Capitolo
VII
La lettura dell'agenda si porto' via, come non sarebbe stato
difficile prevedere, gran parte della serata.
Non si tattava d'un vero e proprio diario; c'era di tutto e le
note autobiografiche erano, fra le altre cose, quelle che occupavano lo spazio
minore. Si sarebbero rivelate, tuttavia, piu' che sufficienti a dipanare la
complessa matassa di misteri e di equivoci che avevano circondato, fino a
caratterizzarla, un'esistenza non proprio tragica, ma, questo sì, parecchio
sfortunata.
A lettura conclusa, finii per provare un senso di profonda pietà
per la figura dello scomparso; per la singolarita' non invidiabile delle sue
traversie e per la mesta conclusione di un'esistenza che avrebbe meritato un
corso migliore.
Giunsi al punto di rammaricarmi per il clamore che l'articolo di
Franco non avrebbe mancato di sollevare sulle vicende di un uomo che aveva
speso parte dell'esistenza nel disperato tentativo di farsi dimenticare.
Per quanto mi riguardava piu' da vicino quel quaderno consolidava
il senso di liberazione che gia' avevo provato mentre ascoltavo il racconto del
mio amico.
La scomparsa di Renier, nel '69, altro non era stata se non un
suo disperato tentativo di sottrarsi alla realta'; una realta' fatta di
rimpianti, ma anche di ristrettezze economiche diventate pesanti al punto da
rivelarsi insostenibili.
Vi si intuivano le ragioni che l'avevano spinto ad interessarsi
del paranormale poiche' risultava fin troppo evidente la loro diretta
dipendenza dai lutti familiari che lo avevano colpito così impietosamente.
Il manoscritto faceva piena luce sulla reale natura dei rapporti
intercorsi con la fantomatica 'Sglia'; rapporti che per il loro profondo
squallore avevano giocato un ruolo determinante nel far precipitare le gia'
precarie condizioni di disagio in cui il poveretto versava. Esponenti della
setta avevano, di fatto, irretito il Renier; dapprima blandendolo con
apprezzamenti lusinghieri sul suo talento artistico, poi facendogli balenare la
possibilita' di ritrovare quella serenita' di spirito che aveva perduto con la
scomparsa dei suoi cari. Erano riusciti, alla fine, nel loro intento di
spillargli i pochi risparmi che gli restavano fino a ridurlo, praticamente, sul
lastrico. A nulla erano servite le
proteste del truffato; ad esse, anzi, si era risposto con velate minacce di
morte.
Disperatamente solo, oberato dai debiti, amareggiato dal raggiro
subito (timoroso del ridicolo, ma anche di conseguenze ancora piu' pesanti), il
povero Renier aveva preso l'unica decisione che, in quelle condizioni, gli era
parsa praticabile; quella di far perdere al piu' presto le proprie tracce.
Una volta lontano dalla sua citta', aveva iniziato un'esistenza
anonima ed errabonda fatta di stenti, espedienti e sotterfugi.
C'erano nel manoscritto alcuni riferimenti ad un suo soggiorno
napoletano attorno al '70. Non a torto il pittore doveva aver ritenuto che le
metropoli possono offrire maggiori chances a chi intenda nascondersi o, piu'
semplicemente, farsi dimenticare.
Vi si riferiva di lavori fatti su richiesta di un grafico;
l'opera in mio possesso risaliva a quel
periodo. Ricordai il
particolare di quella firma minuscola, quasi illegibile, in calce al quadro e
la considerai un compromesso dettato da un possibile sussulto d'orgoglio
contrastato dall'intenzione di non rivelare la propria presenza.
Seppi, ancora, che era tornato in Piemonte alla fine del '72 (lo
stesso anno, imaginai, in cui poteva aver venduto il soggetto che sarebbe
finito nelle mie mani). Solo allora aveva appreso del clamore sollevato attorno
al suo nome per il rinvenimento di un cadavere frettolosamente spacciato per
suo.
