![]() NARRATIVA PER L'INFANZIA
In un sondaggio sui ricordi peggiori dell’infanzia, sarei pronto a scommettere che il 90 per cento degli intervistati non esiterebbe a rievocare i tempi della scarlattina e degli orecchioni. Ho evitato l’arrotondamento al totale, mosso dall’esigenza di riservare un 10 per cento da ripartire ragionevolmente in: 4% - traumatizzati dal primo giorno di scuola; 3% - miracolati da un qualche accidente; 2% - non sa – non vuol rispondere – o manda aff.........; 1% - vittime della narrativa per bambini. Ne deriva che, venendo al mondo, avevo ben 99 probabilità su 100 di raggiungere l’adolescenza seguendo tappe e fasi di sviluppo più o meno codificati nell’alveo della normalità. Ovviamente le gravi responsabilità delle menomazioni di cui invece sarei rimasto vittima non possono che ricadere su quanti si presero la briga di fornirmi i primi rudimenti educativi.
Pensate che stia esagerando ? Non feci in tempo ad emettere i primi vagiti che mi ritrovai circondato da una pletora di parenti. Ringrazio Iddio per aver limitato a quattro il numero dei nonni, ma zii e zie costituivano un’intera legione, dove il più anziano dei veterani superava a stento la trentina. Ciascuno di loro, ancora sprovvisto di prole, non vedeva l’ora di dedicarsi allo sventurato nascituro tempestandolo di cure ed attenzioni che è impossibile non definire morbose. Per dire che all’inizio tutto filò liscio, occorrerà sorvolare su: continui sbaciucchiamenti di disgustosa viscosità, accompagnati, di norma, da quelli generosamente elargitimi nelle dimore in cui venivo esibito senza sosta (e nelle quali potrei giurare che ben pochi avevano la dovuta dimestichezza con lo spazzolino da denti); somministrazioni di pappe dove, nella gara nutrizionale ingaggiata dal parentado, le cucchiaiate finite sul bavaglino battevano 10 a 1 quelle che arrivavano a centrare la bocca; passeggiate che mi vedevano alle prese con cinghie e legacci più complicati del cordame d’un veliero; ninne nanne che, quando non toccavano direttamente lo stomaco, riuscivano pur sempre a tenermi sveglio contro la mia volontà.
I veri guai sarebbero arrivati più tardi. Allorquando, per l’esattezza, si trattò di sottrarmi a quelli che loro chiamavano pericoli. Un pretesto bello e buono, dal momento che, superata la soglia dei tre anni, le mie occupazioni preferite erano assolutamente innocue e del tutto simili a quelle d’ogni altro bambino. Ditemi voi che rischio c’è quando ci s’intrattiene a sfottere le galline del vicino, o quando si ha la vaga tendenza a farsi quattro passi senza che altri si prendano il disturbo di accompagnarci. E’ vero che qualche volta, fornito di ombrello ed in pieno sole, ero stato visto attraversare il cortile per raggiungere difilato le scale del terrazzo. Mi chiedo, tuttavia, dove si andrebbe a finire se si dovesse attribuire la fissa del parà ad ogni bambino che circola tirandosi dietro un parapioggia. Attratto dai cavalli, non ero estraneo alla frequentazione delle stalle. Ma dov’è scritto che quei quadrupedi attendano con ansia l’approssimarsi d’un pargolo per potersi togliere la soddisfazione di spedirlo all’ospedale? Riconosciamo francamente che, quando si tira ad educare qualcuno, tutti i pretesti sono buoni. C'è modo e modo, tuttavia, di raggiungere lo scopo. Se vedessi mio figlio seduto sul ramo d’un albero dal quale non gli riesce di scendere, cercherei di correggerlo indirizzandolo verso passatempi meno pericolosi; tipo il salto delle staccionate, o (volendo unire l'utile al dilettevole) la raccolta dei fichi d'india. Quelli, invece, non trovavano di meglio che scaricare sullo scrivente le loro manie narratorie. Non c’era pericolo che qualcuno si sognasse di portarmi a cavacecio, o che si premurasse di attrarre la mia attenzione travestendosi da pagliaccio. Quando potevano; cioè sempre (visto che non mancavano di darsi il cambio), mi sbattevano su di una sedia, mi s’inchiodavano davanti, aprivano un libro ed attaccavano a leggermi racconti. Una faccenda che, rifacendosi a canoni di autentica ritualità, non mancava di ripetersi giorno dopo giorno; peggio che se fossi stato il sultano delle Mille e una notte. Impossibile ficcare in quelle teste il sospetto che, specie nella prima infanzia, gli effetti della narrazione possono avere molti punti in comune con il dosaggio del vino; dove tutto va bene se ci si limita a qualche bicchiere, mentre, superato il litro, i piedi già s'affrettano a svincolarsi da ogni logica sincronizzazione. E fosse stata solo questione di quantità! Il maggior danno derivava dal fatto che tutti dovevano aver stretto tra loro una sorta di patto segreto che li impegnava a riempirmi la testa di fiabe dal contenuto truculento. Quando (ma era un evento del tutto eccezionale) ripiegavano su qualche favola, si poteva star certi che avrebbero tirato in ballo esemplari faunistici particolarmente ributtanti, alternandoli a leoni di rara voracità e pecore destinate fin dall'inizio allo sbranamento.
