OROLOGI (CROCI e DELIZIE )

(Ottobre 2002)

 

L’esistenza dei nostri antenati di sei-sette secoli fa non doveva essere particolarmente allettante.

Anche in mancanza di pestilenze, le occasioni per crepare anzitempo erano sempre a portata di mano.

Per finire all’altro mondo bastava un’influenza, una bronchite, come la più modesta delle coliche. Chi, poi, pur provvisto d’una salute di ferro, trovava noiosa la permanenza in terra, non aveva che da inventarsi una qualche eresia; anche piccola piccola, oppure attribuire propensioni aviatorie alla scopa di casa. Se anche la fantasia non era il suo forte, poteva sempre ripiegare su di un pellegrinaggio, dove, a fargli la pelle, avrebbero provveduto i briganti che infestavano indisturbati ogni tragitto.

Per morire di fame non c’era bisogno di scomodare i dietologi, né cedere alle sirene dell’anoressia. Bastavano le ricorrenti carestie che s’accanivano a sterminare anche quanti avrebbero preferito ostinarsi in un’esistenza indegna dei nostri amici a quattro zampe.

Unico vantaggio per i nostri avi, quello di non doversi fare il sangue acido agitandosi come forsennati in ogni attimo della giornata. Se vi sembra cosa da poco evitatevi pure il fastidio di proseguire nella lettura.

Se invece valutate la cosa per quello che merita non dobbiamo fare altro che azionare le potenzialità virtuali della fantasia per proiettarci nella bottega d’un sarto dell’alto medioevo e curiosare in tutto comodo sull’andazzo di un’antica impresa artigiana.

 

Alle prese col modello d’un abito di pregio, il proprietario può aver trascorso la notte accanto all’ultimo moccolo di candela ed ora attende l’arrivo dei lavoranti.

Il primo, che passa per mattiniero, si presenta al lavoro dopo che il sole è spuntato da un pezzo. Non passa molto che sopraggiunge il secondo.

Trascorre del tempo, che i tre impiegano a ramazzare, ammucchiando i rifiuti in un angolo del laboratorio (non c’entrano gli scioperi dei netturbini; è proprio che le strutture della nettezza urbana sono ancora tutte da inventare).

Che c. sarà successo al terzo lavorante? Com'è che ancora non si decide a farsi vivo ?

Finisce che quello si presenta quando la strada è ormai zeppa dalla folla che fatica a farsi largo tra le bancarelle degli ambulanti

Vola qualche rimostranza, prontamente respinta dal destinatario

"Quante volte devo ricordarvi che ho il sonno pesante ? Vi siete scordati che non dispongo nemmeno d’un pollaio, dove, bene o male, qualcuno s’incaricherebbe di svegliarmi ?"

"E cosa diavolo aspetti a comprarti un gallo ?" non può fare a meno d'inveire il titolare dell’esercizio.

" Ho sempre fatto affidamento su quello del vicino !"

"E come si spiega che….?"

"Come c. facevo a sapere che quello aveva provveduto a cucinarselo per pranzo?"

La giustificazione, più che plausibile, zittisce di botto l’interlocutore, al punto che, chiarito l’equivoco e tracannato un buon bicchiere di vino, tutti si rituffano allegramente nel lavoro.

Non è necessario che vi si massacrino. Scanditi dal pigro susseguirsi delle giornate, i ritmi delle consegne sono quelle che sono.

Intanto, quanti intendono rivestirsi da capo a piedi, poniamo per fronteggiare incombenze di tipo matrimoniale, non è che possano pretendere d'esser serviti da un giorno all'altro. E tanto peggio per la futura sposa che dovesse scoprirsi anzitempo in attesa dell'erede.

I danni maggiori, tuttavia, colpiscono quanti, dopo aver impegnato il mantello, si trovano alle prese con improvvisi ritorni di temperature invernali. Nulla e nessuno potrà sottrarli ad una sorte non dissimile da chi sconta gli arresti domiciliari.

 

Pur trascurando le frequenti interruzioni dal lavoro dovute alle festività in onore d'uno sterminato numero di santi, c'era sempre da fare i conti con l'impossibilità di multare le maestranze che si presentavano in bottega come e quando meglio credevano.

C'erano, è vero, le meridiane, ma sembravano fatte apposta per incoraggiare la strafottenza dei perditempo. Tanto per cominciare non potevano prescindere dalla presenza del sole. Una giornata appena nuvolosa bastava a mandarle in tilt. Quando tutto andava bene non riuscivano funzionare per più di qualche ora. Tutta colpa dell'urbanistica medievale, caratterizzata da vicoli compressi e tortuosi al punto da opporre insuperate forme di resistenza al passaggio della luce.

