L’AMICIZIA

Vantaggi, precauzioni ed obblighi

 

 

Immagino che l’origine del detto "Chi trova un amico trova un tesoro" sia da attribuire a qualche personaggio che, dopo essersi arricchito, si sarà scoperto tanto scalognato da non poter contare sulla confortevole presenza di autentici amici.

"Quella della solitudine morale", potreste obiettare, "è sorte riservata, di norma, ai morti di fame".

Errore ! Verosimilmente, lo sputasentenze citato può aver inteso sottolineare, sulla base della propria (e presumerei dolorosa ) esperienza, che, disponendo d’una qualche fortuna, risulta arduo sottrarsi all’interessata invadenza di quanti, per fotterci, non esitano ad indossare la casacca degli amici.

Personalmente, ho visto stabilirsi legami sublimi tra diseredati, ma mentirei se dovessi dire altrettanto riferendomi alle frequentazioni dei benestanti.

Di norma, quanti hanno, comunque, qualcosa da perdere restano esposti al rischio di impelagarsi in relazioni non molto dissimili da quelle narrate dal De Laclos ne "Les liasons dangereuses".

Operando in pieno ‘700, l’autore non poteva che ispirarsi alle birichinate della jeuneusse dorèe dell’Ancien Regime. Fosse vissuto ai giorni nostri , avrebbe potuto allargare il raggio d’azione, mettendo in guardia dalle fregature categorie un tempo ritenute invulnerabili. Allertando, ad esempio, gli indigenti contro i trafficanti di organi, i negozianti nei confronti dei cravattari ed i pensionati verso le sirene dei sedicenti benefattori.

La vera amicizia è un dono che Dio concede a pochi eletti; un’occasione che predispone alla beatitudine chi ne beneficia, a patto, va da sé, che non si operino eccessive idealizzazioni sulla natura di chi disinteressatamente ci affianca nel nostro cammino terreno.

Chi ha coniato il proverbio: "Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io" è uno che deve aver sperimentato sulla propria pelle la singolare tipologia di sciagure cui può esporsi chi attribuisce alle fidate compagnie caratteristiche analoghe a quelle dell’angelo custode, di Superman o di Mandrake.

Dov’è scritto che quanti sono motivati a muoversi nel nostro reale interesse debbano possedere il dono dell’infallibilità ? Una facoltà sulla quale nemmeno il papa si sogna di calcare l’acceleratore (tanto è vero che se la riconosce per le sole questioni di fede).

Se un suggerimento provenisse dal tizio che ci sta sulle palle, chiunque di noi si guarderebbe attentamente dal metterlo in pratica; spesso si finirebbe per fare l’esatto contrario. E non è detto che non prenderemmo una cantonata. Per contro, nulla è più probabile d’una batosta per chi non esiterebbero a saltare nel buio se a consigliarglielo fosse gente fidata.

Se l’affare del rustico lo avesse proposto un qualsiasi agente immobiliare, potete star certi che, prima di prenderlo in considerazione, mio cugino Ernesto avrebbe avviato mille indagini, subissando di interrogativi esperti e conoscenti. La cosa, invece, partì, per sua disgrazia, da Pippo; un tizio col quale erano culo e camicia fin dalle elementari e l’altro non ci mise più di tanto ad imboccare la strada della fregatura.

Un’occasione sotto ogni profilo irripetibile.

Prezzo invitante, costruzione solida, vista incantevole ed aria di quelle che invitano a riempirsi i polmoni. Unico neo, emerso a cose fatte, l’impossibilità di destinare quel gioiello ad uso diverso dal ricovero degli arnesi agricoli.

La batosta, aggravata dall’autentica fobia dell’acquirente per le incombenze da giardinaggio, ebbe sull’antico rapporto effetti molto simili al dondolio che precede il crollo del pugile suonato.

Più incazzato d’una bestia, Ernesto minacciava tuoni e fulmini contro il povero Pippo, il quale (provate a dargli torto) cercava di difendersi insistendo sul fatto che l’attenta valutazione dell’affare toccava solo a chi intendeva concluderlo.