Capisco che, calate nel variegato campionario delle attuali brutture, queste mie peripezie potrebbero indurre al sorriso. Per valutarne a fondo i tragici effetti bisogna ricondursi al modo di vivere d'un paesino di tanti anni fa. Prendiamo, ad esempio, il mio. Un angolo d'Italia che era la perfetta antitesi di un modello esistenziale ritmato sulle convulsioni del più frenetico consumismo ed esacerbato dalle ammucchiate di un'informazione i cui contenuti mettono i brividi. I rari possessori di apparecchi radiotelevisivi, fermamente intenzionati a far schiattare d'invidia quanti ne erano privi, se li tenevano spolverati ed in bella mostra nel salotto buono, anche se la penuria dei programmi non consentiva di ricavarci un granché. Monocromatici ed inattivi per l'intera giornata, consentivano, tutto al più, che le vecchie zitelle esternassero il loro sdegno alla vista dei monacali balletti in calzamaglia nera serviti, nelle serate più trasgressive, dopo la pubblicità del Carosello. Fatta eccezione per gli apparecchi radio, la concorrenza all'informazione via etere si concentrava tutta nell'unica sgangherata edicola che vivacchiava alla meno peggio su Grand Hotel, Il Corriere dello Sport e La Settimana Enigmistica, mentre condizioni economiche di generalizzata modestia (strettamente imparentata con la miseria) escludevano che a qualcuno potesse saltare in mente di accopparne altri a scopo di rapina. Stringi stringi, per animare la cronaca locale c'era bisogno che accadesse una disgrazia o qualche scazzottatura legata, di rigore, a storie di corna; ipotesi che, quando prendevano corpo, non mancavano di sollevare un tale polverone da tenere occupate per mesi le conversazioni di piazza. In definitiva, volendo considerare le cose nella loro giusta dimensione, occorrerà ammettere che, tra gente segnata da una vita monotona e tranquilla, l'unico a dover vivere con l'animo in tumulto ero io. Il peggio arrivava a sera inoltrata, quando, tanto per favorire un sonno che aveva buone ragioni per non sopraggiungere, mi si serviva l'ennesima storia di sevizie ed innominabili nefandezze. Vi lascio immaginare cosa dovesse riservarmi la notte; quella che, alla gente normale, serve a portare consiglio. Scommetto che, se fosse stato possibile proiettare su schermo il contenuto dei miei incubi, Dario Argento (all'epoca mio coetaneo) avrebbe fatto la fila per non perdersi lo spettacolo. Appena chiudevo gli occhi i miei sogni si popolavano di rivoltanti megere addestrate alla ricerca di ingenui da avvelenare con mele di sicura provenienza hard discount. E vogliamo trascurare la strega che prendeva un gusto matto a trasformare in ranocchi quanti non le andavano a genio ? Mi svegliavo terrorizzato, ma la paura di rimediare qualche sberla dal babbo (abituato a vere levatacce) era tale da riconciliarmi il sonno. Il thriller riprendeva tale e quale ad un telefilm interrotto dalla pubblicità. E cosa riservava ? Storie di delinquenti, che pare si affannassero a risposarsi al solo scopo di poter sgozzare quante più mogli possibile. Seguivano imprese di lupi pronti a travestirsi da nonne per abboffarsi di nipotini. Così, di solito, dopo aver trascorso in catene ingiustificate detenzioni all'interno di antiche cripte fatiscenti, dovevo sfacchinare fino all'alba per sottrarmi alle insidie di orchi che vedevano in ogni bambino un'appetitosa variante dei polli allo spiego.
