DETTI DI MODA
Tutti abbiamo una mamma! Espressione, un tempo, tra le più comuni e ricorrenti; precorritrice dell’odierno buonismo e fatta apposta per mitigare la durezza di certi provvedimenti.
Faceva il paio col partenopeo tutti figli e mamma; detto ultrapopolare finalizzato alla comprensione ed alla tolleranza per quanti hanno sempre qualcosa da farsi perdonare.
Oggi che le mamme, alle prese con bilanci simili a cruciverba, sono impegnate fino ai capelli in occupazioni tutt’altro che materne, quel modo di dire imbocca la strada del dimenticatoio nazionale. Quanto meno, dobbiamo ammetterlo, risulta decisamente surclassato da un nuovo motto, tagliato su misura per le esigenze della società attuale: Tutti abbiamo una bocca; un organo, vale a dire, che l’incalzante avanzata di moderne incombenze ha perfettamente sincronizzato con la materia grigia che lo sovrasta.
Vivere diventa sempre più impegnativo e la colpa non è solo della crisi economica.
Nei Pensieri oziosi d’un ozioso J. K. Jerome considerava che Robinson Crusoe poteva strafottersene di aggirarsi per la sua isola conciato peggio d’un accattone, ma aggiungeva che la cosa gli sarebbe risultata insopportabile qualora lo si fosse costretto a sfoggiare per Piccadilly analogo abbigliamento.
Verità sacrosanta!
Non fosse per il martellamento pubblicitario, che non ci molla nemmeno nelle pause oniriche, potremmo fare a meno di chissà quante cose.
I miei spostamenti quotidiani superano a malapena il chilometro, ma potrei vivere senz’auto? E potrei fare a meno di cambiare vettura a distanza di qualche anno? Il governo, che ovviamente alla mia salute ci tiene, farà di tutto per accessoriare la cosa con ammennicoli di varia inventiva, spingendosi, sempre per il mio bene, fino a caricarmi di ulteriori armamentari, tipo tute catarifrangenti, cinghie e tracolle antinfortunistiche, che, comunque, non mi salveranno da tariffe assicurative sempre meno dissimili da autentiche rapine.
Ho ancora davanti agli occhi l’immagine di arzilli vecchietti di paese, tutti sdentati e felici; ultimi rappresentanti di una fauna geriatrica sfuggita alle grinfie di estetisti, odontotecnici, dentisti e (basta scorrere le cronache) sedicenti tali che pescano a piene mani tra quanti hanno capito che il successo dipende dalla professionalità del sorriso.
E i calvi? Ve li siete scordati i bei pelati d'un tempo? Oggi non avrebbero scampo. Dopo aver speso una fortuna in trattamenti d’indiscussa inutilità, non potrebbero fare a meno di soccomberebbero alla tentazione di quei costosi trapianti che vanno tanto di moda.
Arriva l’estate. Impensabile andarsene a spasso con l’epidermide color latte. Di corsa al mare, altrimenti bisognerebbe accamparsi in qualche solarium.
Ti si chiede il numero di telefono. Che figura ci fai se hai solo quello di casa? D’accordo che non sei un agente d’affari. Va bene che, da pensionato, trascorri il tempo tra casa e panchina. Ma come si farebbe a rintracciarti qualora di botto dovesse prendere fuoco l’abitazione?
Così condizionato, lo stipendio, complice l’euro, bene che vada consentirà di arrivare a metà mese. Purtroppo la natura ci ha conciati in modo tale da rendere ardua l’imitazione dei santi anacoreti resi celebri da mitici digiuni. Che fare? La memoria corre all’imperativo urlato da Totò al tempo in cui chiusero le "case": Arrangiatevi! Un’impresa che vede impegnati allo spasimo la quasi totalità dei terricoli disseminati lungo lo stivale.
Si tratta, nella più onorevole delle ipotesi, di uniformarsi ai ritmi di vita dei doppi e dei triplilavoristi. Quando non basta soccorre il genio italico; un’autentica valvola di sicurezza che spazia dal raggiro alla truffa, dall’estorsione alla rapina, spingendosi, nei casi più esecrabili, all’assunzione di candidature politiche strombazzate all’insegna della moralizzazione di massa.
Ieri vado in tribunale. Un casino della Madonna. Difficile raccapezzarsi, stante anche l’impossibilità di cuccare un usciere. Dopo snervante attesa al chiosco delle informazioni arriva l’addetto. Tiro un sospiro di sollievo e chiedo delucidazioni. L’elemento sembra sveglio e, quel che più conta, animato da autentico spirito di servizio. La sua prosa è chiara al punto da non lasciarmi dubbi sul fatto che, solo sorbendomi tre piani di scale (è accertato che gli ascensori dei palazzi di giustizia risultano molto più delicati di quelli degli altri edifici), un’attesa d’un paio d’ore ed un’ennesima trafila (sulla cui durata l’interpellato non se la sente di azzardare pronostici), potrei tentare di entrare in possesso d'un attestato che mi serve come il pane.
Ringrazio e chiedo se non ci siano sistemi meno complicati d'una caccia al tesoro (dopotutto, vivaddio, viviamo nell'era di Internet e dell'autocertificazione) . L’altro si guarda attorno con la stessa accortezza di chi stesse per rivelare segreti nucleari e: Si potrebbe tentare col collega del terzo piano…. Aspetti che gli telefono. S’attacca alla cornetta, trascorrono cinque minuti e spunta il tizio che gli rifila il papiro. L’usciere lo soppesa amabilmente e, invece di consegnarmelo, torna a guardarsi in giro con la massima circospezione. Capisco l'antifona; mi tocca scucire la mancia. Quello la intasca, accompagnando il gesto con un sorrisetto d’intesa. Non commenta. Non ne ha bisogno. La mimica parla per lui: Tutti abbiamo una bocca!