capitolo I

 

UN DANNATO ROMPICAPO

 

 

  Era un Venerdì di metà Settembre.

  Il cielo, che fino al primo pomeriggio s'era mantenuto sereno, da qualche ora minacciava la pioggia.

 Avevo dovuto rinunciare al mio fine settimana in Val di Lanzo ed impiegavo il resto della giornata in compagnia di Carlo Vettori, un  amico commercialista che, all'occorrenza, mi aiutava a mettere ordine tra i documenti contabili legati alla mia attività di consulente editoriale.

 

  Preciso fino alla pignoleria, Carlo si sentiva in dovere di elencarmi le implicazioni fiscali di tutto ciò che gli sottoponevo, per poi concludere con un rituale "sono stato chiaro ?" Annuivo con un cenno del capo, oppure bisbigliavo un timido "sì!". In realtà non ci capivo gran chè e tanto finiva per procurarmi quel genere di disagio tipico delle persone costrette a misurarsi con problemi che proprio non digeriscono.                          Si comprenderà, allora, perchè provai un vero senso di liberazione quando sentii squillare il telefono dalla stanza accanto.  Pregai Carlo di scusarmi e mi predisposi a tirare un sospiro di sollievo.

 

  La telefonata si protrasse per quattro o cinque minuti. Dalla porta socchiusa del tinello gettavo, di tanto in tanto, un'occhiata nel salotto. Avevo visto Carlo lasciare il tavolo e girarvi attorno per un pò fino a scomparire del tutto dal mio ristretto campo visivo.

  Quando tornai una pioggia abbondante inframmezzata da tuoni rendeva ancora più cupa la penombra del salotto; un vano che si affaccia con un'unica finestra su di una strada angusta e malmessa qual'è via Balbis.

  Carlo fissava assorto qualcosa sulla parete alla mia destra.

  Accesi il lampadario centrale, mi avvicinai e mi fu  chiaro, finalmente, l'oggetto del suo interesse.

  Posto tra una bacheca colma di piccoli soprammobili ed un bassorilievo metallico, poco al di sopra di una pianta di papiro, era appeso un quadro dal soggetto che avevo sempre ritenuto poco meno che bizzarro.

  L'immagine, dal tono decisamente naif, rappresentava una tipica scena di mercatino rionale. Vi figuravano ambulanti disposti con le loro mercanzie sotto un vasto porticato. Di fronte a loro tutta una piccola folla di curiosi, massaie e bambini. Lo sfondo, in gran parte nascosto dalle sagome dei personaggi, faceva pensare ad una  piazza di paese. Sulla destra, in una prospettiva appena percepibile, si intravvedeva la sommità di una chiesa e di qualche altro edificio. Più a sinistra l'estremità di un viale alberato, mentre piante rampicanti (ma avrebbero potuto essere semplici erbacce) facevano capolino dalle arcate che riparavano il mercato.

  Ruppi il silenzio con una frase dettata dalla circostanza:

"E' il poster", spiegai, " col quale Enrico ha voluto ricordarsi del  mio quarantesimo compleanno".

  Senza staccare gli occhi dal quadro, Carlo scosse leggermente il capo.

  "Non ti ricordi di Enrico?" ritenni opportuno rammentargli; "Enrico Rinaldi;....quel medico del 'Mauriziano'?... Saremo stati a pranzo insieme almeno un paio di volte..."

  Carlo si era girato verso di me con uno sguardo tra l'assente ed il trasognato. Scosse ancora la testa.        "Non è una stampa", volle farmi osservare, "e tanto meno un poster. Chiaramente si tratta.di un monotipo".

  "Eh?"

  "Un genere di opera grafica alquanto. singolare; praticato ormai da pochissimi artisti".

  Posò l'indice in prossimità del bordo che delimitava i confini della figura.

  "Vedi questa leggera depressione tutto attorno al soggetto? E' segno evidente del passaggio di una lastra sotto il torchio calcografico. Che però non si tratti nemmeno di un'acquaforte è dimostrato dalle aree piene dei colori e da quelle lievi interferenze che puoi notare nei punti di trapasso da una tonalità all'altra".

  L'argomento mi tornava meno ostico di quelli abitualmente trattati con Carlo, dal momento che la mia professione mi consentiva un minimo di conoscenze in materia. Restava il fatto, tuttavia, che, ancora una volta, mi toccava soccombere alla specifica competenza del mio interlocutore .

  "Per fartela breve",proseguì, "nel monotipo non si realizzano incisioni; si dipinge direttamente su di una lastra che, sotto l'azione del torchio, trasferisce sulla carta segni e colori. Un sistema, come puoi desumere dal nome, che serve a produrre  esemplari uinici; in pratica: veri e propri dipinti".

  Seguì una breve pausa di silenzio che ci vide entrambi intenti  ad osservare quell'oggetto con maggiore attenzione. Poi Carlo riprese:

  "Questa scritta, però, proprio non riesco a spiegarmela...Osserva !" ed indicò quello che, a prima vista, poteva sembrare un minuscolo scarabocchio sul margine destro del soggetto .

