ATTENTATI
(Sconsigliabile ai deboli di cuore ed a chi ha appena finito di sbafarsi una bistecca)
Specializzazione occupazionale riservata, un tempo, ad individui tardo-romantici comunemente definiti anarchici.
Si parla di quando non c'erano ministri tanto sprovveduti da camminare col sedere discosto dal muro. E tutto perché la morte era sempre pronta a ghermirli; a conclusione della visita ufficiale al nido d’infanzia, come nell'androne d’un casino.
Non parliamo poi dei monarchi; di quelli, almeno, che ancora riuscivano a contare qualcosa. Infelici costretti a vivere perennemente nel terrore. Bastava che qualcuno della scorta si facesse da parte per scoreggiare con la dovuta discrezione che subito spuntava lui; l’attentatore. Segni caratteristici: mantello a ruota, baffi a manubrio e, per i più ricercati, cappello a pan di zucchero.
Se chi impugnava il coltello o la pistola risultava poco condizionato da qualche bicchiere di troppo c'era caso che ci scappasse il morto.
Quando il colpo era tale da implicare successioni dinastiche, tipografi e cronisti si tuffavano come corvi in picchiata a sfruttare il sacrilego evento.
All’alba, era tutto un andirivieni di strilloni, stracarichi come muli ed impegnatissimi a lanciare ai quattro venti la ferale notizia.
Anche se la stragrande maggioranza dei passanti era composta da analfabeti, non c’era chi avrebbe rinunciato al piacere di farsi leggere per filo e per segno com’erano andati i fatti.
Uno spasso capace di monopolizzare per settimane le quattro chiacchiere in famiglia. Poi la vita sarebbe ripresa tale e quale a prima, in attesa d'un altro regicidio.
La differenza con quell’epoca felice sta tutta nel fatto che, tolti i personaggi di maggiore spicco, per i comuni mortali eventi siffatti costituivano nè più nè meno che una specie di surrogato delle attuali fiction televisive.
Purtroppo è un fatto che la morte degli altri cessa di costituire occasione di puro intrattenimento nel momento stesso in cui rischia di coincidere con la nostra. Un po come entrare in un cinema dove il mostro di turno, regolandosi alla maniera di W. Allen ne "La rosa purpurea del Cairo", decidesse, all’improvviso, di allontanarsi dallo schermo per andare a menare gli spettatori delle prime e delle seconde file.
Siamo arrivati, penso ve ne sarete accorti, alla cronaca dei nostri giorni.
L’umano consorzio ha di brutto che non puoi fare una cosa senza trovare chi muore dalla voglia d’imitarti.
Ve lo ricordate ? Cominciarono i giapponesi; con la bella pensata del vento divino. E da allora è finita la pace.
Abbiamo ancora sullo stomaco il ricordo delle BR e già ci ronzano nelle orecchie le imprese di individui che hanno rimpiazzato il passamontagna con il turbante e che, in fatto di bersagli, non vanno tanto per il sottile; per loro (come nella vecchia pubblicità dei prodotti Lombardi) tutto fa brodo.
Bisogna riconoscere che l’essenza della democrazia s’è fatta strada anche nel dna dei peggiori fanatici. Ne consegue che per candidarsi a morire ammazzati grado e posizione sociale non contano più di tanto. Puoi essere un impiegato del catasto, un netturbino o l’uomo delle caldarroste; se ti trovi all’ora giusta nel posto sbagliato sei fottuto.
Fortuna che, almeno per ora, certe mode da noi pare non attecchiscono.
Le ragioni ?
Pensiamo agli USA. Cristo ! Non dimentichiamo che è la patria dell’alta tecnologia! Ci vuol poco a capire che dove (fatta eccezione per gli shuttle) tutto funziona a meraviglia un disastro provocato ad arte non manca di fare un certo scalpore.
Ma da noi?
Prendi un treno, dove se pure hai culo sufficiente per trovarti un posto a sedere, non puoi sottovalutare l’eventualità di andare a romperti le ossa in qualche accidenti di deragliamento.
Impossibile, per chi voglia imporsi col terrore, astenersi dal ridurre in briciole qualche edificio. Sai che sforzo? Senza tanti studi e preparativi, in qualsiasi borgata italiana basta ci siano quattro gocce ed una giunta normalmente famelica per raggiungere analogo risultato.
Ditemi voi, allora, per quali arcane ragioni un terrorista mediorientale dovrebbe rischiare lo sputtanamento venendosene ad esercitare qui le sue malearti.
Già c’è una delinquenza che tiene tappato in casa un fottio di gente. Non parliamo degli aeroporti dove, pur senza l'intervento dei famigerati fans di Bin Laden, il numero delle autoambulanze a disposizione risulta sempre sottostimato in rapporto al corrente fabbisogno trasportistico di morti e feriti. Un paese dove nemmeno i sedentari possono ritenersi al sicuro, se si considera che un semplice ricovero in ospedale potrebbe esporli ad avventure non dissimili da quelle vissute dagli ostaggi del terrorismo islamico.
Si! E’ vero! C’è stato un momento in cui anche per noi italiani è scoccato un tipo d’allarme al quale non eravamo abituati.