Ne dovette restare profondamente scosso, impaurito. Prima che
qualcuno potesse riconoscerlo si era affrettato a riprendere l' esistenza
precaria ed errabonda che aveva condotto fino ad allora.
Dagli scarni appunti successivi a tale periodo s'intuiva che non
doveva essersi allontanato dalla Lombardia fino al triste epilogo della sua
esistenza.
Avevo chiuso il fascicolo rattristato per la sorte toccata al
pover'uomo, ma anche intimamente sereno; di una serenita' che avevo dimenticato
da tempo. Quallunque origine avesse avuto, la mia ossessione doveva
considerarsi finita. Non esito ad ammettere che provai quasi una sensazione di
vergogna al pensiero che dovevo la ritrovata serenità alle sventurate peripezie
d'un mio simile.
Ricordo che mi addormentai con questi sentimenti.
Il sogno mi riporto' alla panchina del Valentino.
Era come se il tempo si fosse arrestato al momento stesso della partenza di Franco.
Mi mossi con la copia del manoscritto sotto il braccio.
D'un tratto mi resi conto che stavo imboccando un viale
sconosciuto.
Per quel singolare residuo di razionalita' che ci accompagna
anche nelle fasi oniriche la cosa non manco' di meravigliarmi. Conoscevo quel
parco palmo a palmo; come mai poteva essermene sfuggito un tratto?
In preda alla curiosita'
continuai a percorrere lo strano
itinerario.
Avevo fatto un pò di strada quando vidi che il viale si apriva su
di una piccola radura avvolta da un'atmosfera molto simile alla nebbia e, al
centro della radura,...la palazzina liberty; proprio la stessa costruzione che
campeggiava nell'ultimo dei miei incubi.
Avvertivo negli arti un senso di crescente pesantezza. I piedi si
muovevano a fatica. Ciononostante riuscii a superare i pochi gradini della
scaletta. Mi arrestai incerto davanti al portoncino d'ingresso e, ancora una
volta, mi sentii preso da un vortice che mi proietto' all'interno di quella
sinistra costruzione.
Mi ritrovai nella stessa stanza buia e sconfinata che gia' avevo
sognato e cominciai a scrutarne attentamente gli angoli; quasi a voler
prevenire la comparsa di un orribile fantasma.
L'attesa si protrasse a lungo, ma la stanza resto' sempre oscura
e spopolata.
Mi svegliai.
Accanto a me Elsa dormiva profondamente.
Rammentai i fatti della sera prima e mi sforzai di dare al sogno
una plausibile interpretazione.
"Naturale!" pensai. "L'immagine della stanza vuota
non può essere che una metafora; una trasposizione onirica per significare la
fine di ogni macabra fantasia legata al quadro".
Per un tempo indefinito me ne restai sdraiato sul dorso con le
mani dietro la nuca a contemplare le sagome delle tapparelle proiettate ad
intervalli sul soffitto dalle luci intermittenti di una pubblicita' al neon che
era in strada.
Tentai di riaddormentarmi e mi rigirai sul fianco sinistro;
posizione dalla quale fronteggiavo l'armadione della camera da letto.
Una portiera del mobile era aperta.
Vidi formarsi, all'altezza degli abiti, una strana turbolenza;
come se il vento agitasse lievemente gli indumenti.
Ero certissimo di aver chiuso porte e finestre.
La cosa mi meraviglio', tanto piu' che avvertivo una specie di
corrente fredda; un qualcosa di molto piu' pungente della brezza.
Per assicurarmi che non ci fossero spifferi scesi dal letto e
verificai la tenuta degli infissi; era tutto perfettamente in ordine.
Tornai verso il letto e, all'altezza dell'armadione, spinsi la
portiera. Notai che resisteva; era come inchiodata. Stavo per toccarne i
cardini quando vidi spalancarsi una voragine tra gli abiti; uno squarcio
abissale.
Restai come paralizzato, la vista mi si annebbio' ed avvertii,
nettissima, una sensazione molto simile ad un'improvvisa vertigine.
Le orecchie presero a ronzarmi e, proprio in quell'istante, vidi
emergere dal varco l'orribile figura incontrata nei sogni.