 

L'impossibilità di ripartire con esattezza i tempi della giornata non mancava di far pesare i suoi effetti perfino sulla strategia militare.

Se un generale avesse ordinato ai suoi di radunarsi in un certo posto per le 14 esatte, nulla e nessuno l'avrebbe salvato dal ricovero coatto in manicomio. Un istituto che, in sintonia con i tempi, restava lontanissimo dai moderni centri di salute mentale; visto che i pazienti (anche del rango di un Torquato Tasso) venivano curati a nerbate; mica li si metteva a giocare con tele e pennarelli.

Ne consegue che le operazioni militari potevano partire all’alba o al tramonto. In casi di assoluta emergenza sarebbe stato possibile optare per il mezzodì. Era raro, tuttavia, che i condottieri dell’epoca decidessero di guastare il pranzo ad eserciti composti da avanzi di galera ( e per di più mercenari).

Questo modo di organizzare gli scontri, necessariamente condiviso dagli avversari, escludeva la tattica della sorpresa ed evitava che si perpetrassero stragi.

Chi aveva scritto: "S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo…"mostra di conoscere a fondo l’antica arte di suonarsele in battaglia. Sferragliamenti assordanti associati a tanta polvere, ma poco lavoro per i becchini.

 

L’approssimazione negli appuntamenti giocava a tutto vantaggio dei debitori, senza negare qualche scappatoia agli sfidati che proprio non se la sentivano d’incrociare la spada con l’avversario.

Poniamo che quest’ultimo se ne stesse in paziente attesa fin dalle prime luci dell’alba. Da un pezzo s’era messo in camicia, col rischio di beccarsi una polmonite. Il tempo passava e del rivale nemmeno l’ombra. Che uno dei due avesse capito male ? Possibile. Intanto cominciavano a transitare le prime greggi. Procedendo su malferme carrette, i contadini facevano segno al duellante di scansarsi. Finiva che quello si scassava le palle, rimetteva il mantello e rinviava lo scontro a data da stabilirsi.

Chi proprio non sapeva rinunciare alla misurazione del tempo doveva arrangiarsi con le clessidre.

Anche se delicate, costose e refrattarie alle riparazioni, si rivelavano irrinunciabili per monasteri, aule di giustizia e case di malaffare.

Le ragioni ?

 

Cominciamo dai luoghi di culto.

Se c’era una qualche liturgia che imponeva l’allestimento d’un coro nelle ore antelucane non si poteva certo permettere che ciascun frate si presentasse quando meglio credeva. Ne sarebbe scaturito un incasinamento degno dei festival di San Remo. Ecco, allora, che il priore incaricava un novizio di vegliare nottetempo accanto alla clessidra, curando di capovolgerla dopo ogni svuotamento. Raggiunto il numero prestabilito per siffatte manipolazioni, l’aspirante frate (sempre che non si fosse addormentato) metteva mano ad un campanaccio e poteva togliersi la non trascurabile soddisfazione di andare a rompere i coglioni di cella in cella ai religiosi, che sarebbero saltati sulla branda convintissimi, sulle prime, d’essere alle prese col giorno del giudizio.

 

E per i tribunali ?

Dobbiamo metterci nei panni d’un avvocato ben foraggiato da clienti del tutto allergici ad addobbarsi il collo con una corda.

Cos’altro poteva fare l’antesignano d’un Carnelutti se non impegnarsi in tirate senza fine? Con una resistenza da fare invidia ai professionisti dell’ostruzionismo, costui puntava sul fatto che prima o poi, anche i giudici soccombono agli stimoli della fame. Parlava, senz’altra sosta che quella d’un bicchier d’acqua, fino a quando l’incaricato della sentenza si decideva ad aggiornare l’udienza.

Così, di rinvio in rinvio (tutto lascia supporre che il malvezzo delle lungaggini giudiziarie tragga origine da siffatto costume), il giudicando aveva non poche chances di terminare i suoi giorni senza che qualcuno s’intromettesse ad accorciarglieli.

Talvolta, tuttavia, c’era pericolo che magistrati alle prese con crampi allo stomaco, affetti da incontinenza, o anche solo perchè scoglionati da perorazioni di marca ciceroniana, quando proprio non ne potevano più, tirassero fuori la clessidra per significare al principe del foro che era ora di piantarla.

 

Chi avrebbe potuto mettere in dubbio l’indispensabilità della duplice ampolla per quante strappavano la giornata applicandosi al più antico dei mestieri ?

Prima che qualche patito del dolce stil novo cominciasse a temporeggiare sproloquiando con qualche madrigale, la cortigiana accorta s’affrettava a capovolgere la clessidra che aveva scandito le effusioni dell’ultimo cliente. Ed il nuovo venuto, captato il latinorum, s’apprestava a procedere speditamente, con un occhio alle grazie della mercenaria e l’altro incollato al dannato prototassametro.

