GRANDI IMPRESE
La vita umana, fatte le debite eccezioni, riserva più grane che soddisfazioni.
Non fai in tempo a nascere che già ti ritrovi alle prese con i problemi della dentizione. Attacchi a sgambettare con l’illusione di potertene andare per i fatti tuoi. Invece ti schiaffano all’asilo, dove (non s’è mai capito perché) c’è sempre qualcuno che ti costringe a dipingere cose che non ti hanno lasciato il tempo di osservare.
Poi cominci a vedertela con le malattie dell’infanzia; quelle che, prima o poi , ti costringeranno a letto con le orecchie più grosse di quelle del lupo di Cappuccetto Rosso, trasformeranno il tuo volto in uno straccio a pois o lo ricopriranno di pustole che danno un prurito della madonna.
Sarebbe troppo sperare in qualche pausa di salutare spensieratezza? Sissignore! C’è sempre qualcuno, infatti, che, quando meno te l’aspetti, ti agghinda in maniera bizzarra, ti sbatte sulle spalle uno zaino e corre a ficcarti in uno stanzone zeppo di tanti altri sventurati che, per non impazzire, trascorreranno intere mattinate con lo sguardo attaccato alle evoluzioni dei passeri che svolazzano felici oltre le finestre.
Il peggio arriva quando l’insegnante, convinto di operare per il tuo bene, attacca a raccontarti storielle all’apparenza innocenti, ma che hanno il potere di rovinarti l’esistenza per gli anni a venire.
Prendiamo una qualsiasi classe delle elementari frequentata, poniamo, da quindici pargoli; poi vediamo d’indovinare cos’è che potranno combinare da adulti.
Quattro saranno tanto fortunati da imboscarsi in qualche struttura pubblica dove potranno vivacchiare al riparo da ristrutturazioni e casse integrazioni. Tre si dedicheranno alla libera professione; decisissimi, in caso di carriera forense, a vivere sulle spalle dei clienti come e meglio d’una cocotte d’alto bordo. Cinque (i meno invidiabili) apprenderanno qualche mestiere che, in virtù della giustizia fiscale, si rivelerà indispensabile al decoroso mantenimento dei precedenti sette. Vediamo, ora, di trovare una sistemazione agli ultimi tre. Viviamo in tempi difficili. Con tutta probabilità dovranno campare d’espedienti. E non è detto nemmeno che riusciranno a scansare la galera.
Vorrei tanto, a questo punto, che qualcuno mi spiegasse per quali oscure ragioni la scuola si ostina ad opprimere questi innocenti riempiendone la testa con storie di scienziati, esploratori e grandi navigatori.
Chiaro che, interpellati nell’età in cui nessuno farebbe loro credito d'un euro di caramelle, sarebbe difficile trovare soggetti disposti a dichiarare di voler fare il tornitore, il facchino o il ladro di polli. Tutti gareggerebbero nel dichiararsi propensi alla carriera di genio. Qualcuno, poi, convintissimo di possederne tutte le prerogative, si applicherebbe ad inventarsi scoperte che non mancherebbero di esporlo allo sfottimento dei più grandicelli. A tredici anni, già cronicamente depresso, costringerebbe l’intera famiglia all’assidua frequentazione di strizzacervelli, che nulla esclude attribuirebbero lo squinternamento della famigliola alle fisse del bisnonno scartato da bersagliere perché di corta statura.
Per mia fortuna, distratto com'ero, riuscivo a seguire si e no un terzo delle lezioni sulle grandi esplorazioni e sulle maggiori conquiste della scienza e della tecnica. La mia sventura consisteva, piuttosto, nel dovermi sorbire le fisse del nonno, che non perdeva occasione per attaccarsi alla rievocazione di quanti avevano dedicato l'esistenza a rovinarci il futuro col loro esempio.
All'età di otto anni mi aveva regalato un pianino che, fortunatamente, riuscii a scassare sotto i primi strimpellamenti. Altrimenti quello non l'avrebbe smessa più di tormentarmi con l'esempio di Mozart, che improvvisava sonate già prima di finire la scuola materna. E sono certo che perfino la difficoltà da me sempre incontrata nel ricavare da una fotocamera qualcosa di decente debba molto al fatto che il mio avo me ne aveva rifilata una con l'insano intento di spingermi sulle orme dei grandi maestri. Scommetto che, se avessi sfasciato il salvadanaio per comprarmi un fucile a tappo, non avrebbe tardato ad appiopparmi la biografia di Davy Crockett.
