LA MORTE E LA FAMA
(per mostri, anacoreti e condottieri)
(Maggio 2002)
Impossibile trovare lapidi cimiteriali che non siano uniformate sullo standard dell’elogio. Al punto che se un marziano provvisto di decodificatore s’impegnasse a recensirle se ne tornerebbe nello spazio conservando l’immagine di una Terra culla di creature cui nulla e nessuno potrebbe negare lo status di beati.
Se doveste rinvenirne una priva di toccanti didascalie c’è da scommettere che l’individuo di riferimento, privo di parentela, è morto d’inedia ed alle esequie devono aver provveduto le casse comunali.
Le appartenenti al gentil sesso risultano tutte "madri esemplari"; "donne di grande virtù" se sterili o comunque sprovviste di prole. Idem per i maschietti; subissati di qualità che da vivi ignoravano di possedere. Valida erga omnes la scritta "strappati ( raro il "sottratti") all’affetto dei loro cari".
Tra coloro che si occupano di prendere i necessari accordi con le ditte di pompe funebri non mancano nemmeno quelli che sbeffeggiano lo scomparso lordandone la pietra tombale con titoli accademici, onorifici e perfino nobiliari.
Qualora un individuo si recasse al cimitero motivato dalla necessità di effettuare mirati riscontri non riuscirebbe a raccapezzarsi e si chiederebbe smarrito dov’è che trovano sepoltura tutti i delinquenti che volumizzano i resoconti rizzacapelli sfornati all’apertura d’ogni anno giudiziario.
Non so se la bugia costituisca peccato mortale; qualora fosse, la categoria degli scalpellini potrebbe vedersela assai brutta una volta oltrepassati i confini con l’aldilà.
Avrete capito che la mia pratica religiosa è irrimediabilmente ferma ai tempi del catechismo per cui la padronanza di dogmi ed articoli di fede lascia non poco a desiderare. Tuttavia, la lettura dell"Io speriamo che me la cavo" del Dall’Orta ha avuto il potere di spingermi a riconsiderare gli insegnamenti ricevuti ai tempi remoti dell’infanzia. Ovviamente non condivido il punto di vista dall’innocente scolaro autore del tema sukl giudizio universale. Secondo me, molto prima che l’Onnipotente dia fiato alle trombe, ai botteghini dei cimiteri si saranno già formate code bestiali; roba da campionato interplanetario, con gomitate e spintoni a strafottere. Tutti vorranno entrare a gustarsi lo spettacolo, non tanto della resurrezione, quanto degli inseguimenti e delle feroci scazzottature che animeranno i regolamenti di conti tra redivivi; una bolgia animalesca solo in parte moderata dal fatto che i potenziali contendenti non sempre trovano domicilio nello stesso camposanto.
A conti fatti, due sono le cose che post mortem restano più o meno indelebili nella memoria dei sopravvissuti: i debiti e la fama.
Le ricchezze ereditate dai superstiti non risultano particolarmente indicate a perpetuare il ricordo di chi le ha lasciate. Un po’ perché chi le acquisisce le considerava di sua naturale spettanza ma anche perché, una volta sperperate, seguono nel dimenticatoio il ricordo del donatore. Le passività, invece, sono tali da rendere impossibile l’oblio. Chi se ne va fottendo gli eredi può contare sull’affanno con il quale costoro s’impegneranno per più generazioni ad insozzare come meglio possono la memoria della buonanima.
Decisamente più nobile risulta il lascito della fama; non a caso l’unico preso in considerazione ne I sepolcri del Foscolo.
D’obbligo, tuttavia, operare doverose distinzioni.
Quando si afferma che un tizio gode fama di strozzino non significa che tutta intera una comunità sia a conoscenza delle sue malefatte da cravattaro. Si tratta, nella fattispecie, di un semplice modo di dire.
Nel bene e nel male la vera fama; quella con la F maiuscola, è tutta un’altra cosa.
Non vi possono aspirare coloro che hanno all’attivo modeste imprese. Non basta, in altri termini, che uno abbia trascorso la vita sfacchinando o rubacchiando di qua e di là. Deve aver compiuto azioni a tal punto originali da proiettarne la figura ben al di sopra della media umana.
Nessuno si ricorderà del Ciccio morto in ergastolo per aver fracassato il cranio alla suocera, ma tutti nei momenti di collera minacceranno di comportarsi come Pippo; ergastolano anche lui, ma per aver scaricato la lupara su tre quarti dell’intera parentela.
Non sempre il trapassato di riguardo può contare sull’immortalità del ricordo.
Il barbaro massacro di qualche dozzina di coppiette ha proiettato un modesto guardone come Lillo nell’olimpo degli immortali, ma non trascorrono due mesi dalla sua dipartita quando si scopre che il mostro non è lui. Addio celebrità ! Quello era un abusivo, sfacciatamente favorito nell’usurpazione del ruolo dal menefreghismo degli inquirenti. Quando ciò accade, è come se il misero trapassato, impietosamente ricondotto per le orecchie nel recinto della banalità, debba adattarsi a crepare per la seconda volta.