 

Fuori da questi casi limite, il resto dei viventi si barcamenava senza dare eccessivo peso al trascorrere del tempo.

Troppo bello perché potesse durare.

Non ci volle molto che alcuni artigiani, perché frustrati o afflitti da cronica asocialità, cominciarono a rompersi la testa sul modo migliore di scandire il tempo.

Arrivarono, dapprima, a produrre marchingegni tanto mastodontici che nemmeno un pazzo si sarebbe arrischiato a portarseli in casa.

Dove altro avrebbero potuto piazzarli se non nei campanili ?

L’unica clientela possibile, quella ecclesiastica, ritenne, sulle prime, d’aver concluso un buon affare.

Fino ad allora i luoghi di culto avevano provato a scandire la giornata con i rintocchi dell’Ave Maria e del Vespro. Ma mettere mano alle campane era sempre stata una sfacchinata. Ora, grazie all’avvento della nuova tecnologia, non occorreva più sgolarsi per ricordare al sagrestano che era il momento di correre ad attaccarsi alle campane. Ormai provvedeva a tutto l’orologio; non c’era da pagare straordinari, tanto valeva mettersi a suonare a tutte le ore.

Per quanto strano possa sembrare, la novità non si rivelò tale da stravolgere le abitudini dei lavoratori più tradizionalisti. Era difficile che il frastuono raggiungesse quanti operavano nei campi (vale a dire la quasi totalità degli abitanti). Ed anche per chi si guadagnava da vivere tra le mura del borgo l’assordante frastuono dei numerosi fabbri avrebbe procurato buone scuse per ignorare quel primo tentativo di frazionare razionalmente la giornata.

I casini, semmai, scoppiavano di notte, quando, in assenza di telegiornali (e di altre forme di propaganda organizzata), il signore del luogo mandava in giro la ronda con l’incarico di sbraitare ad ogni ora che tutto procedeva per il meglio. Ci fosse stata la peste, quelli non si sarebbero stancati di ripetere sempre lo stessa litania. Mettiamoci, ora, nei panni d’un poveraccio afflitto da imminenti scadenze cambiarie e poniamo che la stanchezza avesse preso il sopravvento sulle preoccupazioni. C’era di che farlo ammattire ricordandogli ad ogni momento ciò che lo attendeva il giorno dopo.

 

Incoraggiati dai primi successi, gli orologiai, intanto, crescevano di numero fino al punto da organizzarsi in corporazioni.

Si sa come procedono certe iniziative quando a dedicarvisi non sono più i singoli pazzoidi.

Il sopravvento di un’intera accolita di geni impegnati a tempo pieno nel perfezionamento della nuova tecnologia centrò l’obiettivo di produrre i primi apparecchi da tavolo e perfino quelli portatili.

Se la cosa non segnò ancora la totale debacle degli scanzafatiche lo si deve all’eccessiva approssimazione del funzionamento di quegli arnesi che, costando oltretutto un occhio della testa, si limitavano, di fatto, a costituire altrettanti status simbol per le variopinte oligarchie dell’epoca.

 

L’inizio della fine data dal ‘700. Un periodo pomposamente classificato come "secolo dei lumi", mentre (anche in considerazione che ancora non c’era chi disponesse di luce elettrica) sembrerebbe più appropriato definirlo "secolo degli orologi". In primo luogo perché non c’era borghese che ne sapesse fare a meno. Ma anche, e soprattutto, per il fatto che i maledetti contatempo non sgarravano più di molto e già aspiravano a trasformarsi in cronometri.

Chi sostiene che la burocrazia trae origine dalla Rivoluzione Francese e dall’organizzazione napoleonica dice una grossa fesseria. In assenza dell’orologio, sarei davvero curioso di scoprire chi avrebbe potuto costringere generazioni d’impiegati a presentarsi puntualmente in ufficio.

Altrettanto impensabile sarebbe risultato l’avvento della società industriale. E, per campare, Marx avrebbe dovuto inventarsi qualche altro mestiere.

Se ne avessi il potere non esiterei a resuscitare gli sciagurati che, armati di regolo e compasso (ed assecondati dalla connivenza di malfamate officine) s’erano impegnati nella costruzione dei primi segnatempo. Con sistemi del tutto simili a quelli dell’ "Arancia meccanica" non esiterei a bloccarli su di una panca per costringerli a guardare (a ciclo continuo e senza nemmeno il beneficio dell’interruzione pubblicitaria) le allucinanti sequenze di "Tempi moderni".

