SINTOMATOLOGIA DELLA PIGRIZIA
(Facile la diagnosi, molto più impegnativa la terapia)
Il pigro lo si riconosce da neonato. Non è che ce l’abbia scritto in fronte, ma, dal momento che i vagiti comportano pur sempre qualche sforzo, lui evita di farne spreco. Perfino se si è cagato addosso o mentre crepa dalla fame si lascerà andare a qualche debole vocalizzo, trasferendo ad altri l’incombenza di decifrarne i bisogni.
Quando avrà cominciato a camminare (impresa che, è scontato, lo sbatteerà al fondo della classifica sui mocciosi del quartiere) sarà d’obbligo portarlo ai giardinetti. Ma non vi sognate di traumatizzarlo spingendolo a forza lungo la scaletta dello scivolo o tra quei mucchi di plastica che ricordano quarti di gruviera. Potrete invece conquistarvene la gratitudine tenendolo per ore sulla giostrina che, ovviamente, vi toccherà spingere a mano.
Trovandovi alle prese con uno di questi pargoli fareste bene ad allenarvi per tempo in previsione delle malattie tipiche dell’infanzia. Fin troppo scontato che, al verificarsi dei primi sintomi, il soggetto assumerebbe atteggiamenti prossimi al coma, costringendovi a trascorrere lunghe ore ad imboccarlo ed a scacciargli le mosche dal capezzale.
Anche tra i pigri si annidano i deficienti, ma non è detto che menomazioni del genere debbano rappresentarne una costante. Nulla esclude, anzi, che il nostro possa rivelarsi più intelligente del richiesto. Ciononostante il suo rendimento scolastico non sarà mai dei i più esaltanti. Questo perché impiegherà una vita a tirar fuori i libri ed a consultarli. Nei compiti in classe è destino che consegni per ultimo lavori, connotati, di norma, da una sinteticità che rasenta la stitichezza. Dipende dal richiamo che gli giunge dal profondo inducendolo a regolarsi sul sapiente adagio del "Mai fare oggi quello che potresti rinviare a domani. Affida ad altri le urgenze e, in mancanza di volenterosi, vedi di farla breve e col minor sforzo possibile". Non per niente i suoi proverbi preferiti saranno del tipo "La gatta frettolosa ecc."
Al pari dei suoi coetanei, conserverà lui pure i ricordi del tempo di scuola, anche se diverso sarà il loro contenuto; poche cose gli resteranno impresse più delle mosche vaganti per l’aula, e sui cui costumi (non esclusi quelli di natura sessuale) avrà avuto tutto il tempo per documentarsi come si deve.
Giunto il momento di trovarsi un lavoro, il soggetto opterà per quelli del tipo: guardiano di museo (a patto che si tratti di edificio in stato di perenne ristrutturazione). Qualora, invece, costretto a rinverdire fasti di gloriose imprese familiari, dovesse abbracciare la carriera delle armi, potrebbe dare il meglio di sé in ruoli analoghi a quelli espletati dalla guarnigione de "Il deserto dei tartari".
L’optimum sarebbe un’occupazione al catasto, dove c’è, tuttavia, da mettere in conto che i suoi simili, già arroccati su siffatte privilegiate postazioni, avranno provveduto per tempo ad asserragliarvisi, spalmando strati di colla tra sedia e deretano; consistenti al punto che (stando a certe voci) non pochi arriverebbero a restarci anche dopo morti.
Una visitina tra le pareti domestiche del soggetto preso in esame sarebbe quanto di più prezioso per approfondire implicazioni legate alla sua patologia. Ma, occhio a non commettere l’imperdonabile errore di confonderlo con sozzoni e confusionari; la cui tipica caratteristica resta quella di mantenere la casa in condizioni identiche a come la lascerebbero degli svaligiatori disturbati dalle sirene della benemerita.
Poiché il trasporto di masserizie, al pari del loro accatastamento, comporta qualche sforzo, la casa del pigro finisce spesso per somigliare a residenze che hanno avuto a che vedere con l’ufficiale giudiziario. C’è quasi niente, ma quel poco su cui l’occhio arriva a posarsi risulta immancabilmente coperto da una coltre di polvere più spessa di quella che ricopriva le suppellettili di Tutankamon al momento in cui se ne rinvenne il sarcofago.
La sindrome da pelandronite cronica ha origini che si perdono nella notte dei tempi. E chi oggi dovesse scoprirsene addosso sintomi inequivocabili potrebbe consolarsi riandando, col pensiero, alle schiere di illustri scansafatiche che sempre hanno scandito i tempi della storia.
Qualche esempio di antichi personaggi colpiti da tale morbo e destinati ad alterne fortune?
Tra i meno invidiabili spicca quello offertoci da Luigi XVI.
Era da prima della presa della Bastiglia che i suoi ministri si sgolavano per fargli decretare lo stato d’assedio. Ma quello continuava a tergiversare, tanto che poi le cose presero la piega che ben conosciamo. I familiari non facevano che ripetergli "Squagliamocela, che qui si mette male!". E lui niente. I piani di fuga andavano ad ammucchiarsi l’uno sull’altro senza che Luigi si decidesse. Quando (dopo che anche il più rincoglionito degli aristocratici provvisto di palanche aveva traversato la Manica), strattonato dalla moglie, si decise a montare in carrozza, attaccò a viaggiare alla velocità d’un bradipo. Cosa che, se i rivoltosi non fossero riusciti a catturarlo, non voglio nemmeno pensare a come i posteri avrebbero potuto giudicare la Rivoluzione Francese.
Decisamente, tra i meno sfortunati, si collocano molte figure di religiosi. Tutti (o quasi) destinati alla gloria degli altari. Nulla a che vedere, naturalmente, con missionari e tanto meno con martiri; trattandosi di soggetti che, con la scusa della meditazione, e predisposti all’estasi ogniqualvolta si profilava all’orizzonte una qualche forma di lavoro, avevano trovato il sistema più pratico per evitare di rimboccarsi le maniche.
Poniamo che ci fosse da spaccare la legna. "Dove si sarà cacciato stavolta fra Timoteo?". E prontamente giungeva dal priore l’ammonimento a non rompere i c. a chi se ne stava nella propria cella tutt’intento a studiare da santo e che, magari, proprio in quel momento era alle prese con la levitazione (ovviamente realizzata col robusto ausilio di chi doveva sobbarcarsi lo sforzo per tenerlo sollevato quattro spanne sopra il letto).