  Aguzzai la vista per quanto l'illuminazione dell'ambiente riusciva a consentirlo e lessi: "A. Renier '71'".

  Rivolsi a Carlo un sguardo interrogativo. Il mio amico gettò un'ultima occhiata a quella firma per sincerarsi di averla decifrata proprio bene. Quindi, scandendo sapientemente le parole, pronunciò la frase che avrebbe segnato l'inizio di un'esperienza allucinante.

  "Devi sapere che Antonio Renier è morto nel '69 e,...poichè i morti non dipingono, non resta che una spiegazione".

  "Una svista", commentai.

  "Già!...Un errore", riecheggiò Carlo. Guardò l'orologio: le 18 . "S'è fatto tardi!" mormorò. "Sarà bene completare il lavoro che stavamo facendo. Tra un'ora dovrò prendere mia moglie in stazione e non me la sento proprio di arrivare in ritardo". Si fregò due o tre volte le mani e tornò al tavolo.

  Riprendemmo a sfogliare altri fascicoli su ciascuno dei quali Carlo tracciava con una lunga matita calcoli ed annotazioni di vario genere. Io, intanto, non essendo in grado minimamente di seguirne il lavoro, tornavo con la mente al quadro e non potevo fare a meno di chiedermi come fosse possibile che una persona, anche al colmo della sbadataggine, avesse sbagliato la data dell'anno, non di una, ma di ben due cifre.

 

  In capo a mezz'ora avevamo finito.

  Il mio amico abbandonò il tavolo, si stiracchiò a lungo ed andò a  gettare uno sguardo dalla finestra. La pioggia, anche se meno intensa, era ancora sostenuta.

  "Farò bene a chiamare un taxi", osservò.

  "Non pensavo che fossi a piedi...Senti", gli  proposi, "scendiamo in garage  e vedrò di darti uno strappo".

  Dal momento che aveva lasciato l'auto al parcheggio di Porta Nuova, l'altro non si lasciò ripetere l'offerta e s'affrettò a ringraziarmi.

 

  La stazione centrale dista circa tre chilometri  dalla mia abitazione, ma quando all'intasamento cronico del centro si aggiungono condizioni di maltempo il percorso può richiedere anche quindici se non venti minuti.

  Al  primo semaforo riportai la conversazione sul tema del quadro.

  "Non immaginavo di avere in casa un'opera di pregio", dissi  ed aggiunsi, "Enrico assicurava  di averla trovata particolarmente interessante. L'aveva scovata nel corso delle sue abituali frequentazioni del 'Balon'. Ma, per quanti sforzi abbia fatto, non gli è mai riuscito di ricordare quale rigattiere può avergliela venduta"

  "Non ti montare la testa", rispose il mio amico, "guarda che, come artista, Renier è stato un personaggio di minimo spessore. Fuori da una ristretta cerchia di quartiere erano in pochi a conoscerlo". Poi, avendo notato il mio viso atteggiarsi a stupore, aggiunse, "no!...Non è che abbia particolare propensione per gli artisti minori. Conosco le vicende legate a Renier per il fatto che se n'erano interessate diffusamente le cronache locali".

  Continuavo a non capire.

  Dopo una breve pausa di silenzio Carlo riprese:

  "Scusami,...ma dimenticavo che sei vissuto a Roma fino a dieci anni fa....Devi sapere..." e cominciò a narrarmi gli aspetti salienti del  CASO RENIER; uno scampolo di cronaca nera non molto dissimile da tanti altri, tranne che per alcuni dettagli decisamente inquietanti.

 

  L'auto procedeva tra frequenti ingorghi,  accompagnati dagli immancabili cori di clacson. Dovevo distrarre continuamente l'attenzione dal racconto per evitare tamponamenti, ma anche per schivare quelle grosse pozzanghere a ridosso dei marciapiedi, che, con la pioggia, costituiscono una seria minaccia  per i pedoni. Peccato! Più si andava avanti, più la storia si  rivelava interessante.

  Ne ricavavo, alla fine, che Renier doveva essere   stato un personaggio del tutto singolare; vittima di una sorte paradossale: gli stessi media che ne avevano ignorato sistematicamente la produzione artistica si sabbero accaniti fino alla morbosità sul mistero legato alla sua repentina scomparsa.

  Fino ai quarantacinque anni Il pittore aveva condotto un'esistenza fatta di mediocre serenità barcamenandosi tra la realizzazione di quadri di dubbio successo ed un'attività forse più prosaica, ma anche più redditizia, di illustratore e fumettista.

  La morte improvvisa dell'unico figlio; un ragazzo di diciott'anni, seguita a breve dalla scomparsa della moglie, colpendolo in un'età in cui è impossibile considerarsi vecchi ma è difficile ricostruirsi un'esistenza, l'aveva precipitato in uno stato di profonda prostrazione.

