Capitolo XIV

 

  UN CASO FELICEMENTE RISOLTO

 

 

  Anche quando non hanno conseguenze mortali gli incidenti automobilistici spesso riescono a cambiarci i connotati fornitici da madre natura, ed anche nelle situazioni meno sfortunate, qualche segno ce lo lasciano comunque. Ho conosciuto un solo caso che sia sfuggito alla regola; quello del mio amico Enrico Rinaldi.

  Ero andato a consolarlo in ospedale a tre giorni dall'incidente.

   Immaginavo che me lo sarei trovato davanti tutto ammaccato e giu' di corda.

    Ero stato accolto da un'inserviente belloccia e molto comunicativa che mi aveva accompagnato  alla stanza del degente ancheggiando a tutto spiano e che, con mia comprensibile sorpresa, non s'era affatto premurata di recitarmi il rituale invito a non affaticare il paziente.

    Avevo trovato l'infortunato in perfetta forma; con una cera, addirittura, piu' accettabile della sua solita e particolarmente espansivo nei confronti dell'avvenente guida. Quest'ultimo dettaglio mi aveva indotto ad ipotizzare che il protrarsi di quella sua permanenza avesse ben poco a che spartire con esigenze di ordine sanitario. Mi avrebbero poi informato, e va detto a suo merito, che quella sosta obbediva ad esigenze precauzionali, anche se solo sul piano formale; in altre parole, il mio amico era tornato sano come un pesce.

 Per una buona  mezz'ora         s'era        accanito a       ripetermi la versione dell'incidente condendola di irripetibili benedizioni all'indirizzo dell'investitore, il quale, oltretutto, ne avrebbe potuto fare tranquillamente a meno dal momento che, come seppi, versava in condizioni assai meno invidiabili.

  Il tempo avanzato, e non era stato poco, mi aveva visto impegnato a raccontargli le mie traversie alle prese con quel quadro. Non gli avevo nascoso nulla; nemmeno l'amichevole risentimento per i suoi interessati silenzi sulla singolare acquisizione di quell'oggetto.

    Enrico si era dimostrato attentissimo e scrupolosamente taciturno. Mi aveva lasciato parlare a ruota libera senza intercalare nemmeno una delle sue abituali interruzioni e la cosa, assolutamente fuori dall'ordinario per un temperamento come il suo, non aveva mancato di stupirmi.

    Nel corso di alcuni passaggi, smarrita addirittura la sensazione di trovarmi di fronte un amico di vecchia data, mi sembrava quasi di essere alle prese con la tipica figura dello psicanalista immortalato dal cinema; un professionista che si limita ad ascoltarti fino a quando non interviene il cicalino di un apparecchietto ad indicarti che il tempo e' scaduto.

   Nella nostra situazione nessun temporizzatore aveva potuto interrompermi e tanto mi aveva consentito di esporgli i fatti nella maniera piu' completa ed esauriente.

Quando vide che avevo finito abbozzo' un mezzo sorriso.

    Che volesse rincuorarmi?

    "Eccezionale!" commentò."Ti e' toccata un'esperienza veramente fuori dall'ordinario.

  E pensare", ebbe la spudoratezza di aggiungere, "che, se non ti avessi fatto quel regalo, oggi ci saremmo ritrovati a parlare delle solite banalità".

  Non si fosse gia' trovato nel luogo giusto sarei stato tentato dal mandarcelo.

    "E' un'esperienza", mi limitai a rispondergli, "della quale avrei fatto volentieri a meno...Dal momento, tuttavia, che ci sono dentro fino ai capelli, sono quì ad ascoltare la tua diagnosi e relativa terapia".

    "La faccenda", confidò, "e' parecchio ingarbugliata e, tuttavia, gia' ne intravedo una possibile chiave di lettura...Lasciami pensare ancora un pò".

    Resto' lungamente in silenzio con gli occhi rivolti a me, ma chiaramente assenti; perduti dietro le sue speculazioni.

    Ritenni fosse un buon segno. Lo conosco a fondo e sò che quando si comporta a quel modo vuol dire che sta rimestando al fondo di una faccenda. Ero ansioso di vedere che cosa gli sarebbe riuscito di tirar fuori.

  Quando si decise a riaprire bocca notai che aveva ripreso il suo buon umore; mancava solo che prorompesse nel classico 'Eureka!'. E del resto sarebbe stato del tutto superfluo. Da come gli brillavano gli occhi si capiva benissimo che doveva avere in pugno la soluzione del caso.

    "Preferirei", mi disse, "esporti la mia tesi evitando ogni ricorso a terminologie tecniche".

    "Grazie per la delicatezza!" mormorai, considerando una tale premessa assai poco lusinghiera nei miei confronti.