Perfino oggi che i tempi sono quelli che sono, non mancano, nelle scuole di ogni ordine e grado, individui incapaci di astenersi dal riesumare di continuo figure di grandi scienziati e celebri esploratori.
Già viviamo in un paese dove si finanzia di tutto, a patto che i beneficiari non si sognino di applicarsi alla ricerca. E poi vogliamo o no tener conto che (se si esclude la possibilità d'indagare su quale atollo possono aver collocato la loro residenza fiscale i più grossi evasori ) di geograficamente esplorabile non c'è rimasto un tubo?
Combattuto nell'alternativa tra riconoscere il fallimento della mia esistenza e considerare le biografie dei personaggi illustri opere di pura invenzione, ho ripiegato su di una terza possibilità. Quella di riesaminare almeno qualcuna delle imprese più rinomate, per verificare (sia pure a lume di naso) se per caso, a forza di passare di mano in mano, quelle storie non siano state un tantino enfatizzate.
Ne è scaturito un intero volume, dal quale mi limito ad estrapolare quanto di strettamente indispensabile a risollevare lo spirito di gente che non ha avuto occasione di finire sui libri di storia ( e nemmeno sugli inserti domenicali dei quotidiani ).
Cristoforo Colombo
Uno che fino al 1492 se l’era passata piuttosto male, e sarebbe finito anche peggio senza l'intervento di Isabella di Castiglia.
S’era ficcato in testa di raggiungere il Giappone partendo dalle coste occidentali dell’Atlantico.
Sai che sforzo? Ormai l’avevano capito tutti che la terra doveva essere simile ad una palla. Dove, se ci pianti sopra un chiodo per farci girare un filo attorno, non occorre un genio per prevedere che, alla fine, lo spago tornerà a toccare il chiodo. Quello, semmai, che frenava gli altri navigatori era la fottutissima paura d’avventurarsi in mare aperto.
Era l’epoca in cui andavano di moda le circumnavigazioni; quanto di più prudenziale potessero attuare marinai ed avventurieri con un minimo di sale in zucca. Gente, in definitiva, che (provate a dargli torto) si faceva calcoli presso a poco del seguente tenore.
Vuoi vedere che quello spilorcio dell'armatore ha messo le cose in modo da farci colare a picco per fregarsi i soldi dell'assicurazione?
E se i viveri fanno i vermi?
E se l’equipaggio s’incavola e pianta su un ammutinamento ? Vuoi mettere che ti sbattano in mare aperto ? Meglio tener d’occhio la costa.
A demotivare tentativi di traversate impegnative giocavano anche altre (e non meno ragionevoli) considerazioni, che la gente del tempo avrebbe così esternato.
Poniamo che la spedizione si riveli un flop. Cosa ci si ricava? Nemmeno la diaria per le spese di trasferta. Procedendo, invece, di costa in costa: uno sbarco qua ed una tappa la, c’è sempre la possibilità che ci scappi qualcosa da razziare; alla meno peggio qualche scopata esotica che giustifichi la sfacchinata del viaggio.
Magari capitava che, nonostante tutte queste belle precauzioni, le cose andassero storte.
C’era, ad esempio, quel disgraziato tratto lungo l’estremità del continente nero (scaramanticamente denominato Capo di Buona Speranza) che creava più d’un grattacapo. Impossibile, anche, scartare la possibilità che dietro le indigene agghindate a festa lungo la spiaggia se ne stessero in agguato turbe di cannibali (che già all’avvistamento del natante potevano aver messo a bollire l’acqua nel centro del villaggio).
Come in tutte le cose della vita, c’era da mettere sulla bilancia vantaggi e svantaggi. Ma, giusto o sbagliato che fosse, tutti i navigatori ritenevano che, regolandosi a quel modo, i primi superassero di molto i secondi.