 

E che dire di situazioni destinate a degenerare in tragedia ? Inutile consultare l’aneddotica storica quando basta rivangare tra i ricordi d’infanzia per pescarne un esempio fra i più truci.

Per quanti sono sotto la soglia della pubertà il tempo delle ciliegie rappresenta il miglior surrogato della successiva stagione degli amori.

Proponendo in casa l’acquisto di primizie, i familiari avrebbero avuto validi motivi per allarmarsi sullo stato del nostro sviluppo mentale. Dove altro avremmo potuto rifornirci se non nel campo del vicino ? Ogni volta che lo costeggiavamo per andare a scuola il frutto proibito era lì a tentarci peggio del serpente al tempo in cui sfotteva il nostro progenitore facendogli dondolare la mela sotto il naso.

Quantunque esenti dalle esitazioni di quel lontano antenato, c’era, a frenarci, la nota brutalità di un guardiano resosi popolare per aver spedito al pronto soccorso quanti avevano osato violare il recinto di quell’Eden.

Beppe, che era il più sveglio della compagnia, stava (come dicono i romani) perennemente in campana. Con tutte le benedizioni che quotidianamente mandavamo al campiere ci si aspettava che, da un momento all’altro, almeno una avrebbe dovuto centrare il bersaglio. Poiché la fede compie miracoli arrivò il giorno in cui l’energumeno, colto da forti dolori addominali, dovette allontanarsi sorretto da un confinante.

Siamo al prologo del dramma.

Con un fischio, di quelli che solo i più esperti pecorai riescono ad emettere, Beppe lanciò l’allarme. "Questa volta", assicurò, "all’ospedale c’è finito lui !" Finalmente avevamo via libera !

Gigetto, che faceva parte della combriccola, più largo che alto, aveva un culo capace di mettere a dura prova la bravura del sarto ogniqualvolta gli si dovevano adattare i pantaloni del fratello maggiore. Era impensabile che riuscisse, da solo, a scavalcare il muretto che costituiva il solo ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo. Provammo a tirarlo su spingendolo per le chiappe. Ci fu anche chi tentò di farlo ruzzolare dentro tirandolo dall’interno. Ma fu fatica sprecata. Lo pregammo di attenderci fuori. E la prese male. Per non escluderlo dalla spedizione fu giocoforza praticare una breccia tipo Porta Pia.

La raccolta prometteva bene, tanto è vero che, in capo a mezz’ora, avevamo riempito un terzo del secchio temporaneamente requisito al pozzo di mia nonna.

L’inesperienza tipica dell’infanzia ci portava ad operare avanzando dalla periferia verso il centro. Ecco la bestialità della strategia che contribuì a fotterci, allorquando vedemmo spuntare dal retro d’una catapecchia, e correrci incontro, proprio colui che immaginavamo steso in barella e con tanto di flebo sulla capoccia.

Avremmo appreso, purtroppo fuori tempo utile, che i disturbi del bestione, provocati da un’alimentazione consona al personaggio, s’erano dileguati a seguito dell’impegnata defecazione che lo aveva bloccato fuori dal nostro campo visivo.

Due di noi riuscirono a sfuggirgli, mentre io fui tra quelli che le presero di santa ragione. Un’inezia al confronto della sorte toccata a Gigetto. Il poverino, relegato dalla scarsa agilità a depositario del secchio, corse come potè trascinandosi eroicamente il secchio. Non riuscì, per sua disgrazia, ad imbroccare la zona della breccia e la cosa comportò per lui conseguenze non dissimili da quelle d’un incidente stradale.

Il giorno dopo, occultato il fattaccio dalla tradizionale omertà che caratterizzava ogni rapporto tra compaesani, quanti ci videro circolare acciaccati ed incerottati avrebbero pagato qualcosa pur di scoprirne la causa. Una curiosità più che legittima; specie se si tien conto che mancava ancora qualche mese alla periodica consegna delle pagelle.

