C. XIII UNA SCOPERTA SCONVOLGENTE

 

 

 

"Ma...vuoi mettere una ripresa fatta con un buon 135?...Via! E' tutt'un'altra cosa!"

Meta' settembre ed ero a casa dell'ingegner Rino Drovetti; una vecchia conoscenza.

Avevamo finito di postillare un progetto e ci stavamo accanendo in una delle nostre interminabili dispute sulla maggiore o minore bonta' dei teleobbiettivi.

Io parteggiavo per lo zoom, lui per le ottiche a focale fissa.

Sono circa dieci anni; dal momento, vale a dire, dei nostri primi incontri, che torniamo puntualmente a scontrarci sull'argomento. Ne discutiamo a lungo e non e' infrequente che si arrivi a questi macht recando ciascuno veri e propri dossiers di prove a sostegno composte da foto di paesaggi e di architetture.

Confesso che, ormai, la cosa comincia a stancarmi. Perche' non ci rinuncio? L'avrei gia' fatto da un pezzo se l'altro, almeno per una volta, fosse stato disposto a chiudere in pareggio. Invece, non c'e' modo di smuoverlo e le discussioni rischiano di protrarsi per chissa' quanto ancora.

Il fatto e', anche se l'altro non vorra' mai ammetterlo, che sono diversi i nostri temperamenti. Lui e' tipo da sobbarcarsi anche tre o quattro ottiche senza rinunciare a trascinarsi dietro un robusto treppiedi. Se ne torna a casa stanco e sudato dopo che i continui cambi di obiettivo gli hanno fatto perdere un mucchio di riprese. E' contento così.

Cosa posso farci se sono diverso da lui? A me piace girare con il minimo ingombro, cogliere al volo le immagini e poco m'importa se qualcuna non viene come dio comanda.

Per essere bravo, lo e' anche troppo. Quel suo hobby gli ha fruttato, finora, un'infinita' di riconoscimenti, premi e menzioni.

Roba da non crederci; ha tappezzato le pareti di casa con le sue riprese meglio riuscite e, quando va a trovarlo qualcuno, anche solo per recapitargli qualcosa, ne studia sempre una per riuscire a trascinarselo in salotto dove campeggia imponente la gigantografia d'un panorama. Non provate a chiederli cosa rappresenti; vi riempirebbe la testa del come e del quando effettuo' la ripresa e dei pericoli affrontati pur d'immortalare quello 'Scorcio delle Dolomiti'.

 

"E la luminosita?" continuo' (era l'argomento al quale s'attaccava piu' di frequente quando capiva che stava perdendo terreno) "uno o due diaframmi in piu' per te non contano niente?"

Gli arrivo', per tutta risposta, un rumore di vetri infranti. Proveniva dal salotto e questo particolare lo paralizzo' sulla sedia per qualche istante, quanto basto' a Remo, il figlio undicenne, per guadagnare l'ingresso e dileguarsi con il pallone sotto braccio.

L'ospite mi fissava con l'espressione di chi abbia appena subito un attentato; indubbiamente pensava con terrore allo 'Scorcio delle Dolomiti'.

"Figlio di puttana!" urlo', poi, con tutta la forza dei polmoni.

Come evocata dalla rabbiosa imprecazione vidi la moglie precipitarsi nella stanza.

"Eeeeh!......Che sara' mai?" sbraitò accostandosi al marito con le mani levate.

Accorreva, ci giurerei, per evitare che l'ira incontrollata di Rino andasse ad abbattersi sul calciatore in erba.

Pur tenendoci a prudenziale distanza seguimmo entrambi il mio amico che, ripresosi, si precipitava in salotto.

Miracolo! Il maxiposter risultava intatto e, ad una prima ricognizione, fu impossibile rilevare danni alle altre immagini disposte lungo le pareti.

Un tratto di pavimento, seminascosto da un divano ed ingombro di frammenti di vetro, ci rivelo', alla fine, dov'era andata a colpire la cannonata del ragazzo. Risalendo verticalmente con lo sguardo incrociammo un quadro di medie dimensioni; una stampa, per l'esattezza. Vidi, accostandomi, che l'impatto subìto ne aveva ammaccato la parte centrale, che presentava, ora, piu' d'una crepa.

Era un'acquaforte di chiaro sapore celebrativo; l'ingresso di Luigi XV nella cattedrale di Reims per l'incoronazione.

La violenza del colpo ricevuto e la mancanza del vetro ne avevano lasciato fuoruscire un bordo dalla cornice. Rino ne approfitto' per asportarvela del tutto al fine di verificare l'entita' del danno. Purtroppo la luce l'attraversava in due punti.

"Figlio di puttana! Borbotto' ancora a denti stretti, "questa e' la volta che gli tolgo la voglia...".

La donna s'intromise rivolgendomi la parola: "Non si puo' dire che sia un discolo..., ma quando piove deve pur muoversi da qualche parte".

"E dov'e' scritto", ribatte' invelenito il mio amico, "che la pioggia debba dargli il diritto di demolirci la casa?"

Guardo' ancora sconcertato la stampa e si passo' una mano slla fronte prima di posarla sconfortato sul divano.

Mentre i due tornavano a discutere animatamente di figli e di colpe, m'ero chinato a raccogliere quell'immagine. Non che m'interessasse piu' di tanto; diciamo che fingere di studiarmela mi forniva un ottimo pretesto per estraniarmi da un alterco al quale avrei preferito non assistere.