Tra tutte le nefandezze perpetrate dalla cattiveria umana l’aver ingabbiato il prossimo dietro le sbarre della PUNTUALITA' è di certo la più efferata.

 

La Chiesa, che pure s'era prestata a fare da testimonial sui prototipi degli infernali congegni, fu anche la prima a farne le spese; soprattutto in termini di allarmante penuria di soggetti da sottoporre a santificazione.

Cominciava a scarseggiare il tempo per le contemplazioni. Quando si sorprendeva qualcuno incline a dedicarvisi era facile soccombere al sospetto di trovarsi alle prese con un fannullone, piuttosto che con un sant’uomo. Ed il frate sorpreso a mani giunte e col naso al soffitto sarebbe stato adeguatamente redarguito dal priore, costretto suo malgrado, a districarsi tra un numero crescente di incombenze.

Da allora in poi i patiti dell’estasi avrebbero corso il rischio di farsi catalogare nella poco lusinghiera categoria di quegli individui che (alla voce "contemplativi") infestano, di norma, le riviste per soli uomini.

Chi proprio non sapeva rinunciare alla gloria degli altari non poteva fare altro che rimboccarsi le maniche per adeguarsi a pratiche devozionali simili a quelle che hanno assicurato la beatificazione al fondatore dell’Opus Dei.

Non parliamo poi dei peccatori.

L’ormai radicata valorizzazione del fattore tempo già li induceva a scalpitare nell’attesa della confessione. L’incolonnamento in una coda, o la semplice presenza d’un parroco duro d’orecchie, li avrebbe spazientiti al punto da far sì che si allontanassero con un carico di peccati appesantito dalle bestemmie derivate dall’incazzatura.

 

Non c’è nell’essere umano caratteristica più spiccata di quella che lo porta a provare forme di maniacale attaccamento per le cose che più lo danneggiano.

Già nell’ ‘800, gente che non aveva di che nutrirsi avrebbe impegnato il letto coniugale prima di separarsi della cara cipolla con relativa catena. E cos’è che per più generazioni i genitori hanno promesso alla prole per motivarla al superamento degli esami scolastici ? Orologi ! Sempre e solo orologi!

E non ci si sogni di tirare in ballo i condizionamenti della civilizzazione.

Se una spedizione era tanto malaccorta da cadere in mano ai cannibali, si poteva star certi che costoro avrebbero frugato senza sosta nei bagagli degli sventurati, fino a quando non avessero trovato sveglie ed orologi con cui agghindarsi il collo e/o parti meno nobili del proprio corpo.

 

Fino a qualche decennio addietro, fatta eccezione per i Rolex delle star, i comuni mortali recavano al polso strumenti che non sarebbero stati tra i più indicati per sincronizzare le operazioni dei professionisti della rapina. Ciascun apparecchio godeva di qualche modesto margine d’indipendenza nei confronti degli altri. Quanto bastava a far slittare le riunioni per il tempo necessario a sorbirsi un caffè, o ad attaccare bottone con la collega. Oggi non più. Tra prodotti al quarzo ed orari ricavati via satellite si rischia di cadere in preda a complessi di colpa non appena ci si attarda in toilette.

I maniaci del tempismo preferirebbero girare privi di mutande piuttosto che rinunciare all’orologio radiocontrollato.

L’avvento delle più recenti tecnologie ha finito per riservare alle mezz’ore un destino analogo a quello dei pagamenti dopo l’avvento dell’euro ( che ha messo al bando i resti con lo zero per riempirci le tasche di lenticchie da 1, 2 e 5 cs.). Sempre più raro imbattersi in convegni che arrivino al coffee break senza sminuzzare in minuti l’ordine dei singoli lavori.

La cosa non ha mancato di contagiare anche chi proprio non saprebbe che farsene d’un master.

Ne sanno qualcosa i conducenti dei bus che, reduci da ordinarie gimcane tra cantieri sempre più simili agli scavi dell’Alto Egitto, devono vedersela con la vecchietta che staziona incazzata alla fermata.

"Com’è che oggi il 52 delle 12,05 se ne arriva con 7 minuti di ritardo ?"

Il conducente mastica amaro e finge di non aver sentito.

Ma quella non demorde:

"Bello schifo ! Proprio non sapete rinunciare a prendervela comoda !"

L’altro, che non ne può più, evita spiegazioni che rischierebbero di mandarlo fuori strada e cerca di minimizzare:

"Minuto più, minuto meno; non mi sembra il caso di farne una tragedia"

"No? Ed ora chi mi garantisce che arriverò in tempo al poliambulatorio ? Certo è che a lei non frega niente se quelli, alle 12,40 in punto, tirano giù lo sportello !"

 

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