Era lì, immobile, in tutta la sua spaventosa realta' e mi fissava
con uno sguardo demoniaco; il ghigno orribile di una sagoma funerea che si
protendeva verso di me con le braccia levate.
Fui preso da una reazione che non riuscirei a descrivere ma che, sul momento, mi spinse a colpire
rabbiosamente quell'apparizione.
Le mani gelide, gialle, rinsecchite del fantasma mi serrarono la
gola; sentii che mi soffocavano e ne ricavai come un mancamento fatto di
terrore misto a rabbia e disgusto.
Quando mi ripresi, giacevo
riverso ai piedi del letto.
La prima cosa che notai, rigirandomi, fu l'esile figura di mia moglie; era china su di me e mi
teneva la testa.
Mi rialzai a fatica.
Immediatamente diressi lo sguardo all'armadione; era chiuso.
Afferrai la portiera fino a spalancarla; tutto, all'interno, sembrava
perfettamente in ordine.
Quando ritenne che mi stessi riprendendo Elsa mi chiese:
"Ancora il sogno?"
La vidi tesa come non mai; non intendevo allarmarla piu' del
necessario e mi limitai a confermare.
Cercando di sdrammatizzare, aggiunsi:
"Dovro' perdere la dannata abitudine di dormire sul bordo del materasso...E' sufficiente che mi
agiti appena per rischiare di rompermi le ossa."
Dovette credere alla mia versione, o, forse, finse di farlo. Sta
di fatto che mi fisso' a lungo con uno sguardo che rivelava tutta la sua
preoccupazione.
"Cosa cercavi nell'armadio da squassarlo a quel modo?"
domando'.
"Volevo le solite pillole, ma ho ricordato di averle
lasciate in bagno".
Per qualche istante ancora ci guardammo in silenzio, poi
aggiunsi:
"Ormai il sonno se n'e' andato, tanto vale che vada a farmi
la barba...Torna pure a dormire, io ne approfittero' per fare quattro passi
prima di andare in ufficio".
Dal bagno passai in cucina a prepararmi un caffe'; un toccasana,
indubbiamente, tra i meno indicati con la forte agitazione che avevo in corpo.
Un pensiero, tra gli altri, mi faceva arrovellare. Cio' che m'era
capitato non aveva nulla del sogno. Per un momento provai ad ipotizzare che
tutto fosse stato maledettamente reale. In tal caso, tuttavia, restava da
spiegare come mai Elsa non avesse avvertito nulla tranne il rumore causato dal
tonfo del mio corpo sul pavimento.
Mi chiesi, subito dopo, se non mi stesse dando di volta il
cervello.
Può succedere", mi dicevo, "...è gia' accaduto altre
volte di fare un 'sogno nel sogno'", ma ogni reazione del buonsenso
immancabilmente si scontrava con la constatazione che mai in vita mia avevo
avuto esperienze oniriche caratterizzate da una così impressionante aderenza
alla realta'.
Alle sei ero in strada.
Passeggiavo fumando nervosamente la quinta sigaretta della
mattinata.
Il fragore improvviso d'una serranda attrasse ben presto la mia
attenzione; vidi l'edicola che apriva i battenti e corsi a chiedere una copia
del 'Corriere'.
Lino, il giornalaio, mi conosceva bene. Dovettero incuriosirlo la
mia espressione insolita, i possibili motivi di quell'altrettanto insolita
levataccia e, soprattutto, il fatto che per la prima volta trascuravo
l'acquisto dei quotidiani locali.
La sua riservatezza, comunque, gli impedì di porre domande. Senza
staccarmi gli occhi di dosso taglio' di netto i legacci del pacco adagiato
contro l'ingresso e, prima ancora che potesse servirmi, avevo gia' raccattato
una copia del quotidiano con il quale mi allontanai sfogliando velocemente le
pagine.
L'articolo di Franco prendeva parte della cronaca: tre colonne
tagliate, in basso, da una fotografia. Mi fermai all'angolo della strada e
ripiegai in quattro il periodico per poterla osservare comodamente.