  Pare che avesse cominciato a bere trascurando, di pari passo, l'attività d'illustratore. Si diceva che, ormai, s'interessasse, e per giunta sporadicamente,  solo di pittura; una pittura, tuttavia, di genere assai diverso da quello praticato in passato.

  Quanti lo conoscevano e continuavano a frequentarne l'abitazione non potevano fare a meno di stupirsi.  Quello che un tempo era stato un decoroso paesaggista dal tratto vagamente impressionista aveva abbandonato l'olio per la tempera e si cimentava in un genere   sostanzialmente riconducibile ai canoni del naif.

  Qualche critico aveva cominciato ad interessarsi alla sua tecnica fino a sostenere possibili somiglianze con quella del grande Rousseau. Tuttavia, più della tecnica, incuriosivano i soggetti .

  Il pittore era passato dalle pacate atmosfere dei parchi cittadini e dai suggestivi scorci collinari a rappresentazioni di interni spesso caratterizzate da strani giochi di luce e dalla presenza di sagome e volti improbabili o grotteschi.

   C'era chi sosteneva con crescente insistenza che frequentasse sette dedite all'occultismo ed a pratiche circondate dal più assoluto riserbo. Erano voci che Renier si accaniva a smentire. Tuttavia, quando beveva oltre il consentito (circostanza ormai tutt'altro che sporadica), si lasciava andare a qualche ammissione. Agli intimi confidava qualche vago timore. Parlava di minacce ricevute e di  segreti che non dovevano essere svelati. Poi, tornato sobrio,  si sforzava di scherzarci su, tradendo, con ciò, un maldestro tentativo di negare cose poco prima accennate. E questo tira e molla; questo ostinarsi a negare, contrastato dalla tentazione di aprirsi a pericolose rivelazioni, non otteneva altro effetto se non  quello di acuire la curiosità in quanti lo frequentavano.

  Renier scomparve improvvisamente dalla circolazione nell'estate del '69. L'ultimo a vederlo era stato un suo dirimpettaio con il quale, talvolta, s'intratteneva  a scambiare quattro chiacchiere.

  Un sopralluogo, per altro tardivo, effettuato nella sua abitazione si sarebbe risolto in un nulla di fatto. L'alloggio appariva in disordine, ma non a soqquadro. Fu rilevata l'assoluta assenza di oggetti di valore, ma la mancanza di tracce di effrazione avrebbe fatto accantonare ben presto ogni ipotesi di furto. Restava un solo particolare di rilievo: la totale assenza di dipinti.

  In conclusione, per gli inquirenti, il disordine, proprio perchè connaturato al personaggio, non fu ritenuto elemento tale da ingenerare sospetti. Quanto alla mancanza di oggetti di valore, si considerò che le condizioni del Renier erano a tal punto  prossime all'indigenza, che ci sarebbe stato da meravigliarsi del contrario. Restava da spiegare l'assenza delle tele, ma anche per questo, alla fine, fu trovata una spiegazione: negli ultimi tempi il pittore doveva aver prodotto poco o nulla; chiaro che, per sopravvivere, poteva aver liquidato le giacenze a prezzo di realizzo.

  Praticamente accantonato dall'autorità giudiziaria, il caso continuò a tener banco nelle cronache dei quotidiani per l'insistenza di voci che collegavano quella sparizione alle oscure pratiche di una misteriosa associazione occultista; l'"Artemide".

  Per un mese e più si continuò a vagheggiare su ipotesi rivelatesi via via l'una più strampalata dell'altra  fino a quando, in prossimità di Moncalieri, le acque del Po non restituirono il corpo del povero pittore. Era in stato di avanzata decomposizione, ma i brandelli di stoffa che ancora ne ricoprivano i  resti testimoniarono sulla sua identità. L'autopsia fece risalire la morte ad una decina di giorni prima e ne attribuì la causa ad una profonda ferita al capo della quale, tuttavia, non si riuscì ad individuare con certezza la causa; poteva essere stata  una grossa pietra vibrata con particolare violenza o anche l'impatto conseguente ad un tuffo suicida.

  Al rituale del riconoscimento seguì una ridda di ipotesi che servirono solo ad ingarburgliare ancor più le indagini fino a bloccarne del tutto il corso. 

  Il vero carburante della "nera" è costituito dai così detti "nuovi elementi".  La loro crescente penuria fece sì che il caso si sgonfiasse. Dali articoli si passò i brevi di  cronaca, ed alla fine non se ne parlò più.

 

  Avevo acceso una sigaretta, ma dovetti spegnerla dopo due o tre boccate; la pioggia sconsigliava l'apertura dei deflettori ed un fumo denso stava già invadendo l'abitacolo della vettura.

  Di lì a poco, non senza difficoltà, riuscii finalmente a parcheggiare. Carlo, che dopo aver terminato il racconto non faceva altro  che consultare nervosamente l'orologio, schizzò fuori  con un'agilità insospettabile in un uomo prossimo alla sessantina. Un reciproco gesto di saluto e via.