L’ARABA "PERNICE"
ed altri strafalcioni
La parrucchiera ha collocato sull’ingresso della nuova sede un’insegna pretenziosa che reca a caratteri cubitali la scritta "NEFERTARI".
Le acconciatrici che vi lavorano non pare siano un gran che. Sarà per fretta, per inesperienza, per le due cose messe insieme (o anche perché la proprietaria dell’esercizio è sempre impegnata altrove), sta di fatto che per molte clienti le sedute si concludono in altrettanti traumi.
La conduzione semifallimentare dell’impresa è tutt’altro che estranea alla vistosa crescita di affari del bar attiguo, il cui dehors registra spesso il tutto esaurito. La gente del rione ha preso l’abitudine di radunarvisi per poter gustare in tutto comodo le vivaci discussioni che una volta su due accompagnano la fuoruscita della malcapitata di turno.
Puntualmente, l’altra sera, mi è toccato assistere all’ennesima contestazione esplosa dopo che la rimozione del casco aveva coinciso con l’urlo disumano di chi s’era ritrovata la capigliatura ridotta a malpartito.
La cliente accompagnava le proteste pizzicandosi di continuo i capelli con movimenti frenetici simili a quelli di chi volesse dipanare un batuffolo di crine:
"Uno schifo !….Mai visto uno schifo così !"
Le lavoranti abbozzavano reazioni, intese a rabbonirla più che a contrariarla. Ma era peggio.
"Basta ! Voglio la titolare !"
"Non arriverà prima dell’ora di chiusura"
"Datemi il recapito telefonico !"
"Ha solo il cellulare"
"Va bene anche quello !"
"Ma non siamo autorizzate a fornirglielo"
"Ed allora non mi muoverò da qui fin quando non avrò parlato con la signora Nefertari !".
Ignorava, la poveretta, quanto avventata fosse la sua richiesta. Esaudibile, in via del tutto eccezionale, mediante ricorso ai professionisti della medianità; che su richieste del genere ci marciano che è un piacere.
Un classico strafalcione, che tuttavia non ne ridicolizza a fondo l’autrice, dal momento che la bestialità risultava commessa in buona fede. Qualora l’ignoranza fosse penalmente perseguibile qualsiasi praticante l’attività forense non esiterebbe a collocarla tra i reati di indole colposa.
Sul piano dello scompisciamento gli effetti sono molto più vistosi quando l'autore della bufala muove dalla pretesa di voler sparare citazioni attingendo a settori che non sono il suo forte.
Ricordo un caso verificatosi molti anni fa in Sala Rossa. Denominazione che, per quanti risiedono fuori dal capoluogo subalpino, potrebbe evocare atmosfere trasgressive, ma che, per i torinesi doc, rappresenta il luogo in cui si decidono (si fa per dire) le sorti della città.
Nel corso d’una sonnacchiosa riunione, motivata da non so più quali rimostranze avanzate dagli ambulanti, uno dei neoeletti conclude l’intervento "con la calda raccomandazione che la cosa non si trascini alle candele greche".
Contrariamente ad ogni ragionevole aspettativa l’oratore ne esce indenne. Pur risultando assente un gran numero di consiglieri il fatto che nessuno dei presenti avverta la necessità di reagire con una bella risata la dice lunga sulla scolarità di chi si barcamena tra le liste elettorali.
Nemmeno il possesso di titoli accademici mette chi li possiede al riparo dalle cantonate.
Fine settimana tra vecchi amici in casa d’un avvocato.
Le nostre metà sono impegnate a spettegolare nel piano di sotto.
Tra un bicchiere e l’altro il discorso cade sulle preferenze individuali in fatto di donne. C’è chi decanta la prosperosità delle mediterranee, chi s’attacca al fascino delle biondone nordiche, mentre non manca chi ripiega sul genere esotico vantando esperienze (presumibilmente oniriche) con stupende indocinesi.
L’avvocato, che sorseggia con lo sguardo fisso alla strada, dichiara distaccato: "le uniche bellezze che m’intrigano sono quelle statutarie".
E’ uno molto preso dalla sua professione; pensiamo, sulle prime, che abbia inteso fare una battuta, anche se non la troviamo particolarmente brillante. E sì che occorre qualche sforzo per apprezzare il lato stuzzicante delle normative proprie dei testi statutari. Solo a fatica realizziamo che il soggetto ha preso una topica, e non delle più leggere.
Quella dell’ Araba Pernice è una minchiata della quale sono costretto ad assumere la paternità.
