanti, costituivano, nell'insieme, un accettabile antidoto al senso di abbandono che, data l'ora, cominciava ad aleggiare sull'insediamento.

Superati i primi padiglioni, mi ritrovai di fronte a quello delle slots-machines. Resistere alla loro tentazione e' un'impresa che ho sempre ritenuto impossibile.

Cosė, colpo dopo colpo, tra molte perdite e qualche vincita insignificante, finii per ritrovarmi quasi a secco in capo a mezz'ora.   Guardai l'orologio; segnava le undici. Non volli prendere nemmeno in considerazione l'eventualita' del rientro. Che vacanze sono quelle in cui si va a dormire come se, all'alba, si dovesse correre in fabbrica, o in ufficio?

Pensai, per un momento, di andare a rifugiarmi in qualche bar, ma considerai anche che, per trovarne uno che non fosse un mortorio, avrei dovuto spingermi oltre Rocca Costanza; una bella tirata.

Incerto sul da farsi, cominciai a guardarmi intorno fin quando non intercettai lo sguardo ammiccante d'una donna.

La sconosciuta, sulla trentina, simpatica piu' che bella, se ne stava pigramente adagiata contro la porta d'un botteghino. Alle sue spalle si ergeva la piu' classica delle attrazioni; una di quelle gallerie dell'orrore destinate, tuttavia, ad occupare, negli spettacoli viaggianti, spazi sempre piu' marginali. Dipendera' dal fatto che forniscono emozioni ormai al limite del patetico in una societa' dove, chi cerca il brivido, puo' disporre di ben altre distrazioni.

Penso che avrei resistito ai sorrisi invitanti della donna se solo non avessi temuto di dover tornare alle slots-machines per sperperare anche le ultime banconote.

L'attrazione, e gia' in questo rivelava un tocco di originalita', consentiva la presenza di un solo visitatore per volta.

Mi tocco' salire su d'una piccola piattaforma ed introdurre il gettone nella fessura d'un apparecchietto che, immediatamente, diede il via alla corsa.

La pedana altro non era che l'inizio d'un tapis-roulant; un nastro trasportatore dal quale, stando ai cartelli, non ci si doveva muovere sino alla fine del viaggio.

Penetrai, cosė immobilizzato, in uno spazio buio nel quale, ben presto, cominciarono a sfrecciare strani volatili meccanici e luminescenti.

Il loro ideatore doveva essersi ispirato ai pipistrelli anche se, per ovvie finalita', aveva preferito alterarne sembianze e dimensioni.

Lo spettacolo era in grado di far presa oltre ogni aspettativa; non tanto per l'apparizione in se' dei mostriciattoli, quanto per il fatto che il suono stridulo ed assordante che emettevano li accompagnava nella loro traiettoria accentuando, in tal modo, la sensazione di timoroso disgusto che provocavano quando pareva sfiorassero lo spettatore.

Procedendo con programmata lentezza, tra guizzi di luce verde e bagliori rossastri, il tapis-roulant si approssimava, ora, all'imbocco d'una galleria, talmente aggrovigliato ed angusto che, all'atto di passare, fui portato d'istinto a chinare la testa.

Mi ritrovai, ben presto, in un ambiente immerso nell'oscurita' piu' impenetrabile.

Era cessato ogni rumore ed anche la pedana mobile s'era arrestata di botto. Il silenzio assoluto che mi circondava m'indusse a pensare che la struttura dovesse disporre d'un qualche sofisticato sistema d'insonorizzazione. Come spiegare altrimenti che non filtrava alcuna eco del frastuono esterno?

Cristo! Bisognava ammettere che quella baracca era organizzata in maniera assai meno rudimentale del previsto. Penso, infatti, non ci sia nulla che riesca ad acutizzare la tensione come una sosta che ci costringa a stare immobili ed al buio per attendere, nel silenzio piu' sepolcrale, che si compia qualcosa, d'imprevisto, ma che si e' certi che accadra'.

Trascorsero dieci, forse venti secondi, ed ecco apparire tre luci dal fondo. Le vidi dirigersi celermente nella mia direzione e, forse gia' a meta' percorso, riuscii a distinguere, alla mia destra, due teste mozzate che procedevano volteggiando a mezz'aria.

La terza figura, distanziata dalle altre e diritta alla mia sinistra, era un manichino con le sembianze d'un cadavere, coperto di stracci ed in preda agli orrori della decomposizione. Recava tra le mani scheletriche un arnese che avrebbe voluto essere una falce, ma che trovai piu' simile ad una roncola. Ruotava il cranio coperto a meta' da ciocche rade di capelli e sollevava quel che restava degli arti per menare fendenti secchi e ritmati.

Il buio del cunicolo cedeva alla luce altalenante incorporata in quegli orridi simulacri che squarciavano a piu' riprese il silenzio con urla assordanti.

Per essere un gioco veniva condotto in maniera magistrale.

A Parigi, anni addietro, ero rimasto impressionato dalla verosimiglianza delle cere del 'Grevin'. Devo ammettere che le riproduzioni di quel padiglione non avevano nulla da invidiare a quelle. Forse le superavano.

Mi scossi immediatamente da quella specie di estasi quando, muovendo un braccio, capii che la cinghietta dell'orologio doveva essersi aperta; sentii l'oggetto scivolarmi dal polso, cercai di bloccarlo mentr'era ancora sul dorso della mano, ma, stordito com'ero dalla vista di quelle apparizioni, non fui tanto lesto da evitare che cadesse.

Dovevo assolutamente recuperarlo prima che il tapis-roulant si rimettesse in moto. Alla luce tremolante delle sagome mi chinai a tastare lo spazio attorno ai piedi.