Insomma, per decidersi ad affrontare l’oceano era necessario che uno fosse proprio arrivato alla disperazione. Giusto il caso del nostro eroe, che, prossimo alla fame e con prole a carico, cominciò a rompere i coglioni alle corti di mezza Europa perché gli finanziassero il tentativo.
Ormai lo conoscevano tutti. L’epoca, ancora sprovvista di cattiverie burocratiche, rendeva arduo liberarsene in quattro e quattr'otto. Senza contare che, in pieno rinascimento, non c'era monarca disposto a passare da rancino e men che meno da retrogrado. Risultato ?
Ovunque si presentasse, il nostro eroe veniva ospitato con la comprensione dovuta agli svitati. Gli davano qualcosa da mangiare, ed aspettavano pazientemente che, sfinito da estenuanti anticamere, si decidesse a togliere le tende.
Svolazzando imperterrito di paese in paese, Colombo finì per approdare in Spagna i cui regnanti, per dirla alla moderna, era poco che avevano fatto fortuna; soprattutto a spese dei mori, lasciati, senza tanti complimenti, con una mano davanti e l'altra di dietro..
Qualche straccio di credenziale (cos'altro pensate che contenessero le sue bisacce? ), una parlantina alla Vanna Marchi e, soprattutto, le raccomandazioni dei frati (che all’epoca contavano anche più che al tempo della democrazia cristiana) fecero il miracolo di farlo ricevere da Isabella di Castiglia.
Non ci vuol molto ad immaginare che, con l’atteggiamento tipico delle neoarricchite, costei puntasse, soprattutto, a far schiattare d’invidia le altre regine del continente.
"Ma si!, dovette pensare, chi se ne fotte ? Mettiamo pure in palio un po’ di soldi dei contribuenti ( tanto più che molti sono anche freschi di battesimo) e che Dio ce la mandi buona".
Per la verità, il marito, Don Ferdinando, che era meno montato e di tutt’altra pasta, qualche dubbio ce l’aveva. Che figura avrebbe fatto se il genovese, una volta intascata la stecca, se ne fosse andato per i fatti propri? Ma, anche a voler dare fiducia, chi poteva escludere che l'ispirazione fosse frutto di demenziali elucubrazioni? Diciamo pure che cercò di pararsi il culo. E tanto spiega perchè, prima di decidersi a scucire, volle sottoporre la cosa al parere dei dotti di Salamanca.
I dipinti oleografici, rigorosamente postumi alla scoperta, ce li mostrano tutti intenti a confutare le intuizioni del genio. Ma sono certo che, se fosse stato possibile girare un documentario, l’indomito navigatore non ne sarebbe uscito tanto bene.
E’ vero che s’era tirato dietro un casino di mappe sulle quali non si stancava di gesticolare, ma gli esaminatori, che non erano dei fessi, fatti quattro calcoli, non ci misero molto a capire che quello con la matematica proprio non andava d’accordo. Ad occhio e croce aveva quasi dimezzato la distanza tra Spagna e Cipango; nemmeno dovesse sponsorizzare una crociera a prezzi stracciati. I docenti se ne uscirono con le mani tra i capelli, ma il genovese, con il culo che hanno nella vita tutti i bocciati, riuscì ugualmente ad accaparrarsi l’appalto della spedizione. E con quali pretese!
Volle strafare al punto da pretendere onori, titoli nobiliari, governatorati e percentuali da capogiro sugli utili dell’avventura. Trattandosi di richieste subordinate ad un’impresa stracolma di interrogativi, i sovrani non esitarono a largheggiare. Intanto gli appiopparono tre barconi, sfuggiti non si sa come alla demolizione, ed incoraggiarono l’arruolamento di quanti, detenuti nelle patrie galere, pur di sfuggire alla forca, si lasciarono caricare su quegli antichi prototipi delle attuali carrette del mare.
Fin troppo intuitivo che, una volta al largo, per una ciurma composta da avanzi di galera, gli ordini dell’ammiraglio, entrati da un’orecchio si sarebbero affrettati ad uscire dall’altro. In parole povere, quella era gente che proprio non aveva voglia di fare un c. E meno male che provvedevano a tutto gli alisei. Ci fosse stato da remare, non so per quanto tempo il genovese avrebbe potuto godersi i galloni nuovi di zecca. Era già tanto se, a seguito di continue insistenze, arrivavano a svuotare in mare i buglioli, ma quanto a pulire il ponte o mettere ordine nella stiva non era proprio il caso di parlarne.
