Capitolo XVII

 

 

 

  UNO STRANO PERSONAGGIO

 

 

  Enrico ed io coltivavamo, da tempo, una comune aspirazione: quella di andarecene insieme a trascorrere in Puglia le vacanze estive. La cosa divenne fattibile a fine giugno di quell'anno, quando, per la prima volta, le nostre ferie si trvarono a coincidere.

  La grande amicizia che, gia' allora, legava Elsa a Marta, la moglie di Enrico, dovette contribuire in maniera determinante a condurre in porto il progetto.

  Tutti insieme avevamo abbozzato un programma che ci avrebbe consentito di apprezzare al meglio le bellezze paesaggistiche ed il patrimonio storico della regione, senza penalizzare, ovviamente, l'opportunita' di adeguate divagazioni gastromoniche.

    Partimmo solo in quattro alla volta del Gargano, dal momento che Alberto, gia' dalla fine dell'anno scolastico, aveva preferito restarsene a Vercelli da mio fratello.

  La destinazione prescelta ci consentiva, fra l'altro, di esaudire un vecchio desiderio dello zio paterno di mia moglie; Giovanni Fassio, un facoltoso impresario edile che viveva in un paesotto dell'entroterra e che da anni insisteva per averci suoi ospiti.

   Mai, come in quell'anno, le vacanze ci parvero brevi.

  A      meta' luglio, quando ormai potevano dirsi agli sgoccioli, avevamo gia' visitato i luoghi di maggior attrazione seguendo un itinerario che ci aveva portato in territorio barese, sulle tracce delle antiche vestigia sveve e poi, ancora, fino ai paesi d'un biaco abbagliante nell'entroterra salentino.

    Mancavano pochi giorni al rientro quando approdammo a casa dello zio di Elsa.

   Personalmente non avevo avuto molte occasioni d'intrattenermi con lui, tuttavia, essendo quello un uomo di proverbiale giovialita', finimmo per trovarci tutti e quattro perfettamente a   nostro agio; tanto piu' che la moglie, la signora Clara, mostrava di possedere, insieme ad accentuate doti di cordialita', una perizia gastronomica talmente spiccata da fare invidia a qualsiasi cuoco di professione.

    La casa che ci aveva accolto era, piu' che enorme, smisurata. Tra stanze grandi e piccole, garage, orto e giardino, doveva occupare non meno di otto se non novecento metri quadri. Era, purtroppo, una costruzione bassa, priva di solai ed anche di piani superiori, sicche' il caldo afoso di quelle giornate, investendola in pieno ed in maniera uniforme, creava piu' di un problema a quanti vi soggiornavano. Spesso il caldo era aggravato e reso insopportabile dallo scirocco. Solo molto dopo l'imbrunire si riusciva ad ottenere qualche refrigerio standosene tutti insieme all'aperto, nell'ampio ed accogliente giardino.

  Lì si cenava alla luce discreta di tre piccoli lampioni sistemati ad intervalli regolari fra gli alberi di prugne piantati proprio a ridosso di un muro che dava sulla strada.

  Erano, per la verita', riunioni conviviali di tipo molto particolare. Non si consumavano le classiche vivande della cena; si gustavano, piu' che altro, svariati prodotti locali, serviti al naturale o pochissimo elaborati, avendo cura di intervallare al massimo una portata dall'altra in modo da tirare a far tardi il piu' possibile.

  A mio avviso erano, soprattutto, occasioni irripetibili per rilanciare quei momenti di dialogo sereno e distensivo ai quali, purtroppo, i ritmi della caotica societa' moderna ci stanno sempre piu' disabituando.                          Anche quella sera,  due giorni prima della nostra partenza, la signora Clara aveva apparecchiato l'ampio tavolo del giardino con una tovaglia tanto candida da ingenerare un insolito contrasto con la penombra invitante che avvolgeva il resto ddi uel grande spazio.

