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ABELE E CAINO (Storia di due archeo-contribuenti)
Quando arrivava il tempo del raccolto Pronto Abele mieteva tutto il grano. Si assicurava ce ne fosse molto, Lo metteva nei sacchi e, piano piano, Traendone un gran mucchio bello folto, Scalava in tutta fretta un altopiano Per correre a donarlo al Padreterno Onde scansar le pene dell’inferno.
Trovava che il Signore era incazzato; Manco a dirlo, per colpa di Caino. Visto che quello nulla aveva dato, Dio, non volendo passare da cretino, Già tante volte l’aveva esortato A comportarsi da buon contadino; Versando pure lui qualche derrata Onde saldar la rata sua arretrata.
Pressato, che faceva ora quest'altro? Adulterava il grano con gramigna. Dato, poi, ch’era tipo molto scaltro, Ci schiaffava di mezzo qualche pigna, Né trascurava a provveder peraltro Di camuffar con fronde della vigna Sto pacchetto che, ben confezionato, Veniva infine a Dio recapitato.
Certo non sopportava il buon fratello Che s’atteggiava a primo della classe. Finì che si munì d’un bel randello, Ricavato segandolo da un asse, Incontrò Abele che col suo fardello Si recava a versare nuove tasse E senza avere alcuna esitazione Glielo sfasciò di brutto sul groppone.
"Com’è che adesso Abele sta tardando?" Questo gli chiese un giorno il Padreterno. E, si capisce che, sempre parlando, Volle chiarir l'equivoco fraterno. "Dici ch’egli è sparito? Ma da quando?" "Io non lo vedo più da quest’inverno. Che devo dirti? Ancora stamattina, Spero m’arrivi una sua cartolina!". |