IL PESCE CHE PARLAVA CINESE

 

Cosa non si fa per le ferie !

Conseguenze del moderno consumismo ? Un accidenti ! Come la mettiamo con Goldoni che in pieno ‘700 già trionfava con "Le smanie per la villeggiatura"?

Compiango quei sociologi che fanno risalire il fenomeno alla motorizzazione di massa e tengo a ribadire che, secondo me, con l’esplodere della calura estiva, scatta nel subconscio collettivo un’esigenza di tipo ancestrale che spinge uomini e donne a rivivere, in qualche modo, remote esperienze di nomadismo tipiche degli umanoidi. Prescindendo dalle spinte più profonde dell’ "IO" non potremmo spiegarci il comportamento di quanti, pur angustiati dalla prossima scadenza di numerose cambiali, non reggendo agli stimoli del solleone, s’affrettano a sottoscriverne di nuove pur di assecondare il prepotente bisogno di migrazione.

Provate a fissarvi bene in mente i connotati di chi dovesse affermare che lui delle ferie proprio se ne fotte ; a meno che non si tratti di un rinomato mentecatto, fatichereste a scacciare la convinzione di aver vissuto un "incontro ravvicinato del terzo tipo".

Le ferie sono un dogma che nessuno snob si sentirebbe di contestare. Provate ad osservare sotto Ferragosto i rari individui che girano per le vie deserte della città. Salta agli occhi che procedono con la stessa circospezione delle battone vittoriane al tempo di Jack lo squartatore. Perché, dal momento che la delinquenza urbana è notoriamente impegnata a sperperare altrove i proventi di furti, truffe e rapine? Temono, semplicemente, che chi dovesse scoprirne la presenza non perderebbe l’occasione d’insozzarne per sempre la reputazione. Da lì a qualche mese la signora Mara, incontrando al supermercato la cara amica Virna che attacca a parlarle dei Rossi, non mancherebbe di confidarle, tra il costernato ed il divertito: "Brutta sorte……poveracci ! Pensa che hanno dovuto passare tutta l’estate tappati in quella loro topaia……Non ti dico i bambini !" per poi concordare sul fatto che: " quella gente deve passarsela proprio molto male se non è riuscita a trovare nemmeno chi le prestasse i soldi per le vacanze".

Provate ad intervistarli quei rari passanti, sempre che la vostra prestanza fisica vi consenta di rincorrerle con successo. Troveranno le giustificazioni più assurde pur di non dover ammettere d’aver rinunciato alle ferie.

Qualche esempio?

"Chi … io ? Farne a meno ?…Non scherziamo ! Non fosse stato per certe rotture burocratiche……E comunque non vedo l’ora di tornare a Spotorno " (guarda preoccupato l’orologio e si allontana barcollando tra due sacchi stracarichi di alimenti).

"No……no…….NO!" (seguito da un lungo sorriso chiarificatore) "Le tubature del condominio…….(indica, dilatando i gomiti, un evidente danneggiamento nelle condotte idriche)…capisce ? Se non trovo l’idraulico finisce che resto bloccato in città " (e se ne va sospirando).

Chi, per motivi di salute o perché costretto da altre cause di forza maggiore, proprio non ce la fa ad allontanarsi, piuttosto che farsi beccare ai giardini pubblici preferisce svolgere quelle odiose riparazioni domestiche che nel corso dell’ anno avevano messo a dura prova la prosecuzione della convivenza coniugale.

Portiamoci, ora, dall'altra parte della barricata; da quella di chi le vacanze riesce a farle per davvero. Una volta rientrati costituiranno una vera rarità quanti saranno disposti a confessare le peripezie affrontate, le sofferenze, i momenti di autentica disperazione. E’ certo che tra le quattro mura di casa si affanneranno per mesi a giurare che mai più andranno incontro ad uno schifo del genere, ma in ufficio e con gli amici il loro volto esternerà segni della più dolce delle nostalgie ogni qualvolta i discorsi cadranno sul dove e sul come si è stati in vacanza. Ritengono mille volte preferibile farsi invidiare anzichè compiangere. Meglio, molto meglio che il collega Rossi pensi di avere accanto chi ha potuto rosolarsi al sole delle Maldive, piuttosto che rivelargli di aver strappato quindici giorni di ospitalità alla zia Adelina che, fra l'altro, per tutto quel tempo non ha mancato di angustiarci con la dettagliata cronistoria dei suoi numerosi acciacchi.