Penso a quella storia dell’antrace, che ha fornito ai mezzi busti TV irripetibili occasioni per mettere a nudo la loro ignoranza in fatto di sostanze chimico-batteriologiche. Ma bisogna riconoscere che è durata poco; giusto il tempo perchè i soliti buontemponi potessero cimentarsi in nuovi generi di prese per il c.
Arrivato puntualmente in ritardo, il capoufficio metteva mano alla corrispondenza. Soppesava con consumata esperienza una riservata personale più gonfia delle altre. Che si trattasse di qualcuno decisosi a sganciare il dovuto ? Allontanata con qualche pretesto la segretaria, metteva mano al tagliacarte. Quattro botte e si ritrovava immerso in una nube di polvere che lo rendeva simile in tutto agli amabili protagonisti di pubblicità rivolte alle puericultrici.
A meno di due isolati, nella caserma della benemerita, analoga busta sul tavolo del maresciallo.
Il graduato inforcava gli occhiali, strappava l'involucro e si trovava fra le mani un pacchetto incellofanato con attaccata la scritta ANTRACE. "E che vorrà dì?" Cercava il vocabolario, ma ricordava, in capo a mezz'ora, d'averlo dato in prestito al nipote.
"Cacaceee.....!" Impossibile ricavare utili ragguagli dal trafelato piantone.
Finiva che il maresciallo rimetteva il berretto e raggiungeva la vicina drogheria.
Con un occhio alla bilancia per non farsi fregare sul peso della mortadella, ed ostentando massima disinvoltura, buttava lì qualche domanda intesa ad appurare una buona volta il contenuto del sarchiapone calatogli tra capo e collo. Non finiva di parlare che tutti i clienti erano già schizzati via.
C'è poco da fare! Noi italiani (come ricordava un manifesto di Basile) siam fatti così. Ingiusto non riconoscere che viviamo in un paese dove disorganizzazione, furbizie e tirate di varia natura riescono a tramutare in farsa anche gli eventi più drammatici e raccapriccianti.
Vogliamo parlare di quegli attentati alla salute pubblica che sono le adulterazioni alimentari?
Una specializzazione estranea alle strategie della guerra batteriologica, ma che pure necessiterebbe di qualche attenzione da parte degli osservatori dell'ONU.
Ce la siamo scordata la storia della mucca pazza? Una tremendo magone per quanti, privati della quotidiana fettina, rischiano di cadere in preda alla più irrimediabile delle depressioni.
Non c'era sera che mamma TV rinunciasse a mandare in onda sequenze filmate di vacche che, a dispetto del nome, poco avevano a che spartire con certe stagionate eroine da telenovela.
Si trattava di povere bestie che, dopo aver mosso qualche passo, attaccavano a sveicolare peggio d'un portuale al colmo della sbronza, per poi finire lunghe distese in preda ai tipici fremiti da schioppettata.
Il giorno dopo, immancabilmente, scattava il contrattacco degli allevatori.
Comprando un qualsiasi giornale, scoprivate che il bue nostrano era diventato il personaggio di gran lunga più importante tra le numerose specie di altre bestie che non la piantano di monopolizzare lo spazio dei quotidiani; cosa da costringere il buon Pascoli a nascondersi in soffitta per la mediocrità di quel suo Pio bove.
Pagine e pagine inneggianti al rappresentante n.1 della pregiata zootecnia locale e tutte mirate a sostenere che certe porcate nutrizionali erano lontanissime dalla collaudata serietà della macelleria sotto casa.
Non c’era dettagliante incapace di reggere alla tentazione di esporre il drappo bianco della genuinità (quasi un revival di quando le botteghe ci tenevano ad esternare il proprio arianesimo).
Passata la paura, le massaie tornano a stazionare davanti a banconi stracolmi di costate, filetti e sottofiletti. I prezzi, è naturale, risultano più che raddoppiati. L’Istat dice che si tratta d’un fenomeno di autosuggestione collettiva, ma i più ragionevoli sono costretti ad ammettere che la qualità comporta pure qualche sacrificio. Eppoi la bontà del prodotto salta agli occhi. Carni così rosse ed invitanti non se vedevano più da un pezzo.
Tutto bene? Fino all’arrivo di NAS e GdF che sequestrano tonnellate di merce capace di stecchire con i suoi coloranti anche i consumatori più coriacei.
La famiglia del terzo piano ne viene edotta dal TG quando ha appena finito di ripulirsi coscienziosamente il piatto dello spezzatino. Il marito soffoca un rigurgito ed alza il volume dell’apparecchio per acquisire ragguagli sulle rivendite coinvolte nella faccenda. Impossibile, dal momento che il mezzobusto di turno non vede l’ora di passare ad atri argomenti, spinto com’è, dall’impellenza di fornire ampia documentazione sulle ultime sfilate d’alta moda.
Qualcuno manda a prendere il giornale. C.! E si scopre che la cosa è più seria del previsto!
Nelle quattro pagine che la cronaca riserva allo scandalo c'è di tutto e di più.