Bebbe esulava dalla lista dei pestati (circostanza che ancora oggi mi pesa sulle palle). Era un ragazzo che attribuiva all’amicizia valori prossimi alla sacralità. Se lo avessero sottoposto ad un terzo grado per scoprire gli artefici di altre nostre porcate, si poteva star certi che non avrebbe fiatato. Il suo tallone d’Achille ? L’approssimazione. Quando si convinceva d’una cosa era come l’avesse vista.

Il disgraziato evento non pesò più di tanto sulla stabilità dei nostri rapporti, se si esclude il dettaglio che, da allora in avanti, avremmo sempre preso con le pinze finanche la più categorica delle sue assicurazioni.

 

Ci sono, poi, ferite che lasciano segni assai più profondi di un’episodica scazzottatura. Quando si verificano non è raro che debbano attribuirsi all’iniziativa di chi ha inteso operare per il nostro bene.

Esistono, nella variegata fauna amichesca, soggetti che paiono affetti da sindromi la cui patologia pare si sviluppi in conseguenza di parti gemellari . Un vostro cruccio li contagia fino ad incupirli e rattristarli profondamente. Chiaro che faranno di tutto per rimuovere la causa delle vostre afflizioni.

Proiettiamoci, allora, nella tappa che segue l’adolescenza per riconoscere, in tutta franchezza, che nove volte su dieci, la causa dei nostri dispiaceri non può che risiedere nei dissapori tra fidanzatini.

Ve ne andate a spasso con la coetanea del cuore. Tutto fila liscio come l’olio fino a quando non spunta il tarlo della gelosia. Il temporaneo defilarsi della compagna non mancherà di togliervi il sonno (specie se il suo risentimento non è del tutto immotivato). In capo a qualche giorno siete diventato un’altra persona. Dopo avervi diagnosticato la sintomatologia del rompicoglioni, chi vi praticava fa di tutto per starsene alla larga. L’unico cui proprio non riesce di abbandonarvi al vostro destino è l’amico che, rattristato dal vostro stato d’animo, trascura finanche i propri affari, poichè niente e nessuno potrebbe distrarlo dal tentativo di restituirvi la pace. Comportamento magnifico. Peccato che qualche volta risulti poco apprezzato.

E siamo al caso di Angelo; una vecchia conoscenza che, a dispetto del nome, riusciva a creare un casino d’inferno ogniqualvolta cercava di riportare la pace tra due persone. Lui ce la metteva tutta, ma guai ad accanirsi nel convincerlo che per quel ruolo non c’era tagliato. Una lite di poco conto tra innamorati si trasformava, col suo intervento, in dissidio insanabile. Non si contano le conquiste che mi ha mandato a p.. E sono certo che, si fosse impegnato a dirimere un battibecco tra coniugi, i due non avrebbero tardato ad optare per la separazione.

 

Meno letale, ma altrettanto devastatrice, la fissa d’un altro mio amico.

La constatazione di oggetti difettosi o fuori posto era cosa capace di togliergli il sonno. Pare che intensificasse le visite in casa dei più intimi proprio per assicurarsi che tutto girasse a dovere. Non c’era evenienza per la quale non avesse soluzioni a portata di mano. Il condizionatore era difettoso ? S’era bloccata la serranda ? Lo sciacquone non voleva saperne di funzionare ? Occorreva provvedere all’insaputa di Anselmo; evitare di urtare la sua suscettibilità, ricorrendo in tutta segretezza all’idraulico o all’elettricista.

Naturalmente quanti subodoravano la probabilità d’una sua ispezione le studiavano tutte per non farsi cogliere di sorpresa. Vale a dire che occultavano in cantina l’aspirapolvere col cavo danneggiato, ricoprivano con una cassa capovolta il televisore guasto e, se il rubinetto del bagno perdeva, non potevano fare altro che simulare il riempimento della vasca.

Qualcuno ricorda il proverbio "La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni" ? Consideratelo calibrato sulla figura di questo famigerato bricoleur. Sono i risvolti tragici di campagne pubblicitarie lanciate alla leggera. Quando si è convinto qualcuno che è in grado di far da solo, non occorre sprecare altre energie per mettergli in testa di poter operare allo stesso modo in casa altrui.