La lieve luminescenza che riusciva a filtrare da sotto le assicelle del nastro lasciava intravvedere gli ingranaggi del meccanismo trasportatore. Ecco dov'era andato a cacciarsi.

Non c'era verso di far passare le dita e, comunque, a poco sarebbe servito considerando la distanza delle assi dagli ingranaggi.

Era un brutto momento, ma il peggio doveva ancora venire.

Mentr'ero chino in quella scomoda posizione le urla cessarono e torno' il buio improvvisamente. Il tappeto si mosse e, nel silenzio ch'era sopraggiunto, distinsi nettamente il rumore dell'orologio maciullato dagli ingranaggi.

Vi lascio immaginare cio' che provai.     Trascorsero pochi secondi ed il nastro trasportatore si arresto' ancora.

Ecco che, dal fondo, riapparivano le tre figure di prima. Feci per alzarmi e, quand'ero ormai in piedi, avvertii che qualcosa mi bloccava il braccio sinistro. Cos'accidenti d'altro poteva esser successo?

Scoprii, con l'approssimarsi delle luci, che la manica della giacca s'era impigliata di brutto in una sporgenza metallica tra le sbarre del passamano alle quali m'ero sostenuto per risollevarmi.

Dovevo liberare l'indumento al piu' presto, prima che il tappeto riprendesse a muoversi.

Cominciai ad agitare sempre piu' nervosamente l'avambraccio, che sporgeva ben oltre il passamano.

Nel frattempo, ancora una volta, quelle orribili sagome m'avevano raggiunto.

Il fantoccio coperto di stracci riprese ad agitare minacciosamente la roncola, che cadde una prima volta quasi a contatto della mano tuttora bloccata al di la' della griglia.

Non ricordo se urlai, ma, se anche l'avessi fatto, il frastuono che accompagnava la scena era tale da coprire qualsiasi invocazione d'aiuto.

Afferrai deciso il polso sinistro e mi sforzai di trattenere l'avambraccio piu' lontano possibile dalla traiettoria del falcetto.

In condizioni normali non sarebbe stato difficile, ma, atterrito com'ero dalla possibilita' di ricevere il colpo, sentivo tremarmi la destra e rischiavo, ad ogni momento, di mollare la presa.

La drammaticita' della situazione produsse strane sensazioni. Si alterarono i rapporti di spazio, si dilato' la percezione del tempo ed ecco verificarsi un fenomeno molto prossimo all'allucinazione. Fu come se le figure che mi venivano incontro subissero una sorta di trasfigurazione. Non erano piu' le componenti d'un gioco, ma creature in preda a furia omicida.

Attendevo con trepidazione che il fantoccio ripetesse i suoi gesti. Guardavo terrorizzato quegli occhi mostruosamente pendenti dal cranio e mi sembravano animati da una feroce carica di violenza.

Sentivo che le forze stavano per abbandonarmi; da un momento all'altro la roncola avrebbe potuto staccarmi la mano.

La vista cadeva talvolta sulle teste che mi penzolavano davanti; sembrava mi guardassero minacciosamente attraverso le loro orbite vuote ed inondate da tetre luci rossastre. Continuavano ad emettere urla prolungate, agghiaccianti, e mi parvero altrettanti incitamenti al manichino perche' mettesse a segno i suoi colpi.

Improvvisamente fu buio e silenzio.

Dovevo approfittare della tregua; il tappeto si sarebbe mosso da un momento all'altro. Tentai un ultimo disperato sforzo, la manica della giacca comincio' a lacerarsi e, finalmente, mi riuscė di liberare il braccio.

Il tapis-roulant riprese ad avanzare nel buio. S'arresto' ancora una volta.

Valutai che non avrei sopportato il ripetersi dello spettacolo. Attesi qualche istante; nulla! Misi avanti le mani e sentii che toccavano una superfice viscida, spinsi; era una doppia tenda di plastica nera e pesante: l'uscita.

Ancora intontito, mi fermai sulla piattaforma che immetteva ai gradini.

Avevo le mani indolenzite e le gambe mi tremavano.

Vagai con lo sguardo alla ricerca della sconosciuta; nell'esaltazione del momento le attribuivo responsabilita' che non aveva. Non mi riusci di vederla e fu meglio cosė; fuori di testa com'ero avrei potuto reagire in maniera spropositata. L'avrei individuata solo piu' tardi, quando i fumi dell'ira cominciavano a dileguarsi; chiacchierava tranquillamente con il conduttore d'un banco di tiro a segno.

Ansimavo e mi allontanai lentamente.

Al rientro, trovai mia moglie che dormiva profondamente, cosė mi fu risparmiato l'imbarazzo di doverle delle spiegazioni. I dissapori si sarebbero verificati il giorno dopo. Le avevo dato ad intendere che l'orologio (del quale intuiva il valore) era stato un regalo dei colleghi. Non sarei mai riuscito a rivelarle cio' che vi ho raccontato e le frottole improvvisate per giustificarne la perdita l'avrebbero lasciata incredula e sosettosa.

 

Rodolfo non era un tipo particolarmente  emotivo. Notavo, tuttavia, che la forzata rievocazione di quella brutta esperienza gli aveva causato qualche fastidio. Quantunque disposto ad ironizzare su tutto, non gli era riuscito di scorgere alcun lato buffo nella vicenda che lo aveva visto protagonista. Ci si provo' Luca che, sorridendo con malizia:

"non immaginavo", commento' in tono sfottente, "che, grande e grosso come sei, i pupazzi ti mettessero tanta paura".

L'altro non rispose e si limito' a scrollare piu' volte la testa. Pareva dicesse:

"a che pro ribattere? Avreste dovuto esserci per capire cio' che si prova".