EROI
MINIGUIDA PER DILETTANTI
(Testo interattivo)
L’eroe rappresenta nell’area laica l’equivalente del santo per quella cattolica. La differenza sostanziale tra le due figure sta forse nel fatto che le gerarchie ecclesiastiche, rese impermeabili alle fregature da due millenni di esperienza, prima d’innalzare qualcuno agli onori degli altari si affidano alle procedure della canonizzazione impiegando tempi che si avvicinano (per difetto) a quelli della giustizia civile.
L’eroe, cui non è nemmeno richiesta la facoltà di compiere miracoli, può essere proclamato tale mentre è ancora fresco il ricordo del suo operato. E questo modo di fare, anche se giustificato da plausibili esigenze pratiche, non esclude la possibilità di prendere cantonate. Qualche esempio ? Immaginiamo una trincea. Scatta il segnale d’assalto. Gli occupanti fuoriescono di malavoglia; qualcuno cerca di marcare visita, ma c’è un tizio che scavalca rapidamente il riparo, corre infuriato contro la postazione avversaria, si becca una palla in fronte e buonanotte. Ecco un nuovo eroe le cui gesta, annotate sul bollettino di guerra, non mancherebbero di animare palpitanti manifestazioni con tanto di accompagnamento musicale. Andando ad indagare sulle ragioni profonde del gesto potremmo scoprire che il fante, un incorreggibile attaccabrighe devoto al vino più che alla patria, aveva appena finito di scolarsi un fiasco di Chianti grattato chissà dove. Il pericolo di sputtanamento che è sempre in agguato viene di norma scongiurato dai tecnici della "trasfigurazione". Questi ultimi, siano essi sognatori o emeriti figli di puttana, restano accomunati dalla professionalità con la quale riescono a sublimare, esaltandola, qualsiasi azione d’un individuo; fosse anche la più banale.
Si può essere elastici fin che si vuole, stendere veli (anche spessi e coibentati) sui trascorsi di uomini destinati ad essere additati al pubblico esempio, ma restano tuttavia da rispettare alcuni requisiti sulla cui natura farebbero bene a riflettere gli aspiranti del settore.
Requisito n.1
Aver rimesso la pelle nel compimento di un’impresa (in via eccezionale, e del tutto subordinata, aver riportato dalla stessa una serie di mutilazioni tale da rendere l’esistenza peggiore della morte).
Requisito n.2
Aver affrontato il pericolo con la consapevolezza che, comunque fosse andata, non si sarebbe guadagnato un granché.
La durezza di siffatta clausola esclude, di fatto, tanti e tanti valorosi che trascorrono l’intera esistenza mettendo a repentaglio la vita; in altri termini non possono assolutamente aspirare alla qualifica i defunti a seguito di scontri, agguati e regolamenti di conti di matrice gangsteristica, mafiosa o affine.
Requisito n. 3
Aver determinato, con il proprio sacrificio, un qualche vantaggio alla comunità (esercito, confraternita ecc) di appartenenza. E’ impossibile, in altri termini, che i parenti di soggetti suicidatisi a seguito di continue rotture di palle possano rivendicare per i loro cari lo stato di eroe.
In stretta analogia con quanto accade alle anime pie (santi, beati e servi di Dio), anche gli eroi devono sottostare ai rigori delle graduatorie. La differenziazione opera press’a poco così:
Eroi di prima classe
Quelli, di norma, con diritto a:
adeguate citazioni sui libri di testo (e relativa presenza nelle prove d’esame);
totale amnesia di porcate eventualmente commesse;
monumenti marmorei e/o bronzei;
presenza nella toponomastica (con conseguente inevitabile storpiatura di cognomi su verbali e buste postali vergate dai posteri).
