C.III  TIMORI E PROGRAMMI

 

 

Il ritrovo nel quale andammo a metter piede era d'infima categoria; in compenso pareva offrire,  effettivamente, le caratteristiche di riservatezza prospettare da Pino.

Sembrava una via di mezzo tra un bar ed una mescita, ma così squallida e sgangherata da renderne assolutamente spropositata l'ubicazione in quella zona centrale della città.

Penetrammo in un vano che una lurida tenda di plastica separava dal resto e sedemmo attorno ad un tavolo ricoperto, ricordo, da una tovaglia di feltro verde unto ed usurato.

Vidi Luca frugarsi nella tasca della giacca ed estrarvi il ricavato di quell'impresa strampalata. Quand'ebbe finito batte' soddisfatto le mani sulle spalle dei due che gli stavano accanto e che fissavano, come ipnotizzati, un luccicante mucchietto di monete d'oro.

Devo ammettere che io stesso non riuscivo a sottrarmi al loro fascino; gia' a prima vista m'erano parse antiche e di squisita fattura.

Con un rapido gesto della mano Luca le sparpaglio' fino ad occupare un terzo della superficie del tavolo.

"Venti!" esclamo' Pino, dimostrandosi lesto nel contarle almeno quanto lo era stato l'altro nell'appropriarsene.

"Giusto cinque a testa!" aggiunse Rodolfo.

Per quanto strano possa sembrarti ebbi, per un momento, la tentazione di non sottrarmi a quella "generosa" distribuzione e dovetti compiere qualche sforzo allorche' puntualizzai che non avrei accettato alcunche'.

"Tenetemi fuori dalla faccenda", tenni a rimarcare," e, per il resto, fate un po' come vi pare".

Nonostante cio', non mi stancavo di curiosare tra i pezzi della refurtiva. Quelle monete dovevano valere parecchio. C'erano, ricordo benissimo, alcuni dobloni spagnoli di fine seicento e due aurei di epoca imperiale.

Di tutte mi colpiva lo stato di perfetta conservazione; sembrava, quasi, che nessuno mai le avesse maneggiate e non sarebbe esagerato dire che rappresentavano cio' che i numismatici usano definire "fior di conio".

Una, tra le tante, aveva un che' di familiare; dove potevo averla vista? E mi ricordai di un settimanale che l'aveva riprodotta tale e quale. Non potevo sbagliarmi; l'immagine era identica; quella di un'antica nave a remi, recante, sul rovescio, il tipico simbolo di Mercurio; un caduceo .

"Non so di preciso quanto possa valere", mi lasciai sfuggire, "ma ricordo che l'illustrazione che la riproduceva era accompagnata da una cifra a sei zeri".

Non avevo finito di parlare che Luca se n'era gia' impossessato, rimettendola in tasca e battendovi sopra la mano.

"Non ci resta che dividere  per tre le altre diciannove", aggiunse dopo aver tirato un sospiro di sollievo.

Agli altri quella frase dovette fare l'effetto di un pugno sul muso. Guardarono Luca in cagnesco ed assunsero ben bresto un'aria così minacciosa da farmi temere  che stesse per scatenarsi una rissa.

Rompendo bruscamente il silenzio Rodolfo protesto':

"Hai gia' fatto la tua scelta! Cio' che resta va diviso per due"

Lo disse in tono così deciso che pareva escludere ogni ipotesi di trattativa.

Pino ritenne che gli spettasse l'ultima parola:

"Facciamo otto per due e quel che resta se lo intasca Luca".

Quest'ultimo avrebbe opposto di sicuro un'ultima resistenza se un pesante scalpiccio  alle nostre spalle non avesse rivelato il rapido approssimarsi di qualcuno.

In un attimo Pino e Rodolfo arraffarono l'oggetto delle loro richieste ed a Luca non resto' che imitarli affrettandosi a mettere in salvo le tre monete piu' prossime alle sue mani.

Vedemmo scostare un lembo della tenda che presto ricadde sul collo del proprietario della stamberga.

"Quattro caffe'!" ringhio' Luca e continuo' a fissare rabbioso il modeso divisorio che l'altro, allontanandosi, aveva lasciato ricadere. Era convinto, indubbiamente, che, se non ci fosse stato quel malaugurato intermezzo, sarebbe riuscito a strappare qualcosa di più.

Quella tormentata spartizione aveva ingenerato tra di noi un'atmosfera piu' pesante d'una cappa di piombo.

Non avendo parte in causa, ero l'unico che avrei potuto tentare di rilanciare il dialogo. Lo feci maldestramente sforzandomi di richiamare altrove la loro attenzione.

"Sono proprio curioso di vedere", dissi, "come farete a piazzarle".

"Non saremo  tanto fessi da proporle al primo che capita", rispose Rodolfo, "le vacanze ci tornano a fagiolo; una volta lontani da Torino le collocheremo presto e bene, puoi starne certo".