Attendevo una sua visita (fortunosamente intercettata dal provvidenziale impiego della segreteria telefonica).

Un attento esame di coscienza, seguito alla più scrupolosa delle perlustrazioni domestiche, mi metteva al riparo da qualsiasi intervento. Ma commisi, al suo arrivo, la leggerezza di condurlo in tinello per un drink. E lì, un dettaglio, che son certo sarebbe sfuggito a Maigret, dette origine al più rovinoso intervento restaurativo che la storia familiare ricordi.

"Zoppica !" annunciò con lo sguardo rivolto al suolo.

Sul momento non capii a cosa si riferisse.

"E’ sbilenco !" puntualizzò indicando una gamba del tavolo.

Effettivamente, ma me ne accorgevo solo allora, uno dei sostegni risultava impercettibilmente discosto da terra.

"Non farci caso",cercai di depistarlo, "il mobile è ok. Tutto dipende dal pavimento; le mattonelle di cotto non sono posizionate con perfezione matematica."

L’altro, cavatasi di tasca una piccola livella, si soffermò a valutare scrupolosamente la linearità del piano calpestabile.

Scrollò la testa: "Come avevo immaginato ! Si tratta proprio del tavolo !" Sentenziò.

Paventando le conseguenze di quel verdetto, giocai l’ultima delle mie carte: "Poco male. L’arredamento è nuovo di zecca. Devo ancora saldare la prima tratta e non avrò difficoltà a farmi rimpiazzare il tavolo".

"Col pericolo che te ne rifilino uno più sgangherato di questo ? Lascia fare, dammi retta, e vedrai che in capo a mezz’ora sarà tutto a posto".

Prima che trovassi il tempo d’inventarmi qualcosa, quello aveva già infilato l’uscita.

Cos’altro avrei potuto fare se non allontanarmi da casa con la stessa rapidità imposta da un evento tellurico ? Scampato il pericolo, un minimo di fantasia sarebbe servito a giustificare quel repentino allontanamento.

Corsi a vestirmi battendo tutti i record di Fregoli ed ero già sul pianerottolo quando mi accorsi d’essere in pantofole. Precipitoso rientro seguito da frenetica caccia alle scarpe.

Qualcuno dovrebbe spiegarmi perché certe scarpiere, contrariamente agli armadi, sono provviste di serratura. Avete mai letto titoli del tipo: "Senza rovistare nei cassetti del comò, forzavano con estrema perizia lo sportello della scarpiera e si allontanavano trascurando la cassaforte che pure era a portata di mano" ?

In assenza di altro mobilio con chiavi, dove altro può ricorrere una povera donna per occultare fatture da sfornare con oculata rateazione agli occhi del consorte ?

L’emergenza mi impediva di avviare ricerche che avrebbero richiesto perizie degne della benemerita.

Non mi restava che rovistare tra le scatole del ripostiglio, dalle quali ricavai un paio di vecchie scarpe da ginnastica. Intanto, dalla porta rimasta schiusa, ecco rispuntare l’Anselmo con la cassetta degli attrezzi.

"Tranquillo !" Esordì. "Faremo in un momento. Intanto dammi una mano a rivoltare il tavolo".

Per alcuni secondi il fischiettio col quale l’intruso accompagnava quelle prime manipolazioni fu sovrastato dal ronzio secco della fresa elettrica che trasformò in pulviscolo l’estremità d’una gamba. Fu poi la volta della raspa; maneggiata dal mio amico con movenze che richiamavano l’immagine d’un violinista incazzato.

Ad un suo cenno raddrizzammo il mobile che, in effetti, aveva perso quel suo difetto d’origine. In compenso, nel frattempo, un altro dei sostegni ne aveva approfittato per prendere le sue brave distanze dal suolo.

"No problem !"

Altro ribaltamento e nuovo ricorso alla ferraglia di cui sopra.

