ACCENDINI

e varia sui fumatori

 

Un tempo li si chiamava accendisigari. Un vocabolo decisamente lungo per mantenersi inalterato in un’epoca condizionata dalla frenesia al punto da sforbiciare impietosamente su di ogni parola. Guardatevi intorno; non troverete più biciclette, ma bici, niente automobili, solo auto; prefisso naturalmente sottratto ai mezzi pubblici ridotti a bus. Le domestiche son diventate tutte colf. Insegnanti e maestri si sono trasformati in prof (maschile di profia) e nemmeno i genitori se la passano tanto bene dal momento che li si apostrofa come ma e pa.

Pur rischiando di passare per abbietto conservatore penso che si sia imboccata la strada giusta per trasformare l’intero dizionario in un repertorio di suoni degni della giungla e forse non è lontano il tempo in cui due sconosciuti (possibilmente di sesso opposto) convolino alla convivenza dopo essersi rapidamente intesi a mezzo di qualche vocalizio gutturale eventualmente accompagnato da brevi ululati.

Cosa c’entra tutto questo con l’argomento in questione ? Ne parlavo per spiegare la grande diffusione dell’oggetto. Oggi non c’è più chi ricorra all’acquisto di fiammiferi, cerini ed affini; articoli degni di quei perditempo dei cavernicoli che per tentare di accendere qualche fiammella sprecavano intere mezze giornate. Idem per le pietrine, dal momento che l’accensione pizoelettrica assicura una rapidità operativa al passo con i tempi. Le frenesia dell’accensione fa il paio con i ritmi di aspirazione il che spiega, a mio avviso, il gran numero di vittime sacrificate sull’altare del monopolio per gli incasinamenti causati dal così detto fumo passivo. Il resoconto degli addebiti telefonici ci rende la mano tremula al punto che la bolletta sembra un ventaglio? Ci tiriamo una sedia sotto il c., addentiamo l’ennesima Marlboro e cominciamo a poppare con la stessa frequenza di chi, riemerso dall’apnea, si affretta a riempirsi d’aria i polmoni. Chi ci sta accanto inizia a boccheggiare come una trota nel paniere e si precipita a far arieggiare la stanza. E’ come aprire l’oblò d’un sottomarino in immersione; micropolveri, benzene e schifezze consimili, che smaniavano di farci visita, ne approfittano per inondarci la casa. Il fetore che ne annuncia l’ingresso spinge gli incauti a fottersene del buco dell’ozono ed a porre mano a quelle bombolette impropriamente definite deodoranti spray e pericolose al punto che ci farebbero incriminare per lesioni qualora le usassimo contro malviventi penetratici in casa.

Vi siete mai chiesti perché l’essere umano ha il culo tanto più grande della testa ? Dipende, a mio avviso, dall’eccezionale fortuna nell’adattarsi all’assorbimento dei veleni che lo circondano. Realizza, senza saperlo, ciò che a Mitridate richiedeva studio ed applicazione. L’antico re del Ponto doveva essere un tipo con la coscienza assai poco cristallina se temeva d’essere avvelenato ad ogni passo. Così, incoraggiato dal fatto che all’epoca non si disponeva di caffè come di thè, iniziava la giornata scolandosi qualche bel miscuglio di porcherie; indispensabili, nella giusta dose, a neutralizzare le manipolazioni alimentari cui potevano sottoporlo quanti intendevano toglierselo dalle palle.

Pur sapendo di dare un dispiacere agli igienisti devo riconoscere che non sempre il fumo è nocivo. Ci sono casi in cui la sigaretta allunga la vita. L’altra settimana, infatti, non mi fossi fermato ad accenderne una, sarei stato centrato in pieno cranio dal vaso di fiori che l’innocente manina d’un pargolo aveva sganciato dal quarto piano. La creatura non è nuova a certe imprese, cui pare dedicarsi con eccezionale solerzia ogniqualvolta si trova da sola in casa. Facessi parte della sua cerchia familiare sono certo che avrei parecchie seccature da parte degli addetti al telefono azzurro.

Smettere di fumare non è difficile. I casini cominciano quando si cerca di non riprendere.

