IL RIPOSO
Un modo elegante per sottintendere il sonno; qualsiasi tipo di sonno, compresi quei miseri pisolini che stanno alla nanna notturna come i tramezzini al cenone di capodanno.
Un eufemismo che ha fatto storia.
"Ma va a dormire!" Intimazione che solo interlocutori cafoni lancerebbero a chi si ostina nel proporre idee strampalate. Mentre l’accorto manager, da persona a modo, suggerirebbe all’intronato collaboratore che è tempo di prendersi una pausa di riposo.
Difficile trovare chi sia disposto a congedarsi da una riunione anticipando a chiare lettere che se ne andrà a dormire. Si comporterà, all’occorrenza, né più né meno di come ci si regola per altre incombenze corporali. Come giudichereste, ad esempio, chi, pressato da urgenti bisogni, anziché dire "vado in bagno", dovesse esternare un chiaro e tondo "corro a pisciare"?
C’era, in passato, chi propendeva per il "vado a letto". Fin troppo intuitivo che, a sentirlo dire oggi, chiunque potrebbe chiederci "con chi?".
Perfino quando, dopo una vita di duro lavoro, decidono di collocarci a riposo, non ci vuol molto ad intuire che considerano ormai le nostre capacità d’intendere e volere assai prossime a quelle di chi, da un buon quarto d’ora, ha posato la testa sul guanciale.
La nostra letteratura pullula di autori (presumibilmente estranei all’esigenza di guadagnarsi il pane) che hanno versato fiumi d’inchiostro per raccontare i propri e, soprattutto, gli altrui ozi. Opere che, imposte alla popolazione studentesca con la scusa della formazione, fanno a botte con quegli odierni ritmi di vita che portano diritto all’infarto.
Fortunatamente, impieghiamo ancora un terzo dell’esistenza a sonnecchiare più o meno tranquillamente. Ma non mi risulta che gli scrittori si siano sprecati ad analizzare con il dovuto impegno le varianti del riposo. C’è, che ricordi, un solo libro: Il riposo del guerriero; che, stando alla pubblicità dell’epoca, avrebbe fatto arrossire la signora De Gaulle (ed ancora mi chiedo quale coloritura avrebbe assunto l’augusta epidermide a contatto di meno datati prodotti editoriali).
Il meridione, avvezzo a prendere la vita con filosofia, rateizza voluttuosamente il riposo ricorrendo alla siesta; una tradizione con tutti i crismi della ritualità ed appropriatamente praticata nella fascia oraria che si è soliti definire controra. Un momento della giornata che non consente d’improvvisare visite nemmeno ai più ardimentosi rompicoglioni.
In piena estate, specie nei paesini dell’entroterra, persiane chiuse e strade deserte favoriscono il top del rilassamento. Guai allo sconsiderato che, proprio in quei momenti, dovesse azionare, anche solo per sbaglio, i motori di un’officina. Unici rumori consentiti quelli strettamente necessari ad accompagnare qualche regolamento di conti.
Se si dovesse scoprire, ovviamente non prima dell’imbrunire, qualche repentina estromissione dall’anagrafe comunale, gli abitanti, convinti come sono che non ci sia persona capace di rinunciare alla siesta, nemmeno si sognerebbero d’interrogare i vicini sul come e sul quando. Nè si capisce perché i magistrati s’incaponiscano a formulare domande dalle risposte, scontate in partenza, tipo: "Non c’ero. E,….se c’ero, dormivo!". Omertà? Solo un nordico potrebbe sospettarlo. Gli autoctoni sanno benissimo che versioni siffatte andrebbero prese come verità bibliche.
Le lunghe dormite ristoratrici, come i riposini pomeridiani, sono anche un modo assai pratico di prepararsi all’aldilà senza che l’attesa ce ne rovini l’esistenza.
Personalmente resto dell’avviso che, almeno per le anime più intraprendenti, immaginare di dover trascorrere (si fa per dire) l’eternità nelle vesti dei morti di sonno dev’essere una gran rottura di palle. Penso, anzi, che all’ostinazione nel prefigurarsi a quel modo l’aldilà potrebbe non essere estraneo l’ancestrale timore legato a defunti che potrebbero risvegliatisi a bella posta per correre a saldare conti rimasti in sospeso.