  Saremmo stati in cinque poiche' lo zio di Elsa aveva voluto assolutamente che noi conoscessimo l'avvocato Marcello Desti, suo inseparabile amico fin dai tempi dell'universita' e del quale, per tutto il tempo del nostro soggiorno, non s'era stancato di magnificare le doti culturali, l'estrosita' e la grande 'comunicativa'.

  Lo vedemmo arrivare quando mancava poco alle ventuno e dovemmo convenire che, quanto ad estrosita' e comunicativa, il signor Giovanni, di certo, non doveva aver esagerato.

  Era entrato dal portoncino che immetteva alla strada e s'era spinto verso di noi tranciando l'aria con il braccio levato in un poderoso gesto di saluto.

   Senza nemmeno attendere i preamboli della presentazione si mise a sedere tra me ed Enrico, proprio di fronte al suo amico. Estrasse dal taschino un fazzoletto bianchissimo e se lo passo' ripetute volte sulla testa che aveva piu' lucida di una palla da biliardo, accompagnando e giustificando il gesto con l'esclamazione:

  "Mamma...che caldo!"

  Era un arzillo vecchietto, penso prossimo all'ottantina, di statura media, ma rubicondo e ben piantato. Gli occhi piccoli, chiari, svegli e mobilissimi la dicevano lunga sul carattere, mentre i baffi folti e sporgenti che gl'incorniciavano le labbra finivano per creare uno spiccato contrasto con la totale calvizie da cui era afflitto.

   Aveva ragione a lamentarsi di quel caldo torrido che, per l'intera giornata, non ci aveva dato tregua, solo non riuscivamo a spiegarci perche' mai se ne fosse venuto in un impeccabile doppiopetto grigio e con tanto di cravatta.

  Riempì il bicchiere versandovi l'acqua da una brocca in cui galleggiavano cubetti di ghiaccio e la corresse con una buona aggiunta di vino rosso. Si mise poi a centellinare la bevanda premettendo che era quello il modo migliore per rinfrescarsi senza correre il rischio di beccare un malanno.

  Per ravvivare la serata i nostri ospiti e l'anziano avvocato gareggiarono a rispolverare aspetti di vita locale; episodi vicini e remoti di solito molto gustosi e coloriti che ben presto sfociarono in aneddoti legati a quei fenomeni paranormali dei quali la zona, legatissima al proprio folclore, pare conservi un patrimonio particolarmente ricco.

  Di cosa avremmo potuto parlare noi? Francamente, ci sentivamo a corto di argomenti tali da reggere il confronto. La cosa non mancava di crearci qualche imbarazzo; anche perche' gli altri ora tacevano per non far mostra di volerci asfissiare con la loro foga narrativa.

  Subentro' un silenzio insolito, rotto solo dall'incessante verso dei grilli.

  Fu allora che Enrico mi si rivolse con un tono di voce tale che tutti potessero ascoltarlo:

  "Perche' non racconti della tua esperienza?"

  Incontrai lo sguardo dubbioso di mia moglie e finsi di non capire a cosa stesse alludendo il mio amico.

  "Ma sì", insiste' l'altro, "la faccenda del famoso quadro".

  Vidi concentrarsi su di me gli sguardi e le attese dei convitati. Capii che non avrei potuto deluderli e, vicendo ogni possibile riserva; ogni comprensibile ritrosia, accettai di raccontare fin nei minimi dettagli l'intera sequela delle peripezie che avevo affrontato.

  Man mano che mi addentravo nel racconto sentivo crescere l'interesse di quella gente; in particolar modo quello del vecchio Desti che, per meglio concentrarsi, aveva posato il mento tra le mani e volgeva il capo da me ad Enrico ogniqualvolta questi interferiva arricchendo la storia con commenti e puntualizzazioni.