Gia' questa risposta avrebbe dovuto indurmi a dubitare della tesi sostenuta da Luca nel tragitto dal negozio alla piola. Sul momento non ebbi modo di soffermarmici, anche perche' Pino, che aveva cominciato a ridacchiare in sordina:

"A proposito di fessi", esterno', "indovinate un pò a chi stavo pensando !...Ma allo stronzo che ci ha rimesso  pure l'omaggio".

Luca, a quel punto, assunse un'aria piu' distesa. Estrasse la strenna dal borsello che aveva appeso alla sedia, la colloco' al centro del tavolo e comincio' a scartarne l'involucro di carta crespata. Lo fece con gesti di voluta, affettata teatralita', che causarono l'ilarita' generale.

Aveva messo a nudo un rotolino di carta  dal cui interno venne fuori una stampa, che degnarono appena d'uno sguardo.

"Omaggio misero e di pessimo gusto!" sentenzio' Rodolfo e Pino aggiunse che, per essere un regalo, faceva proprio schifo.

"Sarebbe il caso di tornare a protestare", commento' per ultimo Luca causando negli altri una fragorosa risata, che tuttavia si attenuo' quando mi videro seriamente concentrato su quell'immagine.

"Penso proprio", dissi, "che ridereste meno se conosceste meglio l'oggetto del vostro sollazzo".

Mi guardarono increduli.

La stampa, non piu' grande d'un mezzo foglio di quaderno, riproduceva, fin nei piu' macabri dettagli, una raccapricciante scena di morte. Rappresentava, infatti, un tipo di barbara esecuzione largamente in uso ai primi del '700. Campeggiava,  fin quasi ad occuparne l'intera superficie, l'immagine di un condannato al supplizio della ruota ed il cui capo, penzolante oltre i raggi, lasciava intendere che una mano pietosa dovesse avergli reciso la gola per affrettarne l'agonia. Con tutta evidenza gli arti apparivano disarticolati e ridotti a poltiglia per i colpi di mazza ricevuti.

La didascalia, in elegante corsivo inglese, era lapidaria:

"MORT DE CARTOUCHE".

Come avevo immaginato la loro ignoranza su quel nome si rivelava totale. Ti lascio quindi immaginare la metamoforfosi che subirono le loro espressioni quando appresero che il personaggio immortalato in quella tragica posa doveva la sua celebrita' al fatto di essere stato uno tra i maggiori ladri che la storia ricordi.

Fornendo un'ennesima dimostrazione di singolare presenza di spirito Luca fu il primo che reagì allo sbigottimento, e borbotto':

"Che significato dovremmo dare a questo gesto del cazzo?" e continuò ad interrogarsi conciato sullo strano comportamento del vecchio.

"Per me", intervenne Pino, "quel figlio di puttana deve aver mangiato la foglia e, piuttosto che bloccarci, ha preferito reagire a suo modo organizzando questa stronzata".

"Non scherziamo!" intervenne a correggerlo Luca, "il valore delle monete non e' tale da ripagarsi con una beffa ed un dipendente che si lascia fregare a quel modo rischia di perdere il posto".

Anche Rodolfo provo' a dire la sua: "Siamo poi sicuri che si tratti di un dipendente? E se fosse lui il proprietario? Non mi sentirei di escludere, in tal caso, che, per una sua bizzarria, abbia voluto divertirsi alle nostre spalle pur sapendo che la cosa gli sarebbe costata parecchio".

Quantunque inconsciamente intesa a tranquillizzare se' stesso e gli altri, quest'ultima spiegazione non dovette sembrare gran che' convincente.

"Questa storia ci portera' male!" sentenzio' sconsolato Pino.

La baldanza di prima li aveva abbandonati e stava cedendo il passo ad un tipo di inquietudine molto prossimo alla paura.

Avevo concentrato la loro attenzione su di un elemento che, da trascurabile dettaglio dell'operazione, s'era ormai trasformato in un preoccupante rompicapo. Lo avevo fatto con sottile cattiveria, quasi a volermi ripagare dall'essermi lasciato invischiare in quello spiacevole episodio. Mi accorgevo, ora, che quell'enigma era tale da  coinvolgere anche me.

Una spiegazione logica doveva pur esserci. Pensai d'averla trovata dopo aver riesaminato a fondo la stampa.

"Non mi sembra che sia originale". dichiarai, "lo stile del disegno e' tipico del '700, ma la carta dev'essere recente; di sicuro una riproduzione". Ed azzardai: "dev'essersi trattato d'una semplice coincidenza;...sciagurata fin che vogliamo, ma pur sempre e solo coincidenza".

Era tale il loro sbigottimento che non dovettero afferrare subito il senso di cio' che stavo dicendo. Mi armai di pazienza e proseguii.

"La vostra cattiva coscienza v'impedisce di ragionare serenamente, per cui ciascuno di voi resta intimamente comvinto, al di là di ogni ragionevolezza, che il vecchio conservasse a bella posta quell'immaginne aspettando di poterla rifilare a chi avesse sottratto qualcosa".

Il silenzio con cui accolsero queste parole mi confermo' che avevo centrato il problema.