Se si eccettua la seccatura della chiamata in giudizio (quello universale), pare che anche per la Chiesa il riposo post-mortem costituisca il massimo della goduria. Un convincimento talvolta ribadito, scommetterei, da qualche papa inguaribilmente sonnacchione, e che poco aveva a che spartire con potenfici (v. Alessandro VI Borgia) dall’esistenza decisamente più movimentata. Tutto al contrario dei musulmani, che forniscono, sull’aldilà, una versione talmente hard che potrebbe fare concorrenza al credo dei nostri padri.
Perché uso il condizionale?
Ragioniamo!
Escludendo i trapassati per mattanze belliche, è fin troppo evidente come la lista d’attesa favorisca sfacciatamente i più anziani. Tutta gente che il sesso se l’è scordato da un pezzo ed ha la testa più di là che di qua. Mettiamo pure in conto lombaggini, artrosi, reumatismi e quant’altro trasforma in sofferenza ogni movimento. Poi chiediamoci che c. se ne farebbe delle Urì un ultraottuagenario che, pur campando da vent’anni con la "minima", deve scarpinare di qua e di la per soddisfare il sadismo di una burocrazia che, potesse, nemmeno da morto lo lascerebbe in pace.
Chiamati a pronunciarsi referendariamente non c’è dubbio che i bravi vecchietti voterebbero compatti per la versione cattolica; fatta di riposo, nonché di quella contemplazione dei santi alla quale sono allenati dalla quotidiana sopportazione con cui, impalati davanti alla TV, non fanno che sorbirsi parate di star.
Oltretutto, mentre (pure arrangiandosi alla meno peggio) è possibile tirare avanti privi di relazioni piccanti, con l’assenza di sonno c’è poco da scherzare. Tanto è vero che, secoli prima dell’avvento del pentitismo, quando proprio si volevano strappare confessioni a criminali particolarmente tosti, li si sottoponeva alla prova della veglia.
Per farsi un’idea sui connotati del trattamento occorre pensare a quei bestioni con tante ruote che trasportano merci per mezz’Europa. Guai a fermarsi. C’è bisogno che qualcuno stia sempre attaccato al volante. E se gli occupanti non sono di quelli che attaccano bottone ad ogni falò, fisseranno scrupolosamente i turni, eviteranno le pause e si alterneranno al volante con la massima sollecitudine..
Acchiappiamo per un momento i due camionisti, trasformiamoli in aguzzini e mettiamo il malvivente al posto del tir.
Posto che fossero all’altezza della professione, gli operatori si premuravano, come prima cosa, di carburare il paziente con qualche abbondante fagiolata innaffiata da vino a volontà.
Ingozzato come un porco e già in balia della sonnolenza, il fermato chiedeva che gli fornissero una branda. Ma quelli facevano orecchio da mercante, e quando l’altro, incrociate le braccia sul tavolo, vi appoggiava il capo, attaccavano a raccontargli barzellette; una più piccante ed irresistibile dell’altra.
Finiva che lo sventurato, dopo aver farfugliato risate sempre più labili, attaccava a ronfare di brutto.
A questo punto, ormai sfinito dal lavoro (non c’erano ancora le giornate di otto ore), uno dei carcerieri gettava la spugna per andare a godersi il meritato riposo. L’altro (tendenzialmente carrierista) cominciava invece a sfottere il pregiudicato assestandogli, di tanto in tanto, qualche gomitata.
Lo sventurato per un po reagiva, gesticolando come se volesse scacciare uno sciame di mosche. Quando poi la cosa non lo scuoteva più di tanto, il suo angelo custode non esitava a tirargli la sedia da sotto al c. per un imprecisato numero di volte.
Tra i sesto ed il settimo ruzzolone non c’era delinquente che non s’addossasse la paternità della malazione; predisposto com’era a riconoscersi, a richiesta, diretto responsabile della strage degli innocenti, come della recente pestilenza e dell’ultimo terremoto che potevano aver funestato il paese.
C’è gente, tuttavia, a cui un tale trattamento non avrebbe fatto né caldo né freddo.
Esistono casi, anche se molto rari, di soggetti che, a seguito di malattie o particolari traumi, risultano estromessi dal beneficio del riposo. Non c’è santo che riescano a prender sonno; di notte come di giorno.
Ne ho conosciuto uno che mi ha raccontato per filo e per segno le conseguenze di questa sua drammatica condizione.