  Narrando le fasi finali di quella mia esperienza restavo colpito dall'atteggiamento dell'avvocato. Costui, di tanto in tanto, scuoteva leggermente il capo. Era disapprovazione? Dimostrazione di scarso credito? Non sapevo che interpretazione dare.

  Mi attendevo, quand'ebbi finito, di vederlo interloquire con alcune osservazioni; se ne resto', invece, inaspettatamente muto e visibilmente assorto nelle proprie riflessioni.

  A ravvivare la conversazione intervenne, invece, la zia di Elsa riferendoci un particolare che avrebbe fatto luce sulla grande attenzione incontrata dal mio racconto.

   "Dal momento che siamo in tema di confidenze", disse, "spero non vi stupirete se vi dico che mio marito e l'avvocato, tanto...ma tanto tempo fa, s'erano messi in testa di scrivere un libro sui fatti piu' strani ed inspiegabili che si verificavano in paese".

  Il signor Giovanni sorrise e minimizzo':

  "Solo un progetto...; nient'altro che un progetto. Poi...si sa come vanno a finire certe cose. Si parte animati dalle migliori intenzioni fino a quando non intervengono altri impegni. Si sospende allora l'iniziativa convincendosi che la si riprendera' al piu' presto, invece, si finisce per abbandonarla del tutto".

  Quelle parole ebbero il potere di strappare l'avvocato alle sue meditazioni. Fisso' contrariato il vecchio amico:

"Progetto un accidenti!" esclamo'."Quel libro avrebbe dovuto segnare la fase conclusiva di una ricerca paziente e difficile che avevamo condotto nell'arco di quasi due anni".

  Ne ricavai l'impressione di avere a fianco uno di quei soggetti particolarmente puntigliosi che, una volta messisi in moto, risulta difficile fermare, o anche semplicemente contrariare.

  "Dovete sapere', disse rivolgendosi a noi, "che, per tutta una serie di circostanze, il nostro paese ha avuto fama, in passato, di essere terra di maghi e  fattucchiere...Oggi...Beh, ...oggi, naturalmente, e' tutt'un altro discorso. La gente, frastornata tra motori e televisione, presa negli ingranaggi di un'esistenza sempre piu' stressante, non e' che faccia caso piu' di tanto a certe faccende...Ma allora, e parlo di piu' di cinquant'anni fa, bastava che ci si allontanasse di venti o trenta chilometri e che si dicesse che si era di questo paese per sentirsi fare il vuoto intorno."

  "Pensate", lo interruppe Giovanni, ridendo senza ritegno, "che, per poter frequentare senza traumi questa che sarebbe diventata la mia compagna, fui costretto a farmi passare per originario di..." e butto' lì il nome di un altro paese. Cinse con un braccio il collo carnoso della moglie e proseguì:

  "Quando i miei suoceri che, manco a dirlo, non volevano avere nulla a che fare con gente di questo luogo, scoprirono la verita', se ne fecero una malattia. Ci furono scenate, tennero la figlia segregata in casa per piu' di una settimana e poco manco' che riuscissero a farle cambiare idea".

   "Ti avrebbe fatto comodo, eh!" proruppe tra l'arrabbiato e il divertito la signora Clara, assestando una gomitata al torace del consorte ed ottenendone in risposta una stretta piu' calorosa attorno al collo.

  Anche l'avvocato sembrava divertito da quell'interruzione. Ridacchio' per un poco; forse ricordando qualcosa di analogo che poteva essere accaduto anche a lui.  Si ricompose e riprese:

  "Giovanni ed io eravamo poco piu' che ventenni e prossimi a completare i nostri corsi di laurea; cosa che, a quell'epoca, faceva di noi due un'autentica eccezione.

  Animati da una discreta formazione umanistica, c'eravamo impegnati, quasi fosse una nostra precisa missione, a sfatare le 'leggende' che gravavano sul paese. Avremmo passato al vaglio i fatti piu insoliti che ci venivano rinfacciati per demolire, con la forza della ragione, ed una volta per sempre, quella fonte di ghettizzazione che penalizzava i nostri compaesani. Le intenzioni erano sacrosante e la volonta' non ci mancava".

