AUDIOLIBRI

 

 

Qualora si prendesse la sana abitudine di riflettere prima di mettersi a sparare sentenze parecchi titoli di quotidiano abortirebbero prima di arrivare in sala stampa. Non si capisce, infatti, specie se si esclude la tentazione di voler fare della pubblicità camuffata da notizia, perché mai la nascita degli audiolibri dovrebbe gettare nella disperazione gli appassionati della carta stampata. Invece, per l’ennesima volta, quelli delle redazioni riprendono a tirare in ballo apocalittici ed integrati.

Se intendiamo dare al fenomeno il valore che davvero merita, siamo invece costretti a riconoscere che si tratta di cosa decisamente retrò.

Non occorrono esperti in storia delle tecnologie per scoprire che questa forma di comunicazione spacciata per nuova era diffusissima già ai primi del ‘900; quando chi ancora esulava dalla fortunata schiera dei possessori di apparecchi radio, poteva sempre consolarsi portandosi a casa qualche gustosissimo disco di quelle commediole italo-dialettali che hanno deliziato generazioni di nonni e bisnonni in grado di smanettare su di un grammofono a tromba. E’ vero che duravano solo qualche decina di minuti, tuttavia nulla impediva che, tra un colpo e l’altro di manovella, si provvedesse al rimpiazzo dell’opera, manovrando in maniera del tutto analoga a come si dovrà fare con quegli stramaledetti computer creati apposta per il terzo mondo.

Se poi volessimo cavillare dovremmo riconoscere che l’audiolibro ce l’abbiamo addirittura nel DNA, introdotto da Omero, curato dalla plurisecolare opera dei cantastorie e rinverdito da quelle letture in classe fatte dalla maestra, che hanno lasciato nella nostra psiche segni indelebili anche se non sempre piacevoli.

Stringi stringi, unico elemento veramente originale dello strombazzato prodotto resta quello del prezzo.

Difficile predisporsi a pagare qualche centinaio di euro per una Divina Commedia che è possibile raccattare per quattro soldi sulla bancarella sotto casa. Ed a chi obietta che la lettura è opera di un fine dicitore risponderei che, a quei prezzi, non mi sognerei di acquistarla nemmeno se a leggerla fosse stato Dante in persona.

Per arrivare a spiegarsi l’arcano è indispensabile tener presente che questo nuovo genere di editoria deve aver ponderato sul fatto che all’utente finale torna molto più economico e divertente duplicarsi a sbafo un DVD tra le pareti domestiche piuttosto che vedersi costretto a gironzolare con tre o quattro tomi sottobraccio  alla ricerca di compiacenti copisterie. Che abbiano conteggiato un rapporto (diciamo) di 1 a 9 tra regolari ed abusivi dell’audiolettura? E’ probabile che si siano regolati allo stesso modo delle case discografiche; quelle belle imprese che sbattono prezzi proibitivi anche sui CD degli sconosciuti. Poi, se appena t’azzardi a protestare, il negoziante tira fuori tre metri di lingua per convincerti che la colpa è tutta della pirateria e che se non ci fossero gli abusivi i prezzi si manterrebbero molto più bassi. Gli abusivi, da parte loro, obbiettano che è proprio l’esosità di certi listini a renderli tali. E non c’è verso che se ne venga fuori; un po’ come la storia dell’uovo e delle gallina.

E fin qui……..

Ma dov’è che casca l’asino? Sull’impossibilità di operare approfondimenti con questi c. di audiotesti.

Avvio il CD ed ecco che una voce altamente professionale attacca a zipparmi il cranio con i versi del poeta. E con le note come la mettiamo? D’accordo! Non è il caso di andare ad architettare audiotrovate  sul genere degli stacchi pubblicitari praticati in RAI. Ma resto dell’avviso che, considerate le potenzialità presenti nella moderna ipertestualità, bisognerebbe trovare la forza di resistere a certe novità, sempre che non se ne scoprissero positive implicazioni di ordine terapeutico.

Non parliamo, poi, delle carenze di tipo multimediale. Ci tieni a leggermi Marotta e mi vuoi negare qualche tarantella di sottofondo? Come puoi pensare di propormi Verga o Capuana senza schiaffarci una qualche colonna sonora a base di scacciapensieri? Niente! La dizione procede imperterrita fino a toccare vette di monotonia sconosciute perfino agli abituali recitatori di rosario.

Saranno queste le ragioni che devono aver indotto qualche audioeditore più scaltro a mantenersi alla larga dai superclassici, che comportano un mucchio di casini, mentre, gira e rigira, finisce che non li legge nessuno. Si salvano,è vero, ma solo nel formato libresco. Cosa che consente di piazzarli nello scaffale al quale rivolgerai casualmente le spalle durante un’intervista o una visita importante, ma il CD chi c. te lo vedrà mai?

Meglio ripiegare su lavori di prosa meno impegnativi dove, liquidati con quattro soldi i diritti d’autore e retribuito il lettore part-time, ci si dovrebbe riempire le tasche. Giusto? Fino ad un certo punto, poichè proprio qui finisce con l’inciampare l’asino n.2.

Eccettuate pubblicazioni autobiografiche ed eccessivamente castigate sul genere de “Le mie prigioni”, bisogna riconoscere che, specie trattando di narrativa, il ruolo dei personaggi resta, dove più dove meno, equamente ripartito tra protagonisti di sesso opposto.

C’è un limite al risparmi, vivaddio! Pur ignorando la normativa occupazionale sulle pari opportunità, sarebbe indispensabile affiancare al dicitore anche una lettrice. Invece si preferisce stracaricare un unico addetto, imponendogli per contratto un impegno di bisessualità vocale (ho preferito questo al più equivoco aggettivo “orale” – n.d.r.). Un po’ Renzo ed un po’ Lucia; sperando che non ne esca intaccato nella psiche.