Di lì a poco, incurante anche della mia presenza, la donna uscì sbattendosi dietro la porta.

Guardai Rino, aveva il volto paonazzo.

"Ti sembra il caso di rischiare un infarto per questa riproduzione?"

"Riproduzione un cazzo!" mi rispose imbestialito.

Quando si fu calmato, mi prego' di scusarlo e confido' che quella roba gli era costata la bella somma di un milione e mezzo.

Immaginai, sul momento, che l'altro avesse sparato quella cifra al solo scopo di farsi perdonare le intemperanze di poco prima e volli fargli capire, con un sorriso, che accettavo le scuse, ma che la storia del prezzo proprio non l'avrei bevuta.

Dovette comprendere al volo il messaggio.    Per tutta risposta torno' alla cornice e la sollevo' dal muro fino a sfilare dal legno un cartoncino incellofanato con cura.

Me lo porse.

Era il certificato di garanzia d'una rinomata galleria torinese; tanto prestigiosa da escludere qualsiasi dubbio circa l'originalita' della stampa.

L'espressione attonita che assunsi dovette soddisfare Rino che, in tono finalmente pacato, aggiunse: "un prezzo di favore;...ne vale molto di piu'" e mi restituì un sorriso che avrebbe voluto essere di rivincita, ma che gli si smorzo' sulle labbra quando vide che il mio sguardo restava come inchiodato nel vuoto.

Il supporto di quell'acquaforte, candido come neve e ben levigato, all'apparenza prodotto di recente, risultava assolutamente identico a quello della stampa che Luca aveva lacerato in via S. Ottavio.

C'era di che mettersi le mani nei capelli.

Mi sforzai di nascondere a Rino il mio stato d'animo e cercai di trarre qualche ragguaglio sulle caratteristiche di quella carta.

Sfortunatamente, il mio amico non aveva, in fatto di grafica, la stessa competenza accumulata in fotografia. Mi confesso' candidamente di aver acquistato quel soggetto per il solo fatto che altri, piu' esperti di lui, gli avevano consigliato di non lasciarselo sfuggire.

Si offrì di prestarmelo una volta restaurato, ma a cosa sarebbe servito? Non certo a fare raffronti, dal momento che il termine di paragone era andato distrutto. E poi, a che pro cavillare? Quella sera, nella piola, avevo avuto modo di maneggiare a piu' riprese l'omaggio ricevuto da Luca. Inutile crearsi pietose illusioni; vista e tatto non potevano sbagliarsi. La qualita' delle due carte era identica.

 

Per un pezzo ancora dopo essermi congedato da Rino restai ad arrovellarmi sul significato di quella scoperta che piombava, inattesa, a riaprire una ferita non ancora rimarginata.

La mia bella teoria sulla casualita' del singolare omaggio era andata in frantumi con i vetri del quadro, mentre il comportamento del vecchio del negozio riemergeva carico di significati sempre piu' oscuri ed inquietanti.

Tornai a chiedermi piu' volte che specie d'individuo dovess'essere realmente costui.

Possibile che avesse preferito quel gesto sinistro al piu' ragionevole recupero delle monete?

Era da escludere che potesse trattarsi d'un pazzo; non s'affidano ai dementi le sorti d'un esercizio.

Quantunque mi ostinassi ad esplorarla, l'unica strada percorribile; quella dell'intenzionalita' nel fornire il macabro dono, finiva per ridurmi in un vicolo cieco. Per individuarvi qualche varco avrei dovuto attribuire al gesto del vecchio reconditi significati rituali. Era possibile tentare di farlo dopo che avevo ascoltato le opinioni di Franco?

 

Senza quasi avvedermene, avevo camminato per un lungo tratto nell'isola pedonale della Crocetta.

L'assenza di traffico, il silenzio e quel perenne senso di quiete che caratterizzano la zona mi avevano permesso di procedere tranquillamente immerso nei miei pensieri.

Le cose mutarono bruscamente all'incrocio con corso Einaudi. A riportarmi coi piedi per terra provvide un'auto di grossa cilindrata che, sfrecciando nel controviale, centro' una pozzanghera e mi riempi' di acqua i pantaloni.

Imprecai inferocito.

Il fastidioso stillicidio che aveva accompagnato i miei passi stava intanto cedendo al sopravvento di gocce sempre piu' grosse ed insistenti.

Guardai il cielo; era ancora coperto. Giudicai tutt'altro che remota la possibilita' che riprendesse a piovere con la stessa intensita' del primo pomeriggio. Rimpiansi d'aver lasciato l'auto sotto casa e la mancanza d'un ombrello mi spinse a raggiungere in fretta la vicina fermata della linea 16, dove la provvidenziale presenza della pensilina servì a proteggermi dalla pioggia divenuta ben presto battente.

Un tram affollato all'inverosimile rappresenta, fra tutti, il posto meno indicato per la meditazione, specie quando, alla scomodita' dei mancorrenti, s'aggiunge l'insopportabile trambusto causato da quanti si divincolano disperatamente per raggiungere l'uscita.

Dovetti mettermi l'animo in pace e rinviare le mie speculazioni a quando fossi riuscito a liberarmi da quell'inferno. Mi attendeva, oltretutto, una bella tirata dal momento che quella linea, prima di raggiungere i paraggi dell'abitazione nella quale avevo appena traslocato, compie un tragitto fra i piu' lunghi ed intasati dell'intera rete.