Se chiedete perchè si va in vacanza vi si risponderà immancabilmente che, dopo un anno di vita caotica in città, è impossibile rinunciare ad un soggiorno in qualche località bella e tranquilla dove riposare qualche giorno in santa pace. Ricordate ciò che scriveva Manzoni a proposito della folla accalcata lungo il percorso di cortei spettacolari? Le persone si rizzavano sulla punta dei piedi, ma poichè non c'era chi non lo facesse, lo sforzo finiva per rivelarsi del tutto inutile. Con l'avvento dell'estate accade qualcosa di analogo e per molti versi peggiore. Si comincia con gli imbottigliamenti in autostrada, ci si adatta a dormire in residence cinque per stanza in condizioni che solo per il prezzo si differenziano dalle permanenze di tipo concentrazionario. Si vaga tra torme di altri sventurati vacanzieri e, tanto per non dimenticare le tappe del calvario, si provvede a fare incetta di souvenirs. Naturalmente l'unica pace che potremmo assicurarci è quella eterna considerato che il benzene, finalmente libero dal seccante condizionamento delle rilevazioni, mostra tutta intera la sua predilezione per queste località.

Al momento del rientro, sempre che i timpani martoriati dal baccano delle discoteche non ci abbiano causato danni simili alla labirintite, rimontiamo in macchina col fermo proposito di accendere un cero al nostro santo protettore perché ci dia modo di riportare a casa almeno la pelle (dei risparmi faticosamente accumulati non è nemmeno il caso di parlarne).

Se al pari della gran parte dei villeggianti non sapete resistere all’attrazione delle località balneari, state attenti alle insidie specifiche che possono che possono attendervi in quei posti; non vorrei vedervi alle prese con esperienze analoghe alla mia.

La brutta avventura ebbe luogo in uno di quei paesini della costa calabra che, con l’avvento della bella stagione, s’affrettano ad assumere tutte le peggiori caratteristiche delle metropoli prossime ad essere abbandonate dai vacanzieri. Strade trafficate oltre l’inverosimile, trambusto infernale, proliferazione di bancarelle al cui confronto i mercatini urbani dei vuò cumprà sono uno scherzo e, tanto per far rimpiangere i luoghi di provenienza, prezzi alle stelle, merce scadente e servizi di fatto inesistenti.

Nel mio caso, la cucina del residence, totalmente insensibile ad ogni tentativo di riparazione, aggiunse alla vacanza il tocco esotico del forzato ricorso al vicino ristorante cinese grazie al quale, non si fosse provveduto al rapido rimpiazzo dei fornelli difettosi, con tutta probabilità mi sarei risparmiato il resto delle peripezie.

"Finalmente !" esclamò mia moglie con un profondo sospiro di sollievo quando vide attecchire la fiamma sull’infernale aggeggio dell’angolo di cottura. E si affrettò a tirar fuori quel suo ricettario la cui consultazione penso rappresenti per lei qualcosa di simile alla considerazione che avevano per la Bibbia gli antichi colonizzatori.

Iniziava, per lo scrivente, il calvario che attende quanti si ostinano a cercare cibi genuini laddove ha già del miracoloso riuscire a mettere sotto i denti roba che non ti mandi difilato al pronto soccorso.

Se cercavi delle pesche ed eri tanto fortunato da trovarle non potevi poi sottilizzare sul loro grado di rachitismo. Altro e più insormontabile problema; quello delle "verdure miste" ; piatti indiscutibilmente tonificanti per fisici sottoposti agli sconquassi del solleone, a patto di rintracciarne tutti gli ingredienti. Accadeva, invece, dopo una fila dal fruttivendolo (sadicamente sprovvisto di tendone), di accaparrarsi qualche tubero vagamente somigliante alle patate, scoprendo però che l’ultimo chilo di pomodori se l’era portato via una grassona in prendisole.

Se questo accadeva per gli ortaggi, lascio immaginare cosa c’era da aspettarsi vagando alla ricerca di carne e pesce. La prima, anche se a prezzi inabbordabili, recava, per via della "mucca pazza", qualche traccia del suo commercio. Circa il secondo c'era da pensare che i villeggianti mettessero la sveglia per correre, con le prime luci dell'alba, a svuotare l'unica pescheria presente in paese. Quando arrivavo non restavano che le tracce del saccheggio; qualche mucchietto di cozze striminzite e tre o quattro confezioni supersiti di surgelati. Una vera dannazione che, aggravata dalle continue invocazioni dei familiari, fu all’origine della singolare avventura.