In capo ad un quarto d’ora, raddrizzato l’aggeggio, l’artefice della riparazione ne sondò la tenuta pressando a più riprese le mani lungo i bordi del ripiano.

Bisognava ammettere che, finalmente, tutte le estremità toccavano terra. Un leggero arretramento, idoneo a favorirne l’osservazione a distanza, rivelava, ora, l’accentuata propensione dell’oggetto a trasformarsi in un piano inclinato. Il pensiero corse all’accidente che avrebbe preso mia moglie al momento del rientro.

Anselmo si grattò a più riprese la fronte, rimaneggiò la livella e s’attacco perfino alla calcolatrice.

Rigirato ancora una volta, il disgraziato oggetto delle sue sperimentazioni fu sottoposto per due volte al duplice tormento della raspa e della mazzuola.

Ad un’ora dall’inizio delle operazioni, deposti gli strumenti, il bricoleur fece più volte il giro del mobile che se ne stava terrorizzato con le gambe per aria. Ridacchiò soddisfatto. Mi accingevo ad aiutarlo nell’ultimo ribaltamento quando l’altro mi bloccò agitando il palmo della mano. Doveva essergli sfuggito qualche ultimo impercettibile dettaglio; tale da richiedere una sorta di tocco finale. Riprese la mazza e vibrò un colpo secco ma anche tanto impreciso da spaccare letteralmente in due il malcapitato sostegno che l’aveva ricevuto.

Siamo rimasti amici, ma quel giorno non so cosa mi abbia trattenuto dall’ammazzarlo.

Per evitare l’infarto alla mia metà avrei dovuto prepararla con ogni cautela alla vista dello scempio. Camuffai allora il corpo del reato, ingessando l’arto distrutto con un intero rotolo di tesa adesiva. Non esitai nemmeno a ricoprire il tutto con una tovaglia di quelle che toccano terra e che possono conferire ad un comune tavolo inquietanti somiglianze con un catafalco in attesa del feretro.

 

Al di là della propensione al consiglio, all’informazione, alla pacificazione ed al restauro forzato, campeggia, tra gli aspetti capacissimi di insidiare amicizie lunghe e consolidate, il vizio dell’insistenza.

Non saprei dire cos’è che spinge individui normali a perseguitare gli intimi con proposte che non incontrano il gradimento dei destinatari.

"Tu dici di essere mio amico. Sai che nutro una vera fobia per il tresette. Mi vuoi spiegare, allora, per quale c. di motivo continui a propormi partite che mi fanno schifo ?"

Quand’anche l’oggetto dell’invito non è tale da provocare disgusto, non si capisce perché taluni, prima di demordere e mettersi l’anima in pace, sentono la necessità di ricevere non meno di tre o quattro rifiuti.

I veri guai cominciano allorquando (scarsamente allenati al rifiuto o perchè mossi a pietà del postulante) si finisce per accettare.

Marco era riuscito a pubblicare il suo primo libro; in tutto duecento copie costate uno sproposito e pagate, quel ch’è peggio, di tasca propria. Me ne aveva regalata una con dedica, ponendo in tal modo una seria ipoteca sulla mia presenza al momento della presentazione dell’opera. Converrete, quindi, sulle difficoltà che incontrai quando tentai di sottrarmi all’invito che, puntualmente, non mancò di tener dietro all’omaggio.

Vi starete chiedendo, alla luce di siffatta mia riluttanza, se il parto delle sue meningi fosse rivoltante al punto da minacciare crisi di panico tra gli invitati. Non oso azzardare valutazioni dal momento che (arrossisco a doverlo ammettere) non mi sono mai sognato di leggere i suoi "Ricordi d’infanzia".

Mi risulta che, al tempo dell’ispirazione, l’autore se la passava brutta assai. Cosa che rivelerebbe, anche a soggetti scarsamente ferrati in psicologia, la vera natura delle pulsioni che potevano averlo spinto a rifugiarsi in una fase dell’esistenza non condizionata dalla scadenza di tasse e cambiali.