  Si fermo' a scrutarci per valutare l'impatto che le sue parole avevano su di noi. Riprese:

  "Vi starete chiedendo, immagino, perche' allora non portammo mai a termine quel nostro programma. Semplice!...Per ogni quattro o cinque casi che ci riusciva di sgonfiare ne restava sempre uno per il quale, per quanti sforzi facessimo, era impossibile trovare una spiegazione,...come dire?...Naturale".

  "Ne deducemmo che, a continuare per quella strada, sarebbe stato come darsi la zappa sui piedi e lasciammo perdere".

  "Beh!", intervenne lo zio di Elsa, "veramente fui io a lasciar perdere. Marcello...invece..."

   "E' vero!" confermo' l'avvocato:

   "Quel genere di ricerca doveva avermi contagiato. Non che Giovanni non ne fosse stato coinvolto. Solo che lui s'era trovato di lì a poco con una famiglia sulle spalle e con l'impresa paterna a cui badare. Per me fu diverso. Si era agli inizi del dopoguerra; di cause da patrocinare nemmeno l'ombra. Avevo tempo da vendere e, poiche' ciascuno e' libero d'impiegarlo come meglio crede, lo utilizzai per ampliare l'orizzonte delle mie conoscenze nel campo della parapsicologia".

  "Fino a diventare un'autorità in materia", aggiunse lo zio di Elsa, "ed a non temere rivali ".

  Marta, che al pari di mia moglie se n'era restata fino a quel momento incuriosita e silenziosa, salto' sù a proporre all'avvocato, con la maggior disinvoltura immaginabile:

  "Perche' non prova a dare una sua interpretazione del caso che abbiamo narrato?"

  Elsa ed io, per dovere di cortesia piu' che per convinzione, ci affrettammo a rafforzarne la richiesta.

   L'avvocato, che nel frattempo s'era deciso a liberarsi della giacca disponendola con cura sullo schienale della seggiola, tracanno' un mezzo bicchiere di rosso e ci pianto' addosso uno sguardo che, senza ombra di dubbio, stava a significare:

  "Veramente ci tenete a conoscere il mimo parere?"

  Anche se la domanda non era stata formulata esplicitamente mossi il capo in senso affermativo.

  L'altro abbozzò un mezzo sorriso di soddisfazione e buttò lì:

  "Credete alle streghe?"

  La domanda, che ai nostri ospiti dovette sembrare la piu' naturale di questo mondo, creo' in noi qualche imbarazzo. L'altro comprese e si affrettò a puntualizzare:

  "Quando dico 'streghe' non intendo certo riferirmi a quelle vecchiette patetiche ed un pò imbranate che ci figuriamo affannate tra filtri, pentoloni ed alambicchi".

  Meno male! Dopo questa precisazione ci sentivamo piu' sollevati.

  "E' una questione", incalzo', "squisitamente terminologica. Parlando di streghe penso a persone sistematicamente disposte al male per il male, convintissime che il loro potere e le loro fortune risultino direttamente proporzionali ai danni che riescono ad infliggere al loro prossimo".

  Ad Elsa dovette tornare spontaneo lasciarsi sfuggire un'osservazione:       

  "Potrei dire di conoscerne a iosa di persone disposte a combinare guai pur di arrivare ai propri scopi".

  Ancora una volta l'anziano signore si lasciò scappare un sorriso:

  "Parliamo di cose diverse, cara signora", preciso', "io intendo riferirmi ad individui perennemente votati al male; in grado di disporre, talvolta, di relazioni impensabili e forniti, di solito, di cognizioni e pratiche che ne accrescono a dismisura il potenziale di pericolosita'".