Chi proprio è terrorizzato dagli effetti sulla salute le prova tutte, col risultato, pressochè garantito, di tornare sulla strada della perdizione dopo aver rischiato di ridursi con le pezze al culo per l’esosità delle terapie disintossicanti. Qualcuna, almeno in passato, pare desse buoni risultati, ma era riservata a pazienti fortemente motivati poichè li costringeva a circolare con le orecchie aggindate da aggeggi che i profani scambiavano per ornamenti decisamente civettuoli. Nessuno ancora s'era assuefatto alla vista di individui con i connotati perforati ed imbullonati dalla ferraglia più eterogenea. Il lobo griffato ingenerava sospetti e dava adito a maldicenze. Qualcuno si lasciava andare ad oscene proposte che non mancavano di causare violente scazzottaure.

C’è stato un tempo in cui anch’io ho provato a piantarla una buona volta con le sigarette. Fu quando mi decisi a rimpiazzarle col più salutare toscano.

Contrariamente ad ogni mia aspettativa, ebbi, fin dall’inizio, la vaga sensazione che conoscenti, colleghi e finanche i familiari non riuscissero a sostenere questo mio sforzo con il dovuto grado d’incoraggiamento. Sospetto che si tramutò in certezza quando, al terzo giorno della terapia, passarono dal mutismo alle ostilità formulando minacce tanto esplicite da costringermi a ripiegare sull’uso della pipa.

Scoprii nell’aggeggio un incredibile coadiuvante dell’agognato relax. Più boccate tiravo più mi sentivo in pace con me stesso. Mi sorprendevo a considerare che, per sconfiggere un vizio, basta talvolta porre mente all’utilità di antiche consuetudini; a sane tradizioni come quella, tipicamente indiana, del calumet della pace.

Appresi che una sola pipa non basta ad appagare le esigenze del fumatore raffinato e mi affrettai ad assicurarmene un discreto assortimento. Il passo successivo mi portò all’approvvigionamento di svariati tipi di tabacco indispensabili alla realizzazione personalizzata di miscele appaganti. Seguirono acquisti di nettapipe sempre più sofisticati, sacchetti e contenitori.

Il passaggio alla pipa aveva coinciso con l’inizio delle vacanze. Al rientro in città ecco affacciarsi i primi dubbi sulla praticità della nuova tecnica fumatoria.

Uscendo di casa mi accadeva sempre di dimenticare qualche importante accessorio del complesso armamentario. Quando non si trattava del nettapipe era la volta del tabacco. Quasi impossibile rintracciare scovolini dal calibro giusto e l’impossibilità di pulire a dovere il condotto dell’aggeggio conferiva all’aspirazione rumori tali da far sospettare nei paraggi la presenza d’uno stagno zeppo di rane gracchianti.

Chi è in grado di capirmi sa benissimo che i momenti peggiori sopraggiungono con la necessità di occultare lo strumento ancora bollente per l’uso. Salite in tram con una mano alla ventiquattrore, dovendo impegnare l’altra sul mancorrente vi cacciate in tasca la pipa. Se avete la giacca rischiate d’insozzarla e bruciacchiarla; se l’evento vi coglie in tenuta estiva non potrete sottrarvi alle scottature. In presenza poi d’un mezzo decisamente sovraffollato potreste incorrere in disavventure simili a quella che mi costrinse a tornare alla cara e vituperata sigaretta.

Linea 42 in zona centrale all’ora di punta. Ressa bestiale ed imbottigliamento tale da propinare ai passeggeri esperienze da deportati. Ad ogni sobbalzo della vettura una vicina si gira a lanciarmi sguardi al vetriolo. Impossibile captarne la ragione fino a quando la sconosciuta non minaccia a voce alta di prendermi a ceffoni. Dopo momenti di indicibile imbarazzo scopro che la disgraziatissima pipa, rigirandosi a bella posta nei pantaloni, s’era collocata in posizione da rendere più che plausibile l’equivoco.