Se ne stavano buoni fin quando a bordo c’era di che mangiare, ma solo un folle avrebbe escluso che ai primi segnali di razionamento si sarebbero astenuti dal defenestrare il genovese per innalzare le insegne del teschio con tanto di tibie.
Già dai pescherecci al seguito del trabiccolo spacciato per nave ammiraglia i segnali che arrivavano non erano per nulla incoraggianti.
Ad un mese dalla partenza Colombo s'era ridotto un povero cristo costretto, tutte le sante sere, a sobbarcarsi compiti da cantastorie, per frastornare quei delinquenti con un sacco di balle sulle ricchezze che al Cipango non attendevano altro che il loro arrivo.
Certo è che, al termine delle menate, rientrato nell’unica cabina del natante, il disgraziato, constatando che i conti non tornavano, chiudeva a doppia mandata la porta e s’attaccava a recitare il rosario col massimo della devozione. Se riusciva ad appisolarsi sognava, immancabilmente, che l’equipaggio lo acchiappava per fargli un culo così.
Di giorno in giorno il tiramolla tra promesse del capo e minacce dell’equipaggio diventava sempre più drammatico. Probabilmente c’era già chi si stava occupando di arrotare la daga per dargli il benservito quando qualcuno gridò il fatidico "Terra in vista!".
Non era la prima volta che ci scappavano falsi allarmi e tanto spiega perché, prima di lanciare in aria i berretti, quei manigoldi tirarono giù dalla coffa il loro compare e gli annusarono l’alito a più riprese. Sentirono che puzzava d’aglio misto a cipolla, ma, pur non disponendo di etilometro, dovettero constatare che, eccezionalmente, non v’era traccia di vino. I più trascorsero la notte aggrappati alla tolda, alle sartie (e non mancò chi se ne stette abbracciato alla polena), senza riuscire a scorgere un tubo.
Solo alle prime luci dell’alba la conferma dell’avvistamento avrebbe consegnato Colombo alla storia.
Resta da chiedersi dove sarebbe andata a parare tanta brama di gloria (nonchè di palanche) se per colmo di sfortuna (e con comprensibile gaudio per i seguaci di Bin Laden) il continente americano non fosse mai esistito.
Nella più bonaria delle ipotesi l’autore della bella pensata sarebbe finito in pasto ai pesci. Dell’equipaggio non se ne sarebbe saputo più niente. Donna Isabella, quantunque scornata, avrebbe ingoiato il rospo consolandosi col fatto di aver liberato il paese da un certo numero di delinquenti ad un costo tutto sommato più che ragionevole. I vecchi biglietti da 5000 avrebbero dovuto trovare qualche altra faccia da stampigliare sulla filigrana. I genovesi avrebbero avuto motivo di abbassare la cresta. I posteri non sarebbero stati afflitti dalla sifilide e, quel che più conta, la scuola dell’obbligo si sarebbe risparmiata l’ennesima rottura di coglioni.
Affetta com’è da proverbiale cecità, la fortuna distribuisce a caso i suoi favori trasformando in personaggi di tutto rispetto gente che, sottratta alla protezione della dea bendata, passerebbero la vita a grattarsi la testa.
Quando nominarono Armando Diaz Duca della Vittoria non è che s’intendesse conferirgli la signoria di un omonimo borgo. Semplicemente lo si voleva premiare per il brillante esito della battaglia che chiudeva a nostro vantaggio i conti con l’impero asburgico. Conseguenza di eccezionale lungimiranza strategica? Pare che, raggiunto dalla notizia della ritirata nemica, quantunque assistito da più aiutanti di campo, e fornito di poderosa lente, ci mettesse un pezzo a localizzare sulla carta l’esatta ubicazione di Vittorio Veneto.
Non è questione di autolesionismo. Ce n’è proprio per tutti.