    "Per quanto strano possa sembrarti", dichiaro', "il caso esula completamente da qualsiasi implicazione paranormale."

  "Capisco che un uomo di scienza non possa esprimersi diversamente...ma",  obiettai.

  "Non c'e' ma che tenga!" preciso' ed aggiunse:

  "Indubbiamente conoscevi la brutta storia legata a quel dipinto ancor prima di affrontare le peripezie che hai messo in atto per trovare chi te la rivelasse".

   Ipotizzai che gli stesse dando di volta il cervello.

   "Siamo sicuri", lo interruppi, "che l'incidente d'auto non abbia avuto riflessi sulle tue funzioni cerebrali?...Vuoi dirmi, allora, perche' mai avrei affrontato la trafila di indagini che ti ho appena finito di esporre?"

  L'altro scosse il capo e sorrise divertito.

  "Colpa mia", ammise, "che non posseggo il dono della chiarezza...Credimi", aggiunse, "non ho nulla contro le esperienze extrasensoriali; e' solo che,....come dirtelo?  Nel tuo caso i fatti parlano chiaro. Anch'io", confesso', "ho stentato a raccapezzarmi nella selva di circostanze che mi hai narrato, fino a quando non hai tirato fuori il particolare del giornale".

    "Quale giornale?"

    "Ma quello di cui aveva parlato la vecchia; lo stesso che, mi hai detto, vorrebbe inviarti".

    Non riuscivo ad afferrare cosa c'entrasse ora quel giornale. Mi guardai bene, tuttavia, dal fare altre interruzioni.

    "Mi hai anche detto che quella pubblicazione conterrebbe alcune immagini", insiste' Enrico, "e, a meno che abbia capito male, ti avrebbero parlato di una foto della villa e        di un'altra sul teatro del delitto; quella con il particolare della mano sulla cornice...".

    Confermai.

    "Devi aver visto quel periodico molto tempo prima che iniziassero i tuoi guai alle prese con quel quadro".

    "Lo escludo categoricamente!" esclamai. "Me ne ricorderei!"

  "E...quì sta il punto", ribatte' Enrico, "credi di non averlo mai visto, ma non e' cosi".

    "Rifletti un momento", aggiunse, "svolgi una professione che ti porta a sfogliare chissa' quante pubblicazioni...D'accordo", mi prevenne, "potresti dirmi che probabilmente si tratta di una rivista a diffusione locale, ma non dimenticare che il tuo lavoro ti costringe spesso a percorrere il paese in lungo e in largo. Come fai ad escludere che quel periodico possa esserti caduto sotto gli occhi,...che so,...in un'altra citta' o mentre eri in treno?"

Mi vide dubbioso e  proseguì: "Poniamo  la  cosa in modo diverso.

  Sapresti quantificare, ad occhio e croce, il numero di pubblicazioni che ti capita di guardare nel corso dell'anno?...Mille?...Duemila?"

"Facciamo pure tremila",  ammisi.

  "E allora dimmi: se, per un'ipotetica esigenza giudiziaria e a distanza di tempo, ti si dovesse porre sotto gli occhi una di queste riviste, saresti in grado di valutare, con assoluta certezza, se sia già passata per le tue mani?"

    Il silenzio che seguì al quesito dovette sembrare agli occhi di Enrico molto più eloquente di qualsiasi ammissione.

    "E, bada bene", continuo', "che mi son limitato ad ipotizzare un raffronto tra due oggetti identici. Nel caso che ci interessa, invece, il raffronto andrebbe fatto tra il quadro e la sua rappresentazione in una figura a corredo di un articolo; tra due cose, vale a dire, tra loro diversissime."

  Noto' che la mia attenzione andava crescendo e continuo':

  "Malgrado tutto, mi sarei ben guardato dal pervenire a valutazioni categoriche qualora, procedendo per assurdo, si fosse trattato di una pubblicazione in cui testo ed immagini fossero stati incentrati sul tema del quadro...No! Qui siamo in presenza di una situazione conpletamente diversa dal momento che il fattore quadro viene trattato in maniera del tutto marginale....E...che dire poi del ruolo che puo' aver giocato la soglia d'attenzione?

  Immagina di essere in viaggio,...No, no!...Facciamo che ti trovi in una sala d'attesa. Puoi avere chissa' quanti e quali problemi che ti frullano per il capo; al novanta per cento sei preoccupato per un incontro che avra' luogo da lì a poco. Cerchi di scaricare la tensione e, con uno stato d'animo che trovo superfluo descriverti, cominci a sfogliare una rivista; la prima che ti capita sottomano. Scorri alcuni titoli, ti soffermi su qualche illustrazione, guardi delle didascalie e non escludo che vada a curiosare ancora qua e là saltellando tra i paragrafi."

