(Parafrasando A. Campanile) AGOSTO, SALUTE MIA NON TI CONOSCO
(Cronache dall’ospedale - Tutto drammaticamente autobiografico)
Agosto è per tradizione mese di vacanze Molti riescono a godersele in paesi lontani; mentre nel mio caso poco c’è mancato che finissi nel più esotico dei posti; un luogo, oltretutto, per il quale non occorrono prenotazioni e verso il quale si viaggia gratis arrivandoci in un batter d’occhio; una località, per intenderci, molto sponsorizzata negli stacchi telepubblicitari di una nota marca di caffè.
Il 28 Luglio alle 9 e 30 del mattino, malamente raccattato da un’ambulanza, sono stato trasportato a sirene spiegate in ospedale e tutto per colpa d’un cuore colpito da disturbi molto più insidiosi di quelli causati da dispiaceri di ordine passionale. Già altre volte m’ero trovato alla prese con siffatto genere di emergenze . Ne avevo all’attivo due, ma, poiché "non c’è due senza tre….."
Stavolta chi mi aveva calato sul volto la maschera dell’ossigeno rivolgeva al collega sguardi più eloquenti di un’allarmante sentenza. Era come dicesse "Assistiamolo pure ma è difficile che questo arrivi vivo a destinazione". Un linguaggio muto decisamente inquietante al punto da giustificare qualche riserva sulle nobili motivazioni che spingerebbero certuni a praticare un siffatto genere di volontariato. Per l’intero tragitto ho preferito, quindi, starmene col capo rivolto al finestrino e le mani scaramanticamente serrate sugli "attributi" del sottovita; circostanza che deve avermi risparmiato la vista di soccorritori irresistibilmente tentati di giocarsi la mia sorte a testa e croce.
Quando si è lunghi distesi in un’ambulanza nemmeno il più impavido dei pazienti lo sarebbe al punto da ingannare i tempi di percorrenza concentrandosi sui pronostici del calcio o sull’opulenza della Ferilli. Ciononostante, devo riconoscere che l’eventualità di una precoce dipartita non mi spingeva ad affrettate pratiche di riconciliazione con i big dell’aldilà. Qui a Torino, sui giornali come per strada, non c’è spazio pubblicitario che sfugga all’accaparramento di una nota impresa di pompe funebri; la stessa che ha appena inaugurato la sua ennesima "agenzia" schiaffandomela proprio sotto casa ed il pensiero che gente di tale risma potesse arrivare a cuccarsi i pochi risparmi raggranellati per la famiglia mi metteva addosso una rabbia della madonna.
I patiti della filmografia su Frankenstin non dovrebbero privarsi di una capatina nel reparto di rianimazione cardiologia dove, affiancato ad altri due disgraziati, m’è toccato trascorrere un’intera settimana bloccato da cavi e cavetti connessi a complicati strumenti di monitoraggio. L’unica cosa che diversificava la mia condizione dal trattamento riservato alla fin troppo rinomata "creatura" era che a me portavano da mangiare (non ho mai capito per quale ragione al mostro non dessero mai un c. di niente - n.d.r.). In compenso venivo dissanguato da continui prelievi. Uno ogni mezz’ora. Roba che se il contenuto di quelle fiale fosse finito difilato tra le gengive di Dracula una corsa dal dietologo non gliela avrebbe tolta nessuno.
Imbracato a quel modo non ho potuto fare a meno di prendere confidenza con aggeggi del tipo "pala" e "pappagallo". Ora, se si moltiplicano le deiezioni notturne e diurne del singolo degente per il numero dei ricoverati in sala salta agli occhi come le incombenze che gravano sui paramedici non sono tali da collocarsi al top delle soddisfazioni professionali. Mi chiedevo, di conseguenza, quale forza ultraterrena riesca a trattenere sul luogo di lavoro quanti strappano l’esistenza lavorando in corsia.
Buone ragioni, semmai, potrebbero avercele certi baroni delle strutture sanitarie e relativi tirapiedi, che, quando proprio non ce la fanno più a reggere il contatto con l’umanità sofferente, possono sempre contare sui tonificanti effetti assicurati da congressi la cui rilevanza scientifica va misurata sull’esostismo della sede prescelta e sul numero di familiari ed affini che è possibile tirarsi dietro. Gente che, in qualche modo, riesce sempre a fronteggiare lo stress; armeggiando, ad esempio, con valvole cardiache capaci di trasformare i trapiantati in soggetti "usa e getta", o anche esercitandosi a relegare sotto le intemperie apparecchiature sanitarie di ultima generazione, costosissime, ma afflitte dal gap dell’impossibilità di trovare chi sia in grado di metterci mano.
Ma come la mettiamo col personale infermieristico? Specie oggi che, mentre i furti in corsia sono diventati appannaggio d’una manovalanza d’importazione, c’è persino chi t’inquisisce se appena ti arrischi a formulare "consigli" sui trattamenti da riservare a chi viene dimesso in posizione orizzontale?
Ho potuto constatare di persona come la provvidenza riesca a riservare qualche sollievo pure a questa categoria di reietti; anche se la tanto attesa occasione di appagamento li costringerà ad attendere l’assegnazione ai turni di notte.
Il caso ha voluto che il mio letto risultasse quasi addossato al gabbiotto in cui, per l’intera giornata, c’è ininterrotto andirivieni di gente indaffarata a deporre e prelevare cartelle, fiale, compresse e siringhe. Un luogo che, nottetempo, nella quieta penombra interrotta a tratti dai lamenti di chi proprio s’è rotto le palle a starsene inchiodato sul materasso, cambia notevolmente connotati e destinazione. E’ possibile, infatti, scorgervi coppie ambosessi inchiodate nel più religioso silenzio ai monitor dei computer.
Pensando alle coronografie ed ecocardiografie sfornate a pieno ritmo nel corso della giornata uno s’immagina che quanti stanno dall’altra parte della barricata, per dovere o per curiosità, trascorrano il tempo a documentarsi sulle patologie cardiocircolatorie dei ricoverati. Invece…..una più attenta sbirciata oltre lo spesso cristallo dell’area "uffici" mi ha consentito di appurare come, in tema di anatomia, quelli risultino molto più attratti dai suoi aspetti "esteriori". Per dirla "papale papale" se la spassano un mondo veleggiando felici tra i pornositi di Internet.
L’area transennata sottostante il vetro, rigorosamente opaca, non consente di azzardare deduzioni circa non impossibili manipolazioni praticabili all’altezza dei sedili, tuttavia quel che si riesce a vedere basta e avanza per rendersi conto di quanto sia facile per i paramedici compiere dal giorno alla notte trasformazioni degne del "dottor Jekill e mister Hyde".