Prendiamo la stampa. Una rivoluzione epocale segnata dal genio germanico.
Tutto merito del prototipografo di Magonza?
Non scherziamo!
Gutemberg
non doveva fare altro che assemblare ingredienti tutt’altro che sconosciuti.
Cominciamo dalle lastre, che da secoli abili intagliatori riuscivano a trattare in modo da poterle inchiostrare ricavandone immagini sacre e finanche mazzi di carte per giocare a tresette.
I caratteri mobili già li usavano i romani per riportare dati anagrafici sui piedistalli delle statue. Mentre gli operai di Fabriano era una vita che strappavano la giornata ricavando dagli stracci ottima carta
Restava da inventare il torchio. Ma non dovette scervellarsi granchè dal momento che, gira e rigira, sarebbe risultato tale e quale a quello che onesti vinai impiegavano da più generazioni.
Meno male che c’è sfuggito il nome dell’inventore delle armi da fuoco. Altrimenti ci avrebbero fatto una testa così su d’uno che, martellando scriteriatamente in un mortaio colmo di zolfo e salnitro, aveva avuto culo sufficiente a non finire contro le travi del soffitto.
E quando capita che la fortuna proprio non voglia saperne di darci una mano? Beh,….allora sono c.!
Vogliamo parlare di
William Bligh?
Si, proprio quello del Bounty!
Non fosse stato per i film com Clark Gable e Mel Gibson, dubito che ci sarebbe un cane in grado di ricordarsi di lui.
Tutte pellicole che lo trattano come una pezza da piedi. Al punto che lo spettatore ne conserverà un ritratto simile ad una sorta di Crudelia Demon in versione alla marinara.
Un tipo cui non c'era verso che gliene andasse una diritta.
Cominciamo dalla carriera.
Cristo! Era uno che sapeva il fatto suo! Ma, nonostante avesse scoperto anche lui la sua brava isola, tutti lo scavalcavano in graduatoria lasciandolo al palo.
Alla fine gli si presenta la grande occasione; quella di poter trapiantare nei Caraibi l’albero del pane.
Vi sembra una bagattella?
Si tentava di assicurare a zero costi il mantenimento degli schivi addetti alle piantagioni. Qualcosa di molto simile alla scoperta del motore ad acqua, che ci costringe a riconoscere come, pur senza aver frequentato master di gestione aziendale, i piantatori dell’epoca, sapessero maneggiare assai bene le leve dell’economia.
Finanziato da siffatti filantropi, Bligh arma un vascello ed affronta tutta una serie di peripezie che si concludono in Polinesia dove, finalmente, riesce a procurarsi una cospicua scorta delle preziose pianticelle.
Fregandosi le mini per la felicità, l’inglese s’intrattiene per qualche tempo nell’isola. Non può immaginare che sulla strada del ritorno gliene capiteranno di tutti i colori.
Tanto per cominciare, la ciurma, incazzata nera per la separazione da indigene fin troppo disponibili, comincia a fargli tutta una serie di dispetti.
Un giorno gli fregano le noci di cocco. E lui zitto. Un altro gli pestano il timoniere e lui finge di credere che sia scivolato lungo le scale della cambusa.
Impensierito dalle prime pernacchie che seguono gli ordini dati per megafono, cerca la collaborazione di Fletcher Christian, infido comandante in seconda. E quello, che è un aristocratico con la puzza sotto il naso, pare se la gode un mondo a far sì che tutti continuino a prenderlo per il culo.
Quando cominciarono a fregarsi l’acqua destinata alle piante il poveruomo non ci vide più, si sfilò la cinghia e cominciò a menare di brutto. A bordo non aspettavano altro. Acchiapparono il povero Bligh e gli porspettarono senza mezzi termini l’intenzione d’invertire la rotta per tornare da quelle poco di buono delle Tahitiane, avvertendolo che, in caso di rifiuto, sarebbe finito in mare insieme ai pochi sventurati che gli erano fedeli.
Il capitano rispose picche e siccome l'alternativa tutto era tranne che uno scherzo, si ritrovò sbattuto in una scialuppa in compagnia di quanti altri che, vai a vedere per quali ragioni, risultavano poco propensi a lasciarsi coccolare dalle belle indigene.