Del tutto allergico alla lettura, per anni, a tarda sera, dopo che i suoi erano andati a letto, scendeva in strada alla spasmodica ricerca di nottambuli con cui socializzare. Talvolta incappava in combriccole di ubriachi , litigava, arrivavano le volanti e passava in questura il resto della notte.
Aveva provato, eroicamente, a seguire fino all’alba le boiate trasmesse da varie emittenti, ma la cosa s’era dimostrata al di sopra delle sue possibilità.
Temerarie telefonate intese ad assicurargli un minimo di conversazione antelucana con amici e conoscenti avevano sortito l’unico effetto di fargli attorno un vuoto più pauroso del cratere d’una bomba.
Quelli del telefono amico ormai ne riconoscevano la voce e s’affrettavano a riattaccare.
Dove altro avrebbe potuto approdare se non alle chat line? E tre quarti dello stipendio se ne andavano regolarmente in fumo.
Non avrebbe esitato a trasformarsi in doppiolavorista, ma non c’era cane disposto ad avercelo sulla coscienza.
Ora s’è acquietato. Ed il merito va tutto ad Internet, che se lo risucchia da una specialità all’altra degli sconfinati siti a luci rosse.
Se si eccettuano queste rarissime patologie, bisogna riconoscere alla provvidenza il merito di non negare a nessuno provvidenziali abbandoni ristoratori.
Non tutti, potreste obbiettare, riposano allo stesso modo. Ed avreste ragione da vendere.
In mancanza della moderna farmacopea, eterni incazzati, protestati, indiziati in attesa di giudizio, per non parlare delle più svariate tipologie di cornuti, passerebbero metà della notte a contare le pecore di chissà quante greggi.
A me, tuttavia, nessuno toglierà dalla testa che l’efficacia dei farmaci contro l’insonnia debba molto a fattori di autosuggestione. Fossi un primario dell’alta psichiatria non esiterei a sottoporre agli allievi il caso di mio cugino Ernesto.
C’è stato un periodo in cui si facevano le due ed anche le tre di notte senza che il poveretto riuscisse a chiudere occhio.
Lui, questo bisogna riconoscerglielo, ce la metteva tutta. Già alle 11 era sottocoperta. Supremi sforzi di volontà gli consentivano, talvolta, di sfiorare il dormiveglia. Ma, non appena mostrava di allentare il controllo sul subconscio, gli occhi gli si rispalancavano di botto. Tutta colpa del fottutissimo debito contratto con la galleria. Ed allora erano c.
Provava a cambiare di posizione, rannicchiandosi alternativamente sui lati. Si metteva pancia all’aria, con la faccia affondata nel cuscino. Niente !
Approssimandosi la scadenza delle rate il letto matrimoniale assumeva movenze tali da fare invidia alle danzatrici del ventre. Era prevedibile che, prima o poi, la sfortunata compagna lo avrebbe spinto a scegliere tra l’assunzione di un farmaco ed il pernottamento in garage. Non c’era nemmeno bisogno di ricorrere alle farmacie notturne, dal momento che il comodino della consorte ne rappresentava una non trascurabile succursale.
Fu così che, quantunque titubante, attenendosi alle indicazioni d’una moglie ancora mezzo addormentata, Ernesto si decise a prendere il primo sonnifero della sua vita.
Da quel preciso istante l’esistenza; almeno quella notturna, tornò a sorridergli. Un vero e proprio miracolo. Ormai era libero d’incazzarsi ogni santo giorno in tutta serenità, ben sapendo che il riposo non lo avrebbe tradito.
Quando i ladri provvidero a svuotargli la casa di campagna, come e meglio di un’affermata ditta di traslochi, poco mancò che gli venisse un colpo, ma, alla sera, puntualmente, un quarto d'ora dopo l’ingestione del provvidenziale confetto, era già lì che dormiva con una grazia da far invidia al più tranquillo dei neonati.
Ancora una settimana ed il barometro della quiete domestica tornò ad impennarsi. Motivo ? Quantunque affannatissima a rovistare tra comodini ed armadioni, era impossibile che la signora rintracciasse il flacone saltuariamente preposto a lenirne la stitichezza.
Il bello è che il disinvolto consumatore di purganti, oltre a riposare da dio, non aveva mai accusato (come dire?) il benchè minimo effetto collaterale. Ne deduco che, se avesse consumato sonniferi con la convinzione di prendere pillole contro i capricci dell’intestino, forse si sarebbe visto costretto a raddoppiare la scorta di carta igienica.