Eroi di seconda classe
Con diritto a:
semplice citazione di sole generalità anagrafiche e limitatamente ai testi per specializzati;
affissione di targa domestica o erezione di cippo ( possibilmente ignorando eventuali rimostranze dei residenti )
Eroi di terza classe
Con diritto ad annotazione di tipo semplice in contesto di targa collettiva
Va da sé che la rigidità della regola è tale solo per aspiranti di mezza tacca e per soggetti sprovvisti di coperture politiche. Nessuno si sognerebbe di volerla applicare, mettiamo, a Garibaldi (che bisogno aveva di soccombere dal momento che già tanti dei suoi lo avevano fatto per lui ?). Né sarebbe simpatico richiedere il requisito della mancata sopravvivenza ad esponenti di partito tanto spiritosi da piazzare una bomba, godersi l’effetto della strage, starsene rintanati per qualche giorno e, trascorsa la buriana, affrettarsi a sollecitare i benefici connessi all’eroico gesto.
Enrico Toti. Ecco uno che non poteva fare a meno di crepare! Anche se combatteva privo d’una gamba, la cosa, del tutto trascurabile, sarebbe passata inosservata. Idem per le ferite riportate in battaglia. Insomma, se da moribondo non avesse trovato la forza di scagliare la stampella, col c. che ne avrebbero riconosciuto l’eroismo.
Pietro Micca
Un esempio di chi nulla poteva attendersi in conseguenza del proprio eroismo
Per appurare la verità vera di come andarono i fatti è indispensabile trascurare i libri e fare una capatina all’omonimo Museo dove un cortese generale in pensione, accompagnandovi lungo i cunicoli sotterranei delle antiche opere di difesa, riuscirà a farvi comprendere la dinamica degli avvenimenti. Io posso tentare di tradurveli alla buona (sperando che vorrete perdonarmi qualche possibile peccato di approssimazione).
Siamo agli albori del ‘700. La città è assediata da un potente esercito francese che non le dà tregua. Oddio, qualche ragione nell’accanirsi a quel modo occorrerà pur riconoscerla agli avversari. I Savoia saranno pure stati, come un tempo si diceva, di "stirpe guerriera"; un vizietto, tuttavia, ce l’avevano ed era quello che proprio non riuscivano a concludere una guerra al fianco degli stessi alleati con i quali l’avevano iniziata. Ora, come potenza militare, la Francia di Luigi XIV contava, al tempo, quanto e più degli attuali USA. Impossibile accettare a cuor leggero lo smacco di un capovolgimento delle alleanze; tanto più se operato da un piccolo stato che, ad occhio e croce, poteva contare quanto l’odierna Serbia.
Di conseguenza: "mazzate" a più non posso sui poveri torinesi che, asserragliati in fortezza, con pochi viveri a disposizione e tormentati dall’afa, pregavano Iddio che quel benedett’uomo di Eugenio di Savoia si decidesse ad arrivare con i soccorsi.
Mancando ancora un paio di secoli all’avvento dell’aeronautica le teste d’uovo sabaude avevano trovato un modo ingegnoso per bombardare comunque il nemico. Il sottosuolo era tutto un dedalo di gallerie lungo le quali, fatti pochi passi, era possibile accedere a "fornelli" dove però non si cucinava la trippa e nemmeno la polenta. Erano una sorta di nicchia carica di esplosivo e fornita di micce.