  "Sono, per nostra fortuna, poco numerosi dal momento che non vanno confusi con i ciarlatani, gli psicopatici e tutta quella variopinta schiera di soggetti che credono, o hanno tutto l'interesse a far credere, di possedere poteri dei quali, il piu' delle volte, ignorano persino il nome".

   Non riuscivo ad immaginare quale effetto quelle frasi stessero facendo sui miei amici; io ne ricavai l'impressione che quella sera ed in quel luogo si stesse tentando un viaggio a ritroso nel tempo, condotto all'insegna del 'sonno della ragione'.

   L'anziano avvocato parve intuire come in me, piu' che una resistenza, si stesse sviluppando una reazione di vera e propria avversione nei confronti della sua teoria.

  Si arresto', apparentemente impegnato a tagliuzzare una fetta d'anguria piu' grossa delle altre, poi, in tono piu' pacato e suadente:

  "Chi credete che finisse anticamente sotto le grinfie dell'Inquisizione? Gli autentici maghi e le vere streghe? Nemmeno per idea. Costoro traevano dalle loro facolta' occasioni di promozione sociale; erano temuti, protetti e vezzeggiati in tutte le corti europee, quando non erano essi stessi esponenti dell'aristocrazia e dell'alto clero. A sorbirsi sistematicamente i rigori della legge restavano, invece, quei poveracci che, spinti dal bisogno o dal rancore per i soprusi subiti, si rivolgevano alle pratiche magiche limitandosi a scimiottandone qualche incomprensibile frammento rituale.

  "C'e' di piu'", incalzo', "paradossalmente, perfino movimenti come il Razionalismo e l'Illuminismo possono aver determinato, sia pure indirettamente, un vero e proprio rafforzamento dell'autentica stregoneria. Questa, mi creda, necessita, per prosperare, di un'unica condizione; quella che se ne parli il meno possibile che e', poi, proprio cio' che e' avvenuto a seguito del generale discredito gettato sul complesso delle pratiche magiche. Un pò come accade per le societa' segrete", spiegò, "meno se ne parla e piu' allungano i loro tentacoli".

  Anche se destinata a non convincere, dovevo pur riconoscere che una tesi siffatta non difettava di un certo costrutto logico.

  "Non ho fatto altro che divagare e ve ne chiedo scusa", disse il vecchio. "Tornando al caso specifico, penso proprio di non sbagliare se asserisco che la Vitris non puo' essere altro che una strega".

  Potete immaginare quanto una tale asserzione dovesse lasciarci interdetti.

  "Per la verita'", volli obiettare, "non ho potuto riscostrare in quella donna altro che umanita' e grande disponibilita".

  Mentre parlavo l'altro annuiva ironicamente muovendo su e giu' il capo e sorridendo con maliza.

 

  "Balle!" esclamo' all'improvviso. "Nient'altro che fumo negli occhi per tranquillizzarla e renderla ancora piu' indifesa".

  "Intanto", osservai, "ha fatto in modo che potessi conoscere le tragiche vicende legate a quel quadro".             "Rifletta anche", ribatte' il mio interlocutore, "che di quel quadro lei aveva gia' scoperto la provenienza; la Vitris capiva benissimo che, se si fosse ostinata a negarla, avrebbe costretto lei a rivolgersi altrove mettendo in pericolo proprio quella riservatezza che resta la 'conditio sine qua non' di ogni autentica pratica di stregoneria".

  "Non si spiegherebbe, allora, perche' avrebbe dovuto farmi conoscere le persone incontrate quella sera a casa sua".

  "In primis", puntualizzo' il signor Marcello, dimostrando un persistente attaccamento al gergo forense, "quella gente doveva avere ben poco a che spartire con l'attivita' sotterranea della vecchia.

 In secundis", aggiunse, facendo scattare accanto al pollice teso, un indice ossuto ed avvizzito, "costoro, parlando a ruota libera, non avrebbero fatto altro che accrescere anziche' diradare i suoi timori sul mondo dell'occulto".