C’è chi, in preda alla disperazione, punta sul lotto le sue ultime carte, e chi, prossimo all’abbrutimento, si spinge all’inseguimento d’un miraggio che causa più vittime delle mitiche bagnanti aggrappate agli scogli di Scilla e Cariddi .

Un deleterio fenomeno di autosuggestione (non sappiamo fino a qual punto indotto dall’editore che gli aveva spillato la grana) spingeva lo sventurato a cullarsi nell’illusione che, oculatamente piazzato, quel mucchietto di copie gli avrebbe spalancato le porte del successo. Non fosse stato colto da quella specie di febbre, avrebbe potuto interpellare serenamente la propria coscienza che, sono certo, non avrebbe mancato di sussurrargli: "Ammetti, carissimo, che hai toccato i quaranta vivacchiando nel più rigido degli anonimati. Posto che alla gente non importa un fico delle tue vicende attuali, dimmi per quale arcana ragione non dovrebbe strafottersene di quelle della tua infanzia ".

Vi inviterei, ora, a mettervi nei miei panni; anche se, con tutto quello che sto per dirvi, non so quanto vi tornerebbero comodi.

Mai avevo preso sul serio i consigli del medico sull’urgenza di curare una forma ormai cronica di areofagia. Conseguenze ? Da una settimana ero costretto a distanziarmi il più possibile dai miei simili e ad adottare varie altre misure idonee a preservarli da suoni strombettanti che, sospetto, non avrebbero incontrato lo stesso gradimento delle arie mozartiane.

Capirete che, volendo appioppare ad una celebrazione per più versi problematica la presenza d’uno spettatore nelle mie condizioni, sarebbe stato pretendere troppo dalla fortuna.

Per non pregiudicare le già dubbie chances del novello autore, fallito miseramente ogni tentativo di defilarmi, curai di raggiungere la riunione in fase di lavori avanzati. Contavo anche di posizionarmi nelle ultime file; possibilmente prossimo all’uscita o, quantomeno, nelle vicinanze d’un amplificatore.

Il profondo scoramento che mi prese all’arrivo fece sfumare di botto tutti i bei calcoli che m’ero fatto. Impossibile prendere posto in fondo ad una platea che non c’era.

I partecipanti, che non raggiungevano la ventina, rievocavano il lontano ricordo di ciò che accadeva alle funzioni serali nella chiesetta del mio paese tutte le volte che in piazza c’era la banda musicale. Analoga abbondanza e stessa disposizione di sterminate file di sedie vuote.

Dovetti aggregarmi allo sparuto drappello di testa, anche per sottrarmi allo sguardo di rimprovero proveniente da uno sconosciuto che, ritto a lato di Marco, occupava un tavolo sul quale erano accuratamente sparpagliate copie dei Ricordi.

Vedendomi sostare incerto sull’ingresso, quel tizio aveva intercalato una eloquente pausa nel discorso che doveva aver avviato da tempo. Quando riattaccò, realizzai senza ombra di dubbio, d’aver interrotto l’intervento d’un appartenente all’eccelsa casta di quanti traggono mezzi di sussistenza dalla recensione degli scritti altrui. Impossibile equivocare sui connotati di personaggi impossibilitati a dissimulare fra tirate logorroiche la ripetitività del proprio bagaglio (simile, per molti versi, a quello del frate di boccaccesca memoria, che non si stancava di ripetere in ogni chiesa lo stesso sermone). Malignità ? E allora ditemi: che bisogno c’era di combinare azzardati abbinamenti, tracciando raffronti tra lo sventurato neofita ed i maggiori esponenti della letteratura locale e transoceanica? Chiaro che quello parlava per sé stesso fottendosene ad abundantiam di chi gli stava accanto.

Non trascorsero dieci minuti che la maggior parte degli spettatori mostrò di nutrire seri dubbi circa il funzionamento dei rispettivi orologi; sottoponendoli, pertanto, a verifiche che diventavano sempre più febbrili, man mano che il tizio del tavolo si accalorava nel conferire all’intervento i toni della più appassionata apologia.