C’era stato assegnato per tema "Aspirazioni umane e relative trasposizioni mitologiche". Una traccia che tradiva la magnanimità di chi ce l’aveva assegnata. La mia classe non era di quelle che potessero aspirare alla foto sul giornalino scolastico. Diciamo pure francamente che, quanto a preparazione generale, faceva davvero schifo e che solo un gesto di clemenza del consiglio d’istituto avrebbe potuto graziare alcuni di noi; eventualità, tuttavia, sulla quale nessuno poteva fare ragionevole affidamento dopo che la media dei voti in condotta era precipitata inesorabilmente sotto ogni soglia di decenza.
Quella che ci veniva offerta rappresentava, in altre parole, l’ultima chance. Qualsiasi stronzata nel componimento avrebbe privato l’artefice della possibilità di rivendere i libri di testo sul mercato dell’usato.
Per la circostanza, l’aula, di norma chiassosa al punto da causare sdegnate rimostranze tra gli operatori del mercato sottostante, risultava più silenziosa d’un chiostro all’imbrunire. La concentrazione, specie di chi aveva molti peccati da farsi perdonare (ed io ero della partita), risultava assoluta. E’ una condizione dello spirito che consente grandi risultati in quanti riescono ad imporsela; a patto che uno sappia dove mettere le mani. Qui stava il problema !
Non che mancassero gli spunti. A forza di sentirtele ronzare nelle orecchie certe cose ti si incollano da sole alla memoria. I casini cominciano quando ti vedi costretto ad arricchire con considerazioni proprie termini e figure che girano per conto proprio causando, non di rado, strane accoppiate ed associazioni strampalate.
La prima figura che mi venne in mente fu quella del Minotauro, al quale associavo la storia di un filo e di un tale che se lo teneva attaccato al dito nella speranza di ritrovare la strada dopo aver fatto la pelle al mostro. Ciò che mi disorientava nella faccenda era la questione delle corna. Difficile associarle a qualche accidenti di aspirazione umana che non fosse quella di diventare becco.
Preferii lasciar perdere e mi attaccai alla seconda delle reminiscenze, che, sottoposta ad intensi sforzi cerebrali, finì per rivelarsi meno nebulosa del previsto. Riguardava il regolamento di conti tra Perseo e la Medusa. Già pregustavo la possibilità di ricavarci quattro chiacchiere sull’impegno umano a misurarsi con le imprese più ardue, quando spuntò l’imprevisto. Che c. aveva in testa la Medusa ? Il quarto d’ora successivo alla folgorazione mi tenne impegnato nell’enigma. Scartai d’istinto l’ipotesi capelli ritenendoli scarsamente idonei alla pietrificazione del prossimo (a quei tempi non c’erano ancora le parrucchiere di Nefertari n.d.r.). La scelta finì per restringersi tra vermi e serpenti. Stavo per tentare la sorte giocandomi la prova a testa e croce, quando mi si materializzò per il capo la terza visione; quella d’una vampata che determinava la partenza a razzo d’un mitico uccello. Un animale che, invece di fare la fine del tordo allo spiedo, usava le fiamme per rigenerarsi ed approdare a nuova vita. Unico intoppo: quello di stabilire la specie d’appartenenza della bestiola. Non c’era dubbio che fosse araba e che la parola finisse in …."ice".
L’orologio, paragonabile per la circostanza ad una bomba a tempo, mi lasciava, ormai, meno di un’ora, e non avevo scritto un tubo.
Da cacciatore dilettante (nonché abusivo) qual’ero passai in rassegna la fauna stanziale e quella migratoria che svolazzava per la campagna ed era fatale che m’indirizzassi verso la pernice.
Il resto venne di getto: due intere cartelle di protocollo che, non fosse stato per il disgraziato abbaglio di partenza, avrebbero potuto compiere il miracolo di farmi rientrare nella graduatoria degli amnistiati.
Imputai al disgraziato volatile il disastro di quegli esami. Attesi con pazienza la fine di Agosto; momento di riapertura della stagione venatoria. Caricai a pallettoni il vecchio calibro dodici (che fregavo regolarmente a mio nonno) e raggiunsi le solite zone d’appostamento con la ferma determinazione di fare un gran c. alla prima di quelle bestiacce che mi fosse venuta a tiro. Deve trattarsi d’una specie che, pur sprovvista del dono della resurrezione, possiede al massimo grado quello di captare il pericolo. Trascorsero tre mesi prima che mi riuscisse d’avvistarne una.
(Per quanti volessero evitare di ripetere il mio errore)