  "Puo' darsi", ed obiettai, "tuttavia, l'intervento di Marco..."

  "Cosa vuole?" fece l'altro. "Come si dice? Non tutte le ciambelle vengono col buco. Ogni impresa reca sempre un margine di rischio e non vedo proprio perche' la stregoneria dovrebbe sottrarsi a questa regola. Ammetto che l'intervento di quel tale puo' aver rotto le uova nel paniere alla Vitris, la quale, tuttavia, penso' di rifarsi ricorrendo all'espediente del giornale".

  "L'insistenza sui particolari macabri ed orripilanti, tipica di certa stampa nel trattare episodi di cronaca nera, non avrebbe dovuto avere, nella fattispecie, altra funzione se non quella di acuire i suoi timori e le sue paure".

  La cosa non mi convinceva.

  "Come spiegare allora che me lo avrebbe spedito con tanto ritardo?"

  "Faceva parte del gioco, mi creda, riuscire a tenerla sulle corde il piu' a        lungo possibile".

  "Ma...se e' stata proprio la notizia dell'esistenza di quel giornale a consentire ad Enrico la realizzazione del miglior antidoto ai miei incubi".

   "Concordo!" ammise inaspettatamente l'avvocato e subito aggiunse: "Tuttavia, l'attendibilita' dell'analisi condotta dal suo amico si basa, se ho ben compreso, su di un elemento cardine; quello che la professione da lei esercitata e' tale da consenirle la visione di un numero rilevante di testate. Cosa poteva saperne la Vitris del suo tipo di attivita'?"

  Il fatto che la conversazione si fosse trasformata in dialogo non doveva costituire un fatto particolarmete simpatico. Tuttavia l'attenzione che teneva letteralmente incatenato ai nostri ragionamenti il resto dell'uditorio m'incoraggio' a formulare ancora qualche quesito.

  "C'e' qualcosa che non quadra", rimarcai. "Stando alla sua tesi, sarei stato vittima di un maleficio". L'altro confermo' muovendo con lentezza il capo.

  "Ora", ripresi, "non dimentichiamo che oggetto dell'incubo e' stato un personaggio realmente vissuto; il cognato di quella vecchia".

  "Lei, caro amico", intervenne a puntualizzare l'altro, "dimentica il tramite dell'intera vicenda".

  "Quale tramite?"

  "Ma...il quadro. Sicuramente quell'oggetto, all'insaputa della stessa medium che lo avrebbe impiegato per scopi piu' innocenti, doveva essere stato manipolato in modo tale da costituire una potente fonte malefica; anche se, onestamente, non saprei dirle di quale particolare natura. Non si spiegherebbero, altrimenti, le insistenze della moribonda perche' fosse distrutto.

   Alla morte della sorella", continuo', "non puo' essere andata diversamente, pur di sottrarlo alle pressanti ricerche di Marco, Irene deve aver preferito servirsi dell'operato anonimo di un rigattiere per fare in modo che il sortilegio legato all'oggetto colpisse chi ne fosse venuto in possesso".

 

  "Non poteva sapere", obiettai, "che sarebbe finito nelle mie mani".

  "Ed infatti non lo sapeva, ne' cio'", aggiunse, "l'avrebbe interessata piu' di tanto...Lei mi costringe a ripetermi: un'autentica strega e' portata a praticare il male per il male prescindendo, anche , dall'esistenza di rapporti personali con la vittima potenziale".

  Cio' detto, tacque.

  Lo vedemmo alquanto pensieroso senza che se ne potesse indovinare il motivo. Fu lui stesso a rivelarcelo poco dopo. "Sarebbe interessante conoscere", disse, "i veri obiettivi che la Vitris s'era proposta di raggiungere attraverso quel quadro" Ed osservo':

  "Qualche indicazione ce la fornisce la frequenza con la quale i fenomeni onirici si sono presentati. Alludo a quel fatidico numero cinque che ne ha ritmato gli intervalli per ben quattro volte...Cinque le ferite inferte alla vittima, cinque, e non piu' di cinque, le apparizioni che avrebbero dovuto verificarsi dopo che il dipinto avesse attratto su di se' l'attenzione del suo possessore."