Cerchiamo, allora, d’immaginarci la prassi della strategia difensiva. Dai merli della cittadella i graduati si davano il cambio per osservare col cannocchiale ogni movimento del nemico. Mettiamo che un gruppo di francesi si andava ad appartare sotto un fico per gustarsi una damigiana di vino, eventualmente in compagnia di qualche consenziente vivandiera. Ecco che dal baluardo sabaudo veniva rilevata la posizione e la vedetta di turno segnalava: "galleria n.7, fornello 14". A questo punto entravano in funzione i minatori che raggiungevano il fornello, accendevano la miccia e mandavano per aria l’allegra combriccola. Ora, ogni scherzo è bello quando dura poco e c’è da presumere che ai capi degli assedianti la cosa cominciasse a pesare un po’ sulle palle. Non tanto, immagino, per le perdite in vite umane (quello era un esercito immenso) quanto per la sistematica distruzione delle damigiane. Studiando le voragini prodotte dalle esplosioni, analizzando palmo a palmo il terreno circostante, alla fine il nemico trovò il modo d’intrufolarsi nelle gallerie andando a finire contro la porta oltre la quale c’era il fornello di Pietro Micca. Il minatore di Sagliano cominciò a vedersela brutta. Incazzati com’erano quelli ci avrebbero messo poco a buttare giù la porta. Che fare ? La carica disponeva di due micce. Se prima di scappare avesse acceso quella più lunga i francesi avrebbero avuto tutto il tempo di sfondare la porta, disinnescare la carica, raggiungere l’artigliere e fargli un c. così. Preferì farsi in segno della croce, dare fuoco all’innesco più corto e correre a perdifiato verso la parte sottostante alle gallerie. Pochi metri ed avrebbe salvato la pelle, l’esplosione, invece, lo trasformò in monumento proprio mentre infilava un angolo a gomito.
Giusto onorarne la memoria, meno giusto, a mio avviso, riproporci l’episodio sui libri di testo mostrando lo sventurato prossimo ai barili di polvere, con un ginocchio al suolo, la fiaccola in mano e lo sguardo rivolto al cielo (che poi sarebbe la volta a botte dell’abitacolo). Sappiamo come vanno certe cose; le dinastie cambiano, i governi si succedono, ma i libri di testo (quantunque ristampati di anno in anno) conservano versioni che, quando va bene, risalgono ad un secolo prima. Questo spiega perché nessuno mai si sia sognato di dare un seguito alla faccenda raccontando in che maniera si volle ricompensare la vedova del caduto per cause di servizio. Che Vittorio Amedeo II non fosse la personificazione della prodigalità immagino sia un dato acquisito, ma , cristo, assegnare alla sventurata un chilo di pane al giorno mi sembra superi ogni limite. E i libri zitti. E’ il caso di ribadirlo che sono residuati monarchici ? Ad un re si fa presto ad assegnare un qualche attributo. Vittorio Emanuele II si vide appioppare quello di "galantuomo". Come altro avrebbero potuto soprannominare il suo antenato se non con l’epiteto di "pidocchioso"?
Michele Pezza (al secolo Fra Diavolo)
Il caso emblematico di chi, pur avendoci lucrato, conserva dell’eroe non poche caratteristiche
Ecco un altro che di combattimenti contro i francesi doveva intendersene parecchio e la cui principale sventura, morte per forca a parte, fu quella di nascere con molto anticipo sui tempi. Avesse operato allo stesso modo nel nord Italia dei primi anni 40 oggi non ci sarebbe città che non gli avrebbe dedicato strade e monumenti.
Qualcuno potrebbe obbiettare che già prima di fare l’eroe viveva da brigante. E che significa ? Vogliamo o no tener conto delle caratteristiche occupazionali nel mezzogiorno dell’epoca ? C’era poco da scegliere. In mancanza di titoli nobiliari e relative prebende, a meno di aver indossato l’abito talare o la "paglietta" dell’azzeccagarbugli, non restava che rompersi la schiena in campagna. Il nostro personaggio non aveva alcuna intenzione d’indossare una tonaca (dal momento che già gliel’avevano imposta da bambino), né di perder tempo sui libri e quanto a fare l’agricoltore proprio non si sentiva tagliato. Cos’altro avrebbe dovuto fare per non restare a carico della famiglia ? Sarebbe bastato che i francesi si fossero decisi ad occupare il Napoletano un po’ di anni prima e quello si sarebbe risparmiato la fama del bandito.