Continuai:

"Sostenere la tesi della coincidenza risulterebbe impossibile qualora avessimo per le mani una stampa originale, ma non lo e'. Allora occorre ammettere che il vecchio dovesse conservare gia' bell'e confezionato un certo quantitativo di  riproduzioni da offrire ai clienti.

Avete visto anche voi quanto fosse imbranato;  c'e' da meravigliarsi se ne ha regalato una a caso? L'avra' fatto senza sottilizzare; non badando che il cliente avesse o no comprato qualcosa".

Vidi che riflettevano e caricai la mano.

"Cosa c'era in quel punto del negozio? Al novanta per cento soprammobili d'epoca. Mi pare non ci sia da stupirsi che si sia pensato d'ingraziarsi gli acquirenti regalando qualche riproduzione adatta ad ambienti arredati con pezzi d'antiquariato".     Luca s'intromise pesantemente: "Solo un sadico, oppure un maniaco, penserebbe di tenersi in salotto un'immagine così rivoltante".

L'obiezine, in fondo sensata, mi tenne in scacco fino a quando non sopraggiunse, in soccorso alla mia tesi, il ricordo di un'usanza tipica del '700; cercai di sintetizzarne il carattere per zittire il mio inquieto interlocutore:

"Al tempo in cui fu concepito questo disegno pittori ed incisori operavano con una tecnica analoga a quella dei cantastorie. Specie quand'erano animati da intenti pedagogici scomponevano le vicende in una serie di immagini (pensavo istintivamente a "La carriera del libertino" di Hoggart) che, se singolarmente considerate, finirebbero per falsare l'intento ultimo dell'artista.

Questa di certo", e cio' dicendo picchiai ripetutamente l'indice sul foglio, " non puo' essere che la tappa conclusiva d'una sequenza la cui completa riproduzione, forse per semplice noncuranza, sara' andata dispersa ed il caso ha voluto che vi toccasse proprio l'inquadratura piu' repellente".

Quand'ebbi finito sentii Rodolfo che commentava:

"Sara' come dici tu" e subito dopo aggiunse: "Non e' per superstizione, ma io la penso come Pino. Anche se la casualita' puo' scagionare il vecchio il fatto che questo pezzo della "serie" sia toccato proprio a noi e' un segno che porta male".

Luca, ch'era stato il promotore della bravata, cominciava a sentirsi sulle spine. Reagì a modo suo, afferrando il foglio e facendolo a pezzi. Era un gesto scaramantico a cui volle associare un supplemento umoristicamente propiziatorio. Apparentemente divertito, ne ammucchio' i frammenti e, sollevandoli tra indice e pollice, come si fosse trattato di materia infetta, li fece cadere a pioggia nel cesto che fungeva da pattumiera.

Se sperava che tanto sarebbe servito ad introdurre una nota d'ottimismo l'indifferenza con cui il gesto fu accolto ne dimostro' appieno l'inutilita' .

Spazientito, batte' allora violentemente la mano sul tavolo.

"E va bene!" concluse, "quando si e' convinti di una cosa le spiegazioni servono a poco. Vuol dire che, prima riusciremo a liberarci delle monete e del loro ricavato, tanto meglio sara' per tutti".

Parve riflettere ancora ed alla fine, anticipando le parole con una manata meno pesante della precedente, lancio' la sua proposta:

"Sapete che vi dico? Ciascuno di noi si goda le vacanze come meglio puo', consumando fino all'ultima lira il ricavato della spartizione. Al rientro ci ritroveremo tutti insieme; meglio se attorno ad una  tavola imbandita, racconteremo cio' che avremo fatto e, per mettere definitivamente una pietra sulla faccenda, concluderemo l'incontro con una solenne bevuta".

Quest'idea parve rinfrancarli. Rodolfo, anzi, se ne mostro' entusiasta al punto da candidarsi al ruolo di ospite. Ma Luca, scrollando il capo ripetutamente, lascio' intendere che disapprovava e la cosa non manco' di provocare nell'altro qualche disappunto.

"A casa tua?" osservò Luca aggrottando la fronte, "lo capisci da te che sarebbe poco igienico". E poiche' l'altro mostrava ancora di non capire, "Se conosci Pino", proseguì, "non ti occorrera' molta fantasia per prevedere come vorrà spendere i suoi soldi. Perche vuoi costringerlo a raccontare le sue prodezze in presenza di tua moglie?"

Rodolfo, rilassatosi, abbozzo' un sorriso, mentre Pino non sapeva come reagire.

"Facciamo così", propose ancora Luca, "ci ritroviamo tutti da me per la sera del due settembre. Vi va bene?"

Luca era uno scapolo meno stagionato di Pino, ma molto piu' scanzonato. Disponeva di un appartamento, modesto, ma ubicato   in una posizione incantevole  sulla collina di Cavoretto . Inoltre, cosa che giocava decisamente in suo favore, godeva fama di essere una forchetta davvero eccezionale.

Così accettammo.