Il ritorno ad antiche usanze rese obsoleto l’uso dei fiammiferi. Il vecchio accendino, forse indispettito dal lungo abbandono, oppose alle mie ricerche resistenze tanto ostinate da costringermi ad acquistarne un altro. Ad un prezzo assai ragionevole è possibile trovarne di veramente graziosi, con forme e meccanismi tra i più diversi ed accattivanti, ma accomunati da un’unica peculiarità; quella di soffrire maledettamente il distacco dal rivenditore. Lontani da lui si rifiutano di funzionare. Non c’è verso di farli ragionare e l’incauto acquirente non potrà fare altro che scagliarli nel primo bidone della spazzatura che incontra.

Dopo oculate perlustrazioni la scelta cadde su di un esemplare che, al momento dell’acquisto, parve quanto di più sobrio, elegante e funzionale il mercato fosse in grado di fornire. Mi costò un occhio, ma ne venni ripagato dagli sguardi d’invidia che ne accompagnavano puntualmente ogni ostentazione.

A distanza di qualche giorno la lunghezza della fiamma si ridusse drasticamente. Provai a ricaricarlo ma era inutile; la scintilla generava una luminescenza così striminzita da far credere che una lucciola avesse posato il deretano sul beccuccio del gas. Tornai inorridito dal rivenditore, che si affrettò a tranquillizzarmi; tempo due, massimo tre giorni, avrei potuto ritirarlo perfettamente revisionato.

Mi fu restituito dopo due mesi con l’assicurazione che avrebbe continuato a funzionare egregiamente almeno fino a quando non fossi passato a miglior vita; un’assicurazione che mancò poco assumesse i caratteri d’un oracolo.

E' risaputo che l'accoppiata caffè-tabacco è talmente perfetta da poter sostituire quella più volgare del culo e camicia e da autorizzare chi ha tempo da perdere a ripartirlo equamente tra bar e sigarette.

Non lontano dal mio rione c'è un locale imperdibile dai fumatori doc., regolarmente catturati da effluvi di torrefazione tanto densi da coprire gli odori dello stoccafisso che il vicino salumiere si sforza di spacciare per norvegese.

Ero ancora con la tazzina in mano quando, ad un gomito da me, la più avvenente delle frequentatrici portò alle labbra la sigaretta. La figliola, in gran tenuta e certo prossima ad una serata di gala, cominciò a rovistare nella borsetta, passò a frugarsi le tasche senza cavarne un tubo. Era chiaro che doveva aver dimenticato l'accendino. Estrassi il mio con la rapidità d'un antico pistolero. Il disgraziato aggeggio sparò una vampata così spaventosa che nemmeno un lanciafiamme. La figliola arretrò inorridita, ma con una rapidità non sufficiente ad evitare che la vampata le s'attaccasse al cappello di paglia. Ci fu chi subito provvide a cavaglielo dal capo ed a saltarci sopra, mentre la donna urlava a squarciagola, senza che fosse possibile capire se lo faceva per lo spavento o per deplorare la sorte toccata al copricapo. Intanto quella m. di sparafuoco, non appagato dal disastro, s'era bloccato; impossibile azionarne manualmente la chiusura. Prima che la mano si trasformasse in una bistecca alla griglia mi guardai rapidamente intorno ed ebbi la prontezza di scagliare l'oggetto nella vaschetta ricolma di liquido posta al di là del banco. Che colpa avevo se quella era piena di alcool ? La fiammata che ne scaturì si affrettò a toccare i lampioncini che davano all'ambiente l'atmosfera d'una festa cinese.

Per nulla al mondo vorrei soffermarmi sui dettagli di quel che seguì. Mi trovai malmenato e spintonato da gente in fuga. Quanti accorrevano dall'esterno, poco edotti sulla natura colposa dell'evento, parevano propensi ad improvvisare qualche linciaggio; un' eventualità dalla quale mi sottrasse il proprietario del locale sgolandosi per spiegare a tutti che ero un povero deficiente.

Sono ricordi che la memoria è impossibilitata a rimuovere. La poverina ci prova e forse ci riuscirebbe se non fosse costretta a fare i conti con l'eterna rateazione conseguente al puntiglioso conteggio dei danni.

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