Da guerrigliero legittimista è difficile andargli a fare le pulci. D’accordo! La sottrazione di bestiame non è un’azione particolarmente gratificante, e nemmeno il fatto di affrettarsi a prelevare fondi dai paesi appena liberati. Ma lo vogliamo capire o no che quello, per operare come si deve, era costretto a tirarsi appresso una banda di disperati; gente, per intenderci, che se fosse andata a letto con lo stomaco vuoto, non ci avrebbe pensato due volte a rifilargli una coltellata o, peggio, a consegnarlo ai francesi per intascarne la taglia ?
Se proprio dobbiamo cavillare possiamo ammettere che, all’occorrenza, operava delle requisizioni. Sissignori ! Ho detto REQUISIZIONI e nessuno è autorizzato a vederci sottintesi. D’altra parte il Pezza, la cui ingenuità sui fatti della vita doveva essere inversamente proporzionale al proprio valore, rilasciava ai "donatori" tanto di ricevuta. E fin quando restò in piedi la Repubblica Partenopea tutto filò liscio come l’olio. I guai, per lui, cominciarono col ritorno a Napoli di Don Ferdinando che, ad onorare quei debiti, proprio non ci pensava. Fra Diavolo, elevato al grado di colonnello, approfittando del diritto di accesso a corte, non si stancava di rammentargli l’esistenza di quelle cambiali fino a quando l’altro, rottesi le palle, sbottò in un "Chi ha avuto ha avuto…….". E per il povero brigante furono c. amari. Non poteva fare quattro passi senza che i creditori, passandosi parola, non gli formassero dietro un codazzo. E gli avvocati ? Citazioni, minacce, azioni di sequestro. Una vita impossibile dalla quale lo salvò la seconda invasione del regno. Finalmente poté rimettersi la casacca del brigante e tornare a combattere per quello schifo di sovrano la cui spilorceria era stata all’origine dei suoi guai.
Ed è qui che cominciano a scoppiare i primi casini dovuti alla difficoltà di delimitare i casi di reale vantaggio da quelli in cui l’esaltazione del gesto non può procurare altro che sventure.
Pensiamo a chi chi, senza apparente ragione, continua a sparare sul nemico da una postazione isolata quando la battaglia è ormai persa e quando non c’è nemmeno l’esigenza di coprire eventuali ritirate. Incoraggiare con patacche e medaglie l’azione di un folle di tale fatta significa solo spingere altri svitati ad emularne l’esempio con conseguenze che anche una mente non particolarmente dotata dovrebbe prendere in considerazione.
Se l’artigliere Peppino viene esaltato per il semplice fatto che ha scelto di crepare pur di mandare al creatore un centinaio di nemici, ci si può solo attendere che non mancherà chi, da parte avversaria, sarà disposto a fare altrettanto. Ora, se l’algebra non è un’opinione, 100 defunti col segno + aggiunti a cento col segno – danno per risultato 0.
A nessuno potrebbe far piacere l’oblio; figuriamoci a soggetti immolatisi per difendere una causa. Eppure la scuola pare faccia di tutto per riservare una tale onta ai gloriosi trapassati.
Aula d’istituto, esami di terza liceo. Il professore distoglie a stento il pensiero dalla miseria della sua trasferta e pone una domanda al candidato: "Parlami un po’ di Ciro Menotti". Come lo si fosse esortato a valutare l'altezza della stanza, il ragazzo volge pensieroso lo sguardo al soffitto e ve lo tiene inchiodato fino a quando il docente non decide di cambiare quesito. "Vediamo un po'.......cosa ricordi della figura di Tommaso Campanella ?". Gli occhi dello studente cambiano angolo di osservazione; ora vagano pensierosi lungo una prospettiva orizzontale mentre la bocca continua a restare chiusa. Chi gli sta di fronte, già navigato per situazioni del genere, capisce che è il momento di offrirgli una chance: "Cambiamo argomento e vediamo di sapere qualcosa su Savonarola". Dopo qualche attimo di pudica esitazione il candidato ammette francamente di non ricordare molto bene le vicende di quella città. E' troppo! Spazientito l'insegnate lo congeda bruscamente, mentre l'espressione patibolare del candidato successivo gli lascia poche illusioni sulla possibile decenza delle risposte a venire.