  Mentre quello continuava, mi tornavano in mente, parola per parola, le rivelazioni che mi aveva fatto Marco. Cos'altro sapeva? Cosa poteva, o doveva, avermi taciuto? Di quali segreti costui era stato messo al corrente dalla vecchia Franca?

 "Indubbiamente", dichiaro' l'avvocato, "la chiave delle pratiche magiche messe in atto dev'essere strettamente collegata al fatto specifico che, con quell'oggetto, Gritti aveva stabilito un forte contatto fisico al momento del trapasso".

   Lo vidi sospirare.

  "Peccato...", aggiunse, "veramente un gran peccato che le sia stato confidato così poco sulla vera identita' del proprietario di quella villa.......Comunque,...una cosa e' certa: in quel dipinto dev'essersi concentrato, in qualche modo, un residuo della vitalita' di quell'uomo. Tempo fa", confido'. "avevo letto uno studio che contemplava un caso analogo. Mi sembra che avesse per titolo...ah si!...Il fissaggio del perispirito". Mostro' di concentrarsi a ricordarne i contenuti ed assicuro':

  "La vecchia con cui lei è entrato in contatto deve aver trattato quel reperto con arcani rituali capaci di stabilire contatti con la forte entita' del trapassato".

   "In fondo", dichiarai, "di tutto ciò poco importa dal momento che quell'oggetto è stato distrutto".

  Quest'affermazione parve avere sul vecchio l'effetto d'una frustata.

  "Cos'ha combinato?...Caro amico,.....ma lo sa cos'accade in casi del genere?...Gli effetti cessano, ma tanto implica la morte per chi puo' averli desiderati; solo chi compie un sortilegio", sentenziò, "puo' distruggere inpunemente l'oggetto a cui lo stesso è legato".

   Sulla soglia della stanza che immetteva al giardino ricomparve la sagoma massiccia della zia di Elsa. Se n'era allontanata discretamente poco prima e  tornava, adesso, recando tra le mani un grande tegame contenente ciò che, di certo, rappresentava il piatto forte della serata: lumache al pomodoro.

   Quella specialita', accompagnata da un vino ad alta gradazione, come si usa da quelle parti, ebbe il potere di distoglierci completamente dall'argomento che stavamo trattando. Lo riprendemmo brevemente più tardi in una rapida chiacchierata tra me ed Enrico dopo che l'avvocato s'era congedato da noi per farsi riaccompagnare dal nostro ospite, e mentre Marta ed Elsa davano una mano a rassettare la cucina della signora Clara.

        Ricordo che ce  ne stavamo sprofondati  entrambi in   due

monumetali sedie-sdraio. Fumavamo pigramente  un pò angustiati al pensiero della fine imminente delle vacanze e dalla certezza che ad una cena come quella non sarebbe seguita una digestione tra le più tranquille.

   "Che te n'e' parso", chiesi, "delle teorie del signor Marcello?"

  "Da una punto di vista scientifico o parapsicologico?" Rilancio' scherzando il mio amico.

Ritenni la risposta del tutto consona al carattere di Enrico; da lui non ci si sarebbe potuto aspettare un atteggiamento diverso.

  "In fin dei conti", mi limitai ad oservare, "non mi sembra un tipo fuor di testa".

  "Forse non ancora, ma penso che sia sulla buona strada...Come si dice? Non e' mai troppo tardi."

  E lì chiudemo, con quello come e con qualsiasi altro argomento, per cercare di goderci in santa pace, e per una mezz'ora ancora, la brezza leggera della notte.