Inorridito a solo pensiero di adattarmi a guazzare in un verminaio che ricordava le abluzioni di massa nel Gange, trascorrevo parte della mattinata appollaiato su di uno scoglio. Leggevo, sgranocchiavo qualche grissino, ma, da qualche giorno, la mia maggiore fonte di curiosità era rappresentata da una barchetta che transitava regolarmente a pochi metri dalla scogliera. C’era a bordo quello che chiunque avrebbe definito un vecchio pescatore; piccolo di statura, magro, abbronzato all’inverosimile e sempre indaffarato attorno ad un paio di lanze dalle quali non c’era verso che ricavasse qualcosa di commestibile. Quando non pescava s’intratteneva a chiacchierare con i numerosi villeggianti che, come me, preferivano oziare a quel modo.

Venne il momento che anch’io cominciai a rivolgergli la parola. Ad un "Come va ?" di circostanza l’altro reagì con un’alzata di spalle, scrollò il capo e borbottò: "una volta……., ma ora.." e fece ruotare indice e pollice di antrambe le mani. "Scarseggiano, eh !". "Ciò che scarseggia " rispose "è la salute. Porca vecchiaia ! Avessi vent’anni di meno………Lo vede quello laggiù ?" e levò l’indice rinsecchito verso un punto dell’orizzonte. Aguzzai la vista fino a focalizzare una pallina scura distante almeno un chilometro. Con la mano acconciata a visiera il vecchio valutò la posizione del sole: " è fuori dalle cinque; ormai dovrebbe essere prossimo al rientro".

Continuando nella conversazione avrei appreso diverse cose sul conto del personaggio che i compaesani avevano soprannominato "il gabbiano"; un accanito pescatore, non più giovanissimo, ma in grado di spremere da quelle acque ogni potenziale risorsa alimentare. Dopo le privazioni che avevo sofferto era d’obbligo appurare se il tizio operava per diporto o per profitto. Il vecchietto optò per una via di mezzo, lasciandomi intendere che quello pescava per esigenze sportive e che era solito disfarsi a prezzi di realizzo del ricavato di quelle sue razzie. "Sarebbe un peccato non approfittarne" e, per moderare il mio prorompente entusiasmo: "sempre che ci si riesca" tenne a puntualizzare indicando con una eloquente levata di pollice gli altri frequentatori di scogli.

Quel giorno, decisamente, la fortuna doveva essere dalla mia parte. Non trascorse un quarto d’ora che tutti i potenziali concorrenti, raccattati giornali ed asciugamani, poco per volta si dileguarono. Il sole alto cominciava a picchiare duro, ma io restavo ancorato allo scoglio disposto ad arrostire piuttosto che rinunciare ad una così allettante opportunità. Dopo una buona mezz’ora, con la tipica palpitazione del navigante che avvista la terra, ebbi la certezza che il natante del miracolo stesse tornando a riva. Qualche mio cenno e la barca; un fuoribordo da due cavalli, si affrettò ad accostare. "Il gabbiano" si dimostrò tipo poco loquace, ma estremamente intuitivo. Dopo aver abbozzato un saluto di tipo militaresco scoperchiò il cesto che aveva a prua e me ne indicò il contenuto che, tra uno scorfano ed una mezza dozzina di piccoli sgombri , avrebbe raggiunto a mala pena i due chili. Chiesi il prezzo dello scorfano ; l’altro mi fissò, per un istante, come ad assicurarsi d’aver inteso bene.

"E sul resto cosa fa ?…… Ci sputa sopra ?" quindi, spiegandosi a gesti più che a parole, tenne ad evidenziare che quel ben di dio era disponibile solo grazie al ritardo che aveva messo nel rientrare.

Non era il caso d’indisporre l’unica fonte del mio approvvigionamento. Mi decisi a chiedere il prezzo dell’intera partita.

"Cinquantamila !"