Ancora una volta la chiesa mostra la sua superiorità sullo stato. Non mancano tra i personaggi giunti alla gloria degli altari figure di grandi peccatori, di nobildonne tutt'altro che impermeabili a qualche capriccetto. Situazioni inconcepibili nella retorica laica per la quale l'eroismo è un qualcosa che cova ab origine nell’individuo fino a farne un predestinato; una sorta di personalità asessuata, non tentata dai richiami della vita e tutta protesa al compimento del proprio alto destino.
Dipendesse da me non esiterei a decretare l'immediata rimozione di tutte le statue di eroi, martiri e pensatori. E questo non per una fissa iconoclasta, ma per un minimo di rispetto alle anime di quei defunti.
Pensateci un pò e provate a darmi torto. Oggi gli unici esseri viventi che s'interessano a monumenti del genere sono i volatili che fanno a gara nell'insozzarli. Vedi teste nobilissime conciate in maniera da fare invidia a "quelli delle torte in faccia"; gente trapassata da secoli che si tiene il mento nella mano mentre sembra che sulla testa le abbiano scodellato delle uova in tegamino. Per contro, alla gente che sempre più frettolosa circola nei paraggi pare proprio che non freghi niente di presenze sulle quali tutto ignorano e nulla intendono apprendere. Immaginate di posizionarvi su uno di quei piedistalli; dalla cappa vi spunta la spada mentre con la mano indicate orizzonti lontani e poi ditemi come vi sentite quando, lungo l'intera giornata, per chi vi gira intorno è come se non ci foste. A me è successo una sola volta di vedere qualcuno interessato ad un monumento del genere; un conoscente catanese che, trovandosi al mio fianco in Piazza Paleocapa, levò l'indice verso la statua e chiese: "cu è ?"
Quella che (ad eccezione degli autisti alla disperata ricerca di parcheggio) comporta totale indifferenza si trasforma in astio e risentimento quando il ricordo della gloria si estende alla toponomastica.. Provate a scrivere su di una ventina di buste indirizzi del tipo :"Largo Giovanni dalle bande nere" , "Piazza Giovanni da Verrazzano", "Via Raimondo Montecuccoli" e poi vediamo se non siete d'accordo. E' un fatto che non tutti i personaggi destinati al ricordo dei posteri hanno avuto l'accortezza di dotarsi nella maniera anagrafica più appropriata. Va bene Marco Polo, meglio ancora Totò, ma altri, francamente, prima di decidersi a tramandare la propria memoria, avrebbero fatto bene a ritoccarsi le generalità. E fosse solo questione di corrispondenza. Mettetevi nei panni d’un poveraccio costretto a sorbirsi una pratica che lo costringa a girovagare per varie sedi. Dopo una lunga attesa allo sportello "L’ufficio competente" lo ammonisce impettito un usciere "è quello di Via Giovanni del Pian dei Carpini 27/A". L’altro cerca di annotarsi alla meno peggio l’indicazione, sbaglia strada e va a sbattere in una direzione opposta a quella voluta.
E con le esigenze del traffico come la mettiamo ?. Ore 13 in una città del nord, arteria affollata all'inverosimile, una punto targata PA rallenta. Nell'abitacolo della vettura: "Rosaria, controlla un po' dove siamo!" . Mentre la coda s'allunga e già partono i primi colpi di clacson dal finestrino si sporge una testa riccioluta che sillaba a fatica: "Via P. Ludovico Antonio.........e poi non si capisce un c."