Sfortunatamente per chi scrive non c'era ancora il telefono azzurro. In casa mia, poi, il telefono mancava del tutto. Dal momento che anche gli altri ne erano sprovvisti, non c'era da farsene una malattia; tranne quando arrivava l'invito a raggiungere l'ufficio delle telecomunicazioni ed il nonno bestemmiava tutti i santi per paura che gli si comunicasse la morte di qualche suo fratello.
Terrorizzato com’ero, finivo per vedere ovunque agguati, mostri e sevizie. L’altezza, che non superava il metro, contribuiva non poco ad ingigantire e distorcere la realtà circostante. Accadeva che guardassi con crescente sospetto il cane di un fattore. La bestiola, vecchia, spelacchiata e di razza incerta, avrebbe richiesto in chiunque grandi doti di fantasia per lasciarsi catalogare tra i pastori tedeschi. Ma a me incuteva un terrore della madonna. Nessun dubbio che fosse imparentata col lupo di Cappuccetto Rosso. Le giravo al largo più che potevo; specie le rare volte che recavo in tasca gli avanzi di qualche dolce fatto in casa. Nemmeno il fornaio era tipo da stornare i sospetti. Nessuno sarebbe riuscito a convincermi che nel fondo della fornace ci fossero solo pane, focacce e sfornati di legumi. In testa alla hit parade dei soggetti più inquietanti c’era la moglie del sagrestano; una donna grassa da fare schifo e con un grembiule le cui macchie non potevano essere altro che sangue. L’ultimo dubbio che fosse in combutta con gli orchi cadde miseramente il giorno in cui ebbi occasione di scoprire le innaturali dimensioni della pentola che troneggiava in cucina.
Sempre alle prese con aspetti della massima atrocità, accadeva, per contro, che restassi del tutto indifferente di fronte a concreti episodi delittuosi. E quando accoltellarono la nuora del droghiere, non riuscivo a spegarmi la ragione dello sgomento che invadeva il paese. In fin dei conti, chi l’aveva aggredita s’era limitato a spedirla all’altro mondo; mica se l’era mangiata.
Giunto alla scuola dell’obbligo mi trovai alle prese con le prime lezioni di storia. Erano nozioni impartite alla buona da una vecchia insegnante che non trascurava, tuttavia, di citare con esasperante frequenza esempi di un patriottismo tanto fulgido da concludersi immancabilmente con la fucilazione dei protagonisti. Quei racconti, che il testo arricchiva con tanto di fotografie, lasciavano letteralmente sconvolti i miei compagni; al punto che, a scanso di equivoci, più d’uno ci teneva a dichiarare formalmente che mai e poi mai avrebbe intrapreso la carriera dell’eroe. Da parte mia, avvezzo com'ero a storie i cui protagonisti concludevano l'esistenza in maniera ben peggiore, non potevo non considerare altro che esagerato tutto quell'allarmismo. Che fossi ormai del tutto desensibilizzato ? Non direi. C’era pur sempre qualcosa in grado di riattizzare le mie antiche paure. Il comportamento, per l’esattezza, di un certo Peppino; il ripetente che avevano sbattuto in fondo dell’aula, dove passava il tempo ad acchiappare le mosche. Cosa c’era di tanto inquietante ? Solo il fatto che il ragazzo si ostinava a cacciarle in uno scatolo di carta e non vedeva l’ora che arrivasse l’intervallo per depositare sull’involucro un paio di cerini accesi.
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