Per un processo mentale che non so quanto fosse logico o
irrazionale, da quando era iniziata quella maledetta faccenda del quadro, avevo
sempre collegato le sembianze dell'uomo in cornice con quelle del pittore.
M'ero immaginato Renier con i tratti secchi e tirati dell'uomo dal cappello di
paglia considerando, in definitiva, l'inquietante figura della composizione una
sorta di autoritratto fatto dall'autore per chissa' quali ragioni.
Ed ecco che ora ero
costretto a ricredermi; le caratteristiche del volto riportato sul giornale,
pur riproducendo i connotati di una persona malandata ed invecchiata, erano
tali da far cadere qualsiasi ipotesi di somiglianza, anche solo approssimativa,
con il protagonista dei miei incubi.
Avvertivo netto il crollo
dell'intero castello di congetture alle quali fino ad allora m'ero come
aggrappato nel disperato tentativo di venire a capo, in qualche modo, di un
rompicapo talmente intricato da mettere a dura prova anche persone dai nervi
ben piu' saldi dei miei.
Dal momento che, messe insieme, le vicende della sera, quelle
della notte e, per finire, anche quelle dell'alba erano tali da scardinare ogni
possibile collegamento volli trattenermi dal fare ulteriori riflessioni. Capivo
che non sarei riuscito a sbrogliare la matassa e non volevo correre il rischio di dare i numeri.
Senza che me ne avvedessi, bisognoso com'ero che qualcuno
intervenisse a soccorrermi, il pensiero corse a rispolverare la decisione che
avevo preso mentr'ero in compagnia dei Dossetti. Mi ricordai di Enrico Rinaldi,
calcolai che avrebbe gia' dovuto essere in citta' e mi risolsi a telefonargli
seduta stante. La cabina Sip che avevo di fronte contribuì a farmi rompere ogni
indugio, compreso quello che le buone maniere avrebbe dovuto impormi.
Ricevere una chiamata mentre ci si sta ancora crogiolando tra le
coperte non puo' far piacere a nessuno; ad Enrico meno che ad altri, abituato
com'e' a tirare per le ore piccole.
Rispose all'apparecchio con la voce impastata e col tono
contrariato di chi e' vittima di un brusco risveglio.
"Piu' tardi mi sarebbe stato impossibile telefonarti",
dissi mentendo spudoratamente, "ed ho assoluto bisogno che ci si incontri
in giornata."
"Vediamo un pò", fece l'altro, costretto a riordinare
le idee prima del previsto, "in pomeriggio....no! In pomeriggio ho una
visita che....Vediamoci in serata!"
Colsi al volo l'occasione.
"Dove preferisci!" era il minimo che potessi fare per
ripagarlo della seccatura.
"Potremmo vederci al 'Club 27'...diciamo...per le
diciannove?"
Qualsiasi ora mi sarebbe
andata bene.
Accettai e ci salutammo.
Trascorsi il resto della giornata in un'insolita alternanza di
ansia ed abulia.
Prima che abbandonassi il lavoro un mio assistente venne a
sottopormi una pratica che riteneva urgente.
Ero seccato al pensiero di dovermi attardare in ufficio; l'ora
fissata per l'appuntamento si avvicinava rapidamente, e c'e' da aggiungere che
non ho l'abitudine di rispondere tamburo battente alle scartoffie che mi
vengono inviate.
Scorsi nervosamente il documento: era privo di data.
"Quando e' arrivato?" chiesi. L'assistente ci penso' sù
un momento: "non piu' tardi di cinque giorni fa!"
Quella frase mi colpì profondamente senza
che, all'istante, riuscissi a spiegarmene la ragione. Subito dopo dovevo aver
assunto un'espressione tale da indurre l'altro a pensare che stesse per venirmi
un colpo. Poco manco' che non arrivasse per davvero. Avevo potuto constatare, a
seguito di quella banale risposta che, ancora una volta, la devastante
ossessione di cui ero vittima, aveva rispettato puntualmente la stessa cadenza
che per prima mia moglie aveva individuato.