Meno male che alle targhe viene riservata la stessa attenzione dei monumenti, altrimenti sarebbero dolori. Quando si decide di crearne una non si sa mai a che altezza metterla. Un posizionamento da cristiani sarebbe un invito irresistibile per contestatori e imbrattatori. La si colloca, allora, ad un'altezza che solo chi ha una vista d'aquila potrebbe tentarne la decodificazione, sempre che lo consentano gli effetti dell’incuria in cui, di norma, viene lasciata. Di cippi, per fortuna, se ne ereggono sempre meno. Fin troppo intuibili i motivi; da ricondurre, immagino, alle recenti scoperte sui comportamenti animali. La mentalità canina pare scambiasse quei simulacri per dei wc espressamente dedicati al miglior amico dell’uomo. Da qui l’urgenza di proteggere l’opera con catene ed altre recinzioni, che naturalmente non ne agevolano la lettura né impediscono ai volatili di comportarsi come sulle statue.
Se veramente si intendesse fare qualcosa per richiamare l’attenzione dei viventi sulle gesta di quanti non sono più tra noi la soluzione ideale sarebbe quella di piantarla con gli eroi, con i martiri e con i pensatori, cominciando a dedicare strade, targhe e monumenti a personaggi più vicini alla realtà dei contemporanei. Sotto il profilo educativo sarebbe tanto di guadagnato. Che ne direste d’ una targa del tipo:
"Peppino Rossi - muratore – a capo di famiglia monoreddito - pur colpito ripetutamente dalla cassa integrazione e dalla mobilità - in questa casa allevò fino (ed oltre) la maggiore età i suoi cinque figli, per non parlare della moglie paralitica – Fronteggiò con supremo eroismo cambiali, tasse e sfratti – Acciaccato nel fisico ma giammai nello spirito lottò coraggiosamente finché poté contro la locale USL cadendo infine vittima della barbarie burocratica della stessa.
I condomini posero A.D. ecc."
Ma non solo. Tenuto conto che la maggior parte dei viventi è sempre meno sensibile ai richiami del codice penale, parrebbe opportuno pensare seriamente a dedicare vie, piazze e monumenti ai criminali che hanno fatto una brutta fine. Immaginate come suonerebbe bene una Piazza Landru (tanto per ammonire che non è bene spingere l’attenzione per il gentil sesso al punto da perderci la testa). E che ne direste di un Via Immacolata B…..avvelenatrice ed ergastolana ? Per me non stonerebbe nemmeno un Corso Carlo Prina – Fiscalista.
Non è che quando è arrivato il suo momento uno possa scegliere (eroe di prima classe o niente !). Va considerato, d’altra parte, che non tutti arrivano al martirio con la banda musicale alle spalle. Alcuni crepano quando meno se l’aspettano ed in momenti, magari, in cui proprio non hanno alcuna intenzione di mettersi a fare gli eroi. Per questo dovrebbero restare ignorati ? Non sarebbe giusto. Ma cosa dovrebbero scrivere secondo voi nella prefazione alla lista ? "I sotto elencati agenti delle forze dell’ordine stavano sgranocchiando tranquillamente panini e birra quando – complice la nota carenza dei meccanismi di allarme - la bomba lanciata da una vile mano mafiosa intervenne a togliere loro per sempre l’appetito" ? Manco a pensarci. Ed ancora una volta risulta d’obbligo il ricorso alla retorica al cui ruolo più nessuno crede anche se tutti fingono il contrario. Che senso ha proclamare stentoreamente quel "s’immolarono". Dove c. mai s’è visto qualcuno disposto ad immolarsi a quel modo ? Stessa storia se vai a curiosare sulla stele dei caduti in guerra; centinaia di nomi di compaesani che vollero "immolarsi". Ve l’immaginate, oggi, uno che, uscendo di casa , dica alla moglie: "Non so se torno per pranzo; può darsi che trovi l’occasione d’immolarmi da qualche parte".