    "Nella fattispecie, hai tra le mani l'articolo sull'omicidio del Gritti. Guardi la foto della villa, guardi, soprattutto, quella del delitto. La gia' scarsa attenzione che vi dedichi si concentra pressoche' interamente sul corpo della vittima e non sul quadro che questa trattiene con una mano. Ciononostante il tuo cervello ha immagazzinato tutto.

    Un'ora dopo, concluso l'incontro che ti aveva spinto in quel luogo, sei convinto di aver dimenticato almeno la meta' dei gesti e delle cose fatte durante l'attesa. A distanza di una settimana giureresti di non ricordare altro all'infuori dell'incontro, ed e' perfettamente normale che tu ne sia convinto.

    Trascorrono alcuni anni. A casa tua e' giorno di festa. Ricevi svariati doni per il tuo compleanno.Il mio non t'interessa particolarmente; forse non t'interessa affatto. Distrattamente lo degni appena di uno sguardo e lo accantoni chissa' dove. Giorni dopo noti in salotto uno spazio vuoto così antiestetico. Come rimediare? Ma sì - pensi - ricordo  che dovrebbe esserci anche un quadro tra i regali di quest'anno, e preghi tua moglie di spiaccicartelo contro la parete.

  Non ti interessa nemmeno appurarne la fattura; importante e' che copra bene, in attesa di trovare qualcosa di meglio".

    L'analisi, anche se impietosa sotto certi profili, si andava rivelando sempre piu' attendibile e, di conseguenza, assai interessante.

  "E' a questo punto", disse, "che interviene il fatto nuovo; quello che stravolge completamente il corso degli eventi".

    "Un amico, particolarmente ferrato in tema di arte e, quel ch'e' peggio, di cronache nere locali, richiama e focalizza la tua attenzione sul dipinto. La conseguente morbosa concentrazione sulla scena in esso contenuta ha il potere di rievocare immagini e fatti riportati sul famoso articolo. Ma,...bada,...non e' che questi ti si ripropongano tali e quali in tutta la loro realistica evidenza.

   A livello cosciente tu non rammenti nulla di cio' che hai visto o letto. Da tempo hai relegato quelle cose in una sfera molto remota del tuo cervello. In pratica, e' come se fosse intervenuto un fenomeno di vera e propria rimozione.

    Accade, di conseguenza, che quegli eventi tornano a riproporsi, in maniera estremamente soggettivizzata, sotto forma di disturbi che interessano le tue fasi oniriche".

   Incrocio' le braccia sul petto e tacque.

   Devo dire che mi aveva praticamente convinto. Tuttavia stentavo a ritenere completamente esaurita l'interpretazione della mia vicenda.

    Enrico, che doveva aver captato questa mia residua resistenza, volle eliminare qualsiasi ulteriore dubbio.

    "Il modo con cui si sviluppano questi complessi processi mentali", aggiunse, "varia, naturalmente, da persona a persona e rappresenta uno tra i maggiori rompicapo per psicologi, analisti e psichiatri...Sai benissimo, d'altra parte, che quella del cervello umano resta, a tutt'oggi, la zona meno esplorata del corpo umano. Stai pur tranquillo, comunque, che, per quanto ti riguarda, la mia diagnosi e' perfettamente appropriata...Ne vuoi una prova?"

  "L'attendo!" mormorai.

  "I sogni che hanno avuto ad oggetto la villa ti sono stati prodighi di particolari."

    "Gia'!"

    "Per quanto riguarda l'esterno della costruzione", puntualizzo', "ma del suo interno?...Del suo interno ricordi solo una stanza buia...senza altri particolari. E non potrebbe essere altrimenti. Le caratteristiche esterne della casa le avevi acquisite dalla rivista, mentre dell'interno non potevi che ignorare tutto.

    C'e' di piu'. Anche se la vecchia potrebbe aver trascurato di parlartene e' estremamente improbabile che quello, o        un altro giornale, non abbia pubblicato l'immagine del volto dell'uomo ammazzato. E' lo stesso che ti ricostruisci in sogno ed al quale, mescolandone le fattezze con quelle del soggetto che e' sul quadro, attribuisci quegli intenti lesionistici che,...bada bene,...potrebbero essere i tuoi e risiedere unicamente nella tua psiche".

  Si fermo' a riprendere fiato: "Conclusione...e' assolutamente indispensabile che ti convinca di questa mia diagnosi poiche' in essa risiede anche la terapia. In altre parole, fino a quando non ti convincerai di tutto cio' che ti ho detto c'e' sempre pericolo che gli incubi tornino a manifestarsi".

Stavolta Enrico aveva finito veramente. Non so io stesso cos'altro  avrebbe potuto aggiungere.