La carità cristiana e l’indiscussa penuria di esempi edificanti tirano a contrabbandare per voglia di redenzione le ammissioni di quegli agonizzanti che si riconoscono autori di carneficine come di colossali frodi fiscali. Difficile immaginare che chi ha avuto l’intera esistenza per sgrossare la propria coscienza si decida a farlo sotto la pressione dell’olio santo. Siamo pratici ! Caliamoci per un momento nei panni di un siffatto esemplare della specie umana ed immaginiamocelo matematicamente certo dell’imminenza del trapasso. Stoppato il rischio delle manette, eccolo in grado di andarsene con la soddisfazione di trasmettere a costo zero il ricordo imperituro delle sue gesta. Ed il fatto che non sia stato possibile identificare Jak lo squartatore va imputato, a mio avviso, all’eventualità che l’accanito animatore delle notti londinesi sia rimasto stroncato da un qualche malore improvviso.
A fronte della consistente legione dei fetentoni si erge la più esigua pattuglia delle anime eccelse; composta da uomini e donne che hanno transitato per questa terra compiendovi azioni talmente grandiose da rappresentare un autentico faro per quanti vorrebbero ricalcarne le orme.
Prima di dare il via alla costruzione di santuari e piedistalli io sarei portato a procedere con qualche cautela. Guarderei, soprattutto, all’età anagrafica con la quale le grandi anime hanno concluso la loro esistenza terrena. Nulla da eccepire sull’ottantenne che defunge dopo una vita dedicata al sollievo del prossimo. Chiaro che, se anche dovesse spuntargli per la testa un grillo capace di creare qualche imbarazzo nei santificatori di professione, la cosa non potrebbe fuoruscire dallo steccato delle intenzioni.
Prendiamo invece il caso della pia donna spentasi in ancor giovane età e salita agli onori dell’altare per aver riscattato con furori penitenziali un’esistenza da battona. Sappiamo come vanno certe cose. Ci sono soggetti che l’alternanza dei comportamenti ce l’hanno proprio nel dna. Non ci puoi fare proprio niente; è risaputo in partenza che faranno un sacco di fesserie alternandole con fasi di ripensamento tanto intense da lasciare in chi in chi non li conosce a fondo l’impressione di avere a che fare con persone del tutto diverse. Impossibile escludere che la pia donna, disponendo di vita meno breve, avrebbe potuto rispolverare vecchie e meno edificanti abitudini.
Pensiamo al sant’uomo che, sull’esempio di antichi anacoreti, per non cedere alle sirene della lussuria, si rifugia nel deserto. Dopo due giorni becca un colpo di sole, stecchisce e la disgrazia lo trasforma in taumaturgo capace di porre rimedio alle malefatte delle usl nostrane. Per appurarne l’autentica superiorità sarebbe bastato: primo; che lo sventurato, conscio della propria gracilità, si fosse attrezzato di conseguenza – secondo: che, incontrata la troupe di avvenenti figliole incaricate di ambientare riprese porno tra le dune, avesse rinunciato a lasciarsi coinvolgere nella "fiction".
Non si salvano nemmeno i martiri politici, insigni statisti e grandi condottieri .
Il pensiero corre d'istinto ad un tizio, già insignito delle più alte onorificenze per eccezionali meriti nella Resistenza, ma finito con i ferri ai polsi per via d’una banalissima questione di mazzette.
Poniamo che ai tempi della lotta partigiana quelli che lo avevano catturato fossero stati di mano assai più pesante o che, comunque, l’eroico mutismo sui dati anagrafici dei compagni lo avesse destinato a miglior vita. Se si tien conto che già allora non era un disgraziato qualsiasi c’è da scommettere che ad ogni ricorrenza del 25 Aprile non ci sarebbe oratore tanto ignorante o distratto da trascurarne il luminoso ricordo.
Negli annali del ciclismo resta l'esempio più unico che raro offertoci dal grande Bartali; quello d'un uomo che, giunto al vertice della gloria agonistica, appende al chiodo lo strumento delle sue vittorie stabilizzando in tal modo il ricordo d'un atleta insuperabile.
Come sarebbe diversa la storia se la maggior parte dei così detti uomini forti avesse deciso di comportarsi allo stesso modo. Abbondano invece casi di personaggi passati di vittoria in vittoria fino a stabilire primati di tutto rispetto. Raggiunta l'apoteosi avrebbero potuto ritirarsi a vita privata. Il crescente accanimento nell'elaborazione di nuove strategie ha invece rappresentato, quasi sempre, la causa prima della loro rovina dal momento che logoramento da stress o forme di prematuro rimminchionimento li hanno esposti inermi alle batoste degli avversari.