Evidenziate da scritte a caratteri cubitali si succedono spiegazioni ampie e dettagliate. Peccato che chi legge risulti sprovvisto di laurea in chimica. Seguono i pareri del dietologo, i giudizi del sociologo e quelli dello psicologo. Non mancano, è fin troppo intuitivo, rassicuranti menate da parte di amministratori locali, le cui sembianze si affiancano a fotografie di quarti di bue (c'è persino chi, col chiaro intento di evitare spiacevoli confusioni tra le due cose, ha provveduto a corredare di esaurienti didascalie entrambe le illustrazioni). Sarà un caso, ma l'unico elemento impossibile da rintracciare è proprio l’elenco dei punti di vendita coinvolti nella retata.
Da un pezzo gli opinionisti più in voga tirano a tranquillizzarci col ripetere che ci si deve abituare a convivere con questi e con ben più gravi tipi di attentati. Come dire che è meglio mettersi l’anima in pace, tanto, anche sfuggendo agli intrugli del pizzicagnolo, siamo comunque destinati a soccombere sotto altri generi di attentati.
Verità sacrosanta! Ormai non c'è luogo esente da fregature. Le legnate possono raggiungerci sempre, dovunque e quando meno ce le aspettiamo.
Proprio come m’è successo l’altro giorno, mentre speravo di concludere senza incidenti la mia giornata di onesto navigatore.
Difficilissimo sottrarsi agli agguati della moderna Filibusta; un flagello che infesta i mari dell’Internet con una determinazione ben più spietata di quelli che un tempo si lanciavano all’arrembaggio dopo aver inalberato il vessillo tutto teschio e tibie.
Ve la ricordate la Vispa Teresa ? Si! Proprio quella che gridava a distesa:" l’ho presa l’ho presa !" ?
M’è tornata in mente l’altro giorno quando, dopo una caccia degna di Buffalo Bill, sono riuscito a stecchire un rompicoglioni d’insetto alato su di una home page che nulla aveva a che vedere con le esternazioni di qualche ontomologo.
Siamo all’ennesima trovata pubblicitaria studiata espressamente per mettere a dura prova la proverbiale pazienza degli internauti.
Avvelenati dai rapporti con la suocera, provate a digitare in un portale la parola eutanasia.
Bene che vi vada, sarete costretti a barcamenarvi tra qualche migliaio di domini. Ipotizziamo che siate nel vostro giorno fortunato. Dopo aver dribblato qualche centinaio di studi veterinari, beccate l’indicazione tuttosull’eutanasia.it. . Cliccate ed appare una home page che somiglia sputata alla reclame di un’impresa di pompe funebri.
Ci vuol poco ad intuire che avete azzeccato il posto giusto. Lo schermo è per metà occupato da bottoni. State per pigiarne uno quando compare lei: "LA FARFALLA".
Pensate, sulle prime, ad un accorto marchingegno per rendere meno funeraria la pagina. Vi disorienta, tuttavia, il fatto che la bestiola non la smette più di svolazzare. Penetrerete l’arcano allorquando, simile ad un aereo provvisto di striscione, l’animale coinvolgerà nelle sue evoluzioni la scritta pubblicitaria d’un prodotto del quale non ve ne fotte proprio niente.
La pianterà, prima o poi! Errore! Quella proprio non se la sente di lasciarvi arrivare ai bottoni. Che fare?
Il problema non è privo di soluzione. C’è solo che, per trovarla, dovreste essere particolarmente allenati su quei giochini di caccia all’errore che arricchiscono i contenuti de La settimana enigmistica.
Difficile cacciare nella testa di certi creativi che la rete è cosa diversa dalla Rai-TV.
Messi di fronte ad un televisore potrete sciropparvi minuti e minuti di pubblicità senza che il vostro portafogli abbia a soffrirne (mentre si da il caso che, talvolta, gli spot possano rivelarsi meno indigesti del programma che solo l’esigenza di restare a contatto dell’anima gemella vi motiva a sopportare).
Eppure non è indispensabile essere dei geni per capire che non tutti accedono ad Internet al solo scopo di sollazzarsi con i siti a luci rosse. C’è gente che vi si guadagna il pane e per la quale il tempo è denaro.
Cos’è, allora, che ti vanno a studiare? Un riquadro, poniamo, col richiamo del tale prosciutto. Non ve ne frega niente? Scusate ed amici come prima; basta cliccare sulla scritta chiudi e quello se ne va a martirizzare qualche altro sventurato.
L’opzione sparisci! esiste anche nel caso della farfalla. Solo che, per localizzarla, occorrerebbe poter disporre d’un radar. Minuscola, evanescente e sadicamente mimetizzata com’è, vi farà disperare prima d’arrivare a centrarla. Al punto che l’astio per la suocera s’è ormai travasato tutto sulla pubblicità rompiscatole.
Riaprite il sito. Attendete la ricomparsa dell’infernale insetto al solo scopo di cuccare la pagina della ditta che lo ha messo in orbita. Dovrà pure esserci, da qualche parte, uno straccio di posta elettronica; quel che vi occorre per esprimere, con la dovuta chiarezza e senza censure, ciò vi passa per la testa.