Francamente avrei temuto di peggio e mi affrettai a concludere la transazione. Il botta e risposta che ne seguì mi diede modo di appurare che il pescatore, spingendosi al largo, riusciva ad assicurare alle sue lenze da un chilo ad un chilo e mezzo di pesce al giorno. Contando che in famiglia siamo in quattro (e pur tenendo conto della scarsa propensione dei miei per il pesce azzurro) mi spinsi ad arrischiare una proposta di esclusiva. Era il prologo d’un accordo sulla cui base, grazie ad un modesto sovrapprezzo, il brav’uomo s’impegnava nella sistematica consegna a domicilio dell’intero ricavato di quella sua attività sportiva.

Tutti trovammo lo scorfano semplicemente delizioso; un po’ meno gli sgomberi, arrivando a concludere che la freschezza del prodotto meritava ampiamente la cifra con la quale era stato possibile assicurarcela.

Il giorno seguente, con encomiabile puntualità, "il gabbiano" si presentò al residence ancora in tenuta da pesca e con un secchio dal fondo colmo di pesci. Questa volta non c’erano scorfani (in compenso mancavano anche gli sgombri) e circa il contenuto del recipiente devo ammettere che la mia scarsa dimestichezza con la fauna marina non mi consentìva di riconoscervi alcuna delle specie che mi erano più familiari. Naturalmente il venditore fece di tutto per colmare questa mia lacuna illustrandomi, con la pazienza richiesta dai profani, caratteristiche e pregi di quella sua straordinaria mercanzia.

Quella sera cenammo con qualche perplessità; diaciamo pure che il sapore di quella roba non ci convinse del tutto, ma è arcinoto che quando il palato si cimenta con alimenti nuovi, fossero anche i migliori di questa terra, non riesce ad apprezzarne l’intima delicatezza.

Il ripetersi del fenomeno nei giorni che seguirono cominciava ad introdurre il dilemma che: o noi eravamo la feccia dei buongustai, oppure, francamente, la zona di pesca del "gabbiano" lasciava alquanto a desiderare.

Dopo una settimana di prassi ormai consolidata della consegna a domicilio si verificò il fatto che ne avrebbe determinato la brusca interruzione. Quel giorno l’uomo dalla lenza facile, forse innervosito dalle nostre crescenti osservazioni , s’era limitato a posare bruscamente sul tavolo il cartoccio del pesce, aveva intascato le consuete 60.000 lire e s’era allontanato rispondendo appena al nostro saluto.

Lo ricordo come fosse ieri. Contrariato da quel modo di fare, mi ero appena seduto in veranda quando un urlo di mia moglie mi mandò per traverso la boccata del toscano e mi spinse a precipitarmi in soggiorno. Trovai la poveretta semiparalizzata dalla sorpresa; la stessa che, di lì a poco, avrebbe sortito analogo effetto sullo scrivente. Rimuovendo la mercanzia del pescatore era spuntato, trattenuto dalle pinne d'un grosso pesce, un qualcosa di biancastro che, dapprima, scambiai per chissà quale verme marino. Solo accostandomi al tavolo compresi di avere sott’occhio un singolare reperto. Eccolo lì il "corpo del reato"; una minuscola strisciolina di carta zeppa di caratteri cinesi.

Avremmo appreso al momento della partenza che non eravamo i primi (e tutto lascia supporre non saremmo stati nemmeno gli ultimi) a cadere nelle reti del "gabbiano". Scoprimmo così che lo "sportivo" lavorava in tandem con il vecchietto pelle ed ossa, al quale era riservato il compito di vogare lungo la scogliera in cerca di polli da spennare. I due operavano secondo la collaudata tecnica delle "Iene di Edimburgo", puntando, vale a dire, sul fatto che, di solito, i villeggianti non dispongono in loco di parenti in grado di aprir loro gli occhi. Quando erano riusciti a togliere la voglia di pesce ad un certo numero di vacanzieri eccoli spostarsi su altre località del litorale. Sembra perfino superfluo aggiungere che gli stock di pesce successivi al primo provenivano da chissà quale immondezzaio di deposito . Decongelati al momento giusto, profumati con sapienti intrugli e maneggiati in modo da lasciar traccia dell'azione degli ami, venivano spacciati per prodotto fresco.

Ad alcuni, ci fu detto, era andata anche peggio dal momento che qualche probabile tentativo di ricongelare quella porcheria, aveva causato conseguenze sulle quali non intendo affatto soffermarmi..