Crepare al momento giusto o fermarsi prima che le ovazioni si tramutino in pernacchie ! Ecco l'unico imperativo categorico cui dovrebbero attenersi quanti intendono lasciare tracce indelebili del proprio valore. Facile a dirsi. Chi si trova sulla cresta dell'onda non trova agevole sottrarsi ai frastuoni del consenso che lui stesso ha provocato.
Il successo è una droga che, più ne prendi e meno te ne basta.
Ricordo un tipo che in paese godeva fama di imbattibile bevitore; un autentico distruttore di cantine sociali, attorniato, cosa del tutto naturale, da fans che si affrettavano ad esibirlo come un fenomeno da baraccone ogniqualvolta capitava a tiro un forestiero. Finì che il poveretto, ormai stremato da imprese che erano diventate altrettante tournee, se ne andò fuor di testa ed ancora oggi, sempre che sia vivo, non manca di tirarsi dietro un codazzo di sfottitori.
Volendo evitare ai lettori letture da brivido, sorvolo sui dettagli che condussero a miglior vita (si fa per dire), un'altra persona di mia conoscenza; normalissima, non fosse per la fottutissima fissa della resistenza in apnea.
Pur impossibilitato a vantare eccessiva familiarità con la fortuna devo riconoscere di aver avuto modo di fermarmi al momento giusto sulla sdrucciolevole strada del successo.
Da ragazzo avevo col pallone maggiore dimestichezza di quanto potessi vantarne con la penna.
Godevo fama di buon attaccante; uno che avrebbe potuto intrufolarsi tra le grandi promesse, non fosse stato per quella maledetta faccenda dei crampi che mi colpivano a tradimento e sempre nei momenti meno opportuni. M’era sempre riuscito di camuffare alla meno peggio la fastidiosa menomazione che puntualmente mi bloccava le gambe nel bel mezzo di esibizioni nautiche. Quando certi accidenti ti attaccano in acqua puoi sempre simulare una pausa. Di solito giochi a fare il morto fino a quando il dolore non si attenua. Quindi, conferendo all’azione un tocco di elegante pigrizia, riprendi a muoverti con la massima accortezza e finisce che benedici la provvidenza quando ti consente di tornare all’asciutto. Col calcio è tutta un’altra storia. Impossibile ostentare impunemente infermità del genere dopo che hai acchiappato la palla e sei prossimo alla porta. Si rischierebbe, come minimo, di restare sommersi da una rabbiosa grandinata di parolacce accompagnate (difficile escluderlo) da lattine e bottiglie.
20 giugno di tanti anni fa. Una data che mi è impossibile dimenticare. Si disputava la tradizionale partita che chiudeva in bellezza gli studi liceali. Per l’intero anno la squadra A, quando più quando meno, le aveva sempre prese dall’avversaria B, che menava vanto di poter contare sulla mia azione. Quel giorno, invece, una dannata rete nemica minacciava di farci chiudere in pareggio.
Due minuti alla fine. Pur marcato strettamente da quelli della A, ero ormai prossimo alla meta. Dalla tribuna, il brusio che aveva accompagnato l’inizio della mia azione s’era ormai trasformato in una travolgente ovazione cadenzata da irresistibili urla d’incoraggiamento quando, al culmine dell’esaltazione, ecco presentarsi il disgraziatissimo crampo. L’imprevisto imponeva scelte fulminee. Mi accasciai di botto, ma anziché acchiapparmi le gambe, preferii serrare le mani al petto. Dopodiché fui libero di contorcermi a piacimento fino a quando l’intervento dei coetanei non mi sottrasse alla vista dei costernati sostenitori.
Tutti pensarono ad un attacco cardiaco, l’allenatore prese uno spavento che ancora se lo ricorda ed a quanti rivendicavano il pareggio i miei ribattevano che se non mi fosse capitata quella disgrazia avrebbero fatto loro un c. così.
Si sa come vanno certi dolori. Il mio era scomparso già all’arrivo dei soccorsi, ma io insistevo a scuotere ritmicamente il capo su entrambi i lati della barella. Anche al pronto soccorso, insistendo nella commedia, accusai tanti e tali di quei sintomi che il povero medico di guardia si affrettò ad ordinare il ricovero. Tre giorni di osservazione, conclusisi con un gran punto interrogativo, contribuirono a conferirmi l’aureola dell’eroico campione pronto a lottare fino allo spasimo per la propria squadra.
Dopo l’incidente era già un miracolo se i compagni di squadra mi permettevano di reggere all’emozione in veste di spettatore. Ormai non giocavo più. Ma ogni volta che per i miei le cose si mettevano male c’era sempre chi era pronto ad osservare che "quei gran figli di p. se la sarebbero vista brutta assai qualora ci fosse stato il nostro Bob".