Bloccato nella mia postazione, ma fermamente deciso ad assicurare adeguata copertura alle esternazioni della mia infermità, serravo tra le mani la seggiola vuota dietro la quale m’ero trincerato. Un accorgimento rivelatosi, per ben due volte, strategicamente perfetto. Tuttavia, pur soddisfatto di com’erano andate le cose, avevo buoni motivi per temere che, da un momento all’altro, incrementato da un inquietante crescendo intestinale, il meno passabile dei rumori potesse prendere il sopravvento sull’altro.

Che fare ?

L’emergenza mi spinse ad apprezzare l’insperato aiuto offertomi dall’anziano che, poco discosto, portava al naso, di tanto in tanto, un vistoso fazzoletto a pois col quale (beato lui) riusciva a strombazzare in totale libertà. Piccoli sforzi da parte mia consentirono di assicurare, per ben tre volte, la perfetta sincronizzazione degli eventi. Quando, per la quarta volta, lo sconosciuto mostrò di volersi liberare il naso, mi affrettai a fare altrettanto con un organo meno nobile del suo.

Fu la catastrofe.

L'altro, che aveva estratto il fazzoletto al solo scopo di lisciarsi le narici, scattò all’indietr con la stessa fulmineità di chi sente esplodersi alle spalle una schioppettata . L’oratore (che l’esiguità di pubblico non lasciava fuori tiro), colpito al culmine della perorazione, rosso in volto, cominciò a lanciare occhiate di fuoco.

Una donna sulla cinquantina, scheletrica da fare schifo, mi fissò a lungo dietro le lenti che teneva assicurate da catenelle, raccolse poi la pelliccia e guadagnò indignata l’uscita. Quelli degli orologi non si fecero sfuggire l’occasione e s’affrettarono a defluire ostentando massimo disgusto. Qualcun altro guadagnò elegantemente l’uscita simulando chiamate sul cellulare. E penso che allo stoicismo dell’unico superstite; un vecchietto pelle ed ossa (che per tutto quel tempo non aveva dato segnali di vita), non dovesse risultare estranea l’invulnerabilità auricolare che di solito accompagna l’età veneranda. Il poverino, impossibilitato a spiegarsi l’improvviso fuggi fuggi, non la smetteva più di rigirarsi sulla sedia, alla vana ricerca di chi potesse rivelargli l’arcano.

Con Marco non ci parlammo per due mesi. Poi le cose si appianarono; anche se nessuno mai riuscirà a togliergli dalla testa che deve a me la stroncatura d’un promettente esordio letterario.

 

Qualcuno, probabilmente a ragione, riterrà che abbia riportato casi limite. Sono quelli che, più o meno direttamente, sono passati per le mie mani.

 

Per i maledetti incontentabili, che gradirebbero ad ogni costo suggerimenti a valenza universale, suggerirei un esauriente

DECALOGO COMPORTAMENTALE NEI RAPPORTI CON L’AMICO

 

 

Prestategli solo oggetti di cui non vi frega niente, senza trascurare di regalargli quelli cui ci tenete

 

Siate prodighi di consigli; anche su argomenti dei quali non capite una mazza. Il gesto sarà comunque apprezzato

 

Imputate sempre e solo alla malasorte le conseguenze cui può avervi esposto qualche sua cazzata

 

Evitate di coinvolgerlo in costose rimpatriate quando sapete che è al verde (oppure anticipategli i soldi)

 

Se gli avete fatto un prestito, consideratelo, in partenza, a fondo perduto

 

Se risulta irrimediabilmente ignorante non mancate di esaltarne l’acume

 

Non trascurate di essergli solidali e moralmente vicini quando lo sapete prossimo ad ospitare la suocera

 

Evitate di asfissiarlo con tirate moralistiche

 

Se avete l’auto dal meccanico scordatevi di chiedere in prestito la sua. Piuttosto fatevela a piedi o, nella più disgraziata delle ipotesi, ricorrete ai mezzi pubblici

SOPRATTUTTO

 

Evitate di recarvi insieme allo stadio se appartenete ad opposte tifoserie.

 

NARRATIVA UMORISTICA

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