A dar retta alla filmografia pare che gli ammutinati erano permeati fin sopra i capelli dalle nuove idee di libertà. E questo perché si era nel 1789 ( una data che ha pure qualche importanza). Io resto dell’avviso che fossero delinquenti della peggiore specie. Lo dimostra il fatto che non avrebbero atteso nemmeno di arrivare a Pitcairn per cominciare a suonarsele di santa ragione.
Il saldo se lo sarebbero dopo aver toccato terra, scannandosi tra di loro peggio che se fossero appartenuti ad opposte consorterie mafiose. Ed è un fatto che i pochi sopravvissuti avrebbero dato vita ad una discendenza, sparuta fin che vogliamo, ma ancora oggi impegnata (buon sangue non mente) ad inventarsi ogni occasione per poter menare le mani.
All’ora di pranzo, scoperchiato lo scrigno dei viveri, gli ospiti della scialuppa scoprirono che quei figli di puttana rimasti a bordo ci avevano ficcato di che vivere, si e no, per un paio di giorni.
Ora, se si considerano le difficoltà che già incontra chi voglia guidare gente con pranzo e cena assicurate, non è difficile immaginare i casini a cui si espone chi intenda impartire ordini ad individui accecati dalla fame.
Impossibilitato a concludere l'impresa per la quale s'era imbarcato, Bligh ne condusse a termine una ancor più stupefacente; quella di sbobbarsi con i suoi qualcosa come tremila chilometri per pilotare la bagnarola fino a Timor, senza che si verificasero, nel frattempo, episodi salienti di cannibalismo.
Era troppo aspettarsi, quanto meno, l'erezione d'un busto marmoreo? Ed invece andò a finire che dovette sorbirsi le paternali di quei rimbecilliti dell'ammiragliato, che mancò poco non attribuissero alla sua condotta la responsabilità dell'ammutinamento.
Finiamola, quindi, con tutte le menate sul genio, che è una gara tra incoscienti a chi le spara più grosse, e riconosciamo in tutta franchezza che, a voler proprio scomporre le ragioni d'un successo, è impossibile non associare ad un 40% di applicazione di un buon 60% di culo.
Non ne siete ancora convinti?
Allora spostiamoci in Francia, dove, senza nemmeno prendenrci il disturbo di andare a fare le pulci su quella grandeur che è una specialità dei nostri vicini d’Oltralpe, potremmo sviluppare considerazioni del tutto analoghe su d’una delle maggiori scoperte rivendicate dal genio gallico. Quella, per l’esattezza, attribuita a Daguerre, per chiederci, in tutta coscienza, quando mai gli sarebbe riuscito di sviluppare a dovere uno straccio di lastra senza l’accidentale rottura d’una fiala di mercurio.
Una fortuna sfacciata.
Tutto all'opposto di quanto toccò al povero Wedgwood, che già vent'anni prima aveva realizzato vere e proprie fotografie. Non è che ci tenesse a mantenere segreta la cosa. Il poveretto, anzi, non faceva altro che parlarne con quanti gli capitavano a tiro. I casini cominciavano quando costoro, comprensibilmente incuriositi, chiedevano: "Faccele un po’ vedere!" L'altro allargava sconsolato le braccia: "Impossibile! Non appena prendono luce spariscono manco fossero dei fantasmi".
Finì che, dopo essersi sbizzarriti a sfotterlo in ogni modo, quanti lo conoscevano cominciarono a scansarlo peggio che se avesse avuto la rogna.
Un contaballe?
Niente affatto. Lui le immagini le produceva per davvero. I pasticci lo attendevano al momento di effettuare il fissaggio. Non c'erano santi che gli riuscisse. Eppure ce la metteva tutta, ma con ogni evidenza, tra lui ed il nitrato d'argento non doveva correre buon sangue. Era inutile che si affannasse ad insaponare negativi e verniciare stampe. Le immagini gli si squagliavano in mano. Avesse avuto un pizzico della fortuna toccata a Daguerre, prima o poi qualche sua foto sarebbe caduta in una pentola d'acqua salata; quanto bastava ad immortalare la memoria dello sfortunato sperimentatore.