Tra quanti, pur impazienti di sprofondare nella più beata delle incoscienze, sono impossibilitati a farlo, figurano quei nuclei famigliari che hanno la sventura di alloggiare in condomini afflitti da indesiderate presenze.
Bisogna riconoscere che in ogni epoca gli scassapalle di professione si sono sempre ripartiti il compito di affliggere equamente i mortali, tanto di giorno quanto di notte.
Un tempo, al calar delle tenebre, i gabellieri cedevano il passo a torme di fantasmi che, risparmiando la sola Transilvania (riservata in esclusiva alle scorrerie vampiriche), si divertivano un mondo a rompere i timpani ovunque tirandosi dietro rumorose catene, ululando a più non posso, squassando mobili e frantumando suppellettili.
E oggi? Mentre l’imperitura stirpe dei gabellieri continua imperterrita a rovinarci le giornate, il compito che fu dei fantasmi s’è trasferito armi e bagagli alle competenze di soggetti che non fanno paura a nessuno, ma, in compenso, rompono in maniera assai più devastante degli antichi ospiti biancovestiti.
Viviamo in un paese dove la bestialità delle leggi è largamente compensata dal menefreghismo di quanti sarebbero tenuti a rispettarle. Unico settore che, in stridente controtendenza, tira ad anticipare le mosse del legislatore; quello delle case d’appuntamento.
Sarà colpa della recessione, dello scombussolamento generale che passa dalla testa ai genitali, sta di fatto che il numero dei condomini coinvolti nella faccenda sta crescendo in maniera esponenziale.
Ve li ricordate quei bei servizi su tre colonne che un tempo documentavano le imprese della buoncostume? Oggi, manco a parlarne. E’ già tanto se qualche foglio, a corto di notizie, inserisce nelle brevi di cronaca microtitoli del genere: Massaggi a luci rosse oppure Giro di squillo in club privè.
"Giustissimo !" osservereste "chi volete che se ne fotta più di certe quisquilie moralistiche ?"
Ragionamento di tutto rispetto, che però trascura la situazione di quanti, pur estranei agli utili dell’esercizio, sono costretti a sorbirsene le ripercussioni. Una serie di sevizie che molto hanno in comune con la pratica della veglia. Tali che, se applicate ai nostri amici a quattro zampe, avrebbero già allertato schiere di animalisti.
Per capire il dramma degli sventurati dovreste starvene un’intera notte con la branda prossima all’andirivieni di un ascensore che lavora al ritmo della ghigliottina dei tempi del terrore. La faccenda, poi, assume tinte da tragedia per chi ha la disgrazia di vivere (si fa per dire) al piano sottostante; gente il cui riposo è bloccato da infernali cigolii (nemmeno stessero provando la resistenza sotto sforzo dei Permaflex).
Quando il nervosismo raggiunge il furor bianco arriva a produrre pensieri che poco s’intonano con la comprensione per le incombenze dell'attività altrui.
Capirei….,riflette l’insonne, se avessi sul cranio gente costretta ad arrotondare con una macchina da cucire, ma qui si lavora con ben altri arnesi……. Si son fatte le 2 e sto c. di materasso ancora non si ferma. La fissa si focalizza, talvolta, sul cliente di turno: Te ne strafotti ! Ti pare giusto che debbai crepare per colpa dei tuoi sfizi?..E via di questo passo fin verso l’alba.
Naturalmente, i malcapitati, pur di sottrarsi al supplizio, venderebbero l’anima al diavolo. Di fatti s’affannano a martellare di proteste chiunque risulti provvisto d’una qualche divisa, anche se, di norma, preferiscono camuffare il loro stato di perenni martirizzati motivando le denunce con la necessità di sottrarre allo scandalo i minori. Ovvio che tireranno sospiri di sollievo (analoghi a quelli di sventurati recuperati sull’orlo d’un precipizio) quando, a seguito di brillante operazione delle forze dell’ordine…
Fatta eccezione per le strazianti tirate parentali che avrebbero dovuto conciliarmi il sonno nella prima infanzia, posso affermare in tutta coscienza d’esser rimasto estraneo alle sofferenze affrontate dai miei simili. Ho sempre goduto del singolare privilegio di poter riposare serenamente, anche nei momenti meno indicati.
Dovendo rendere meno sibillina l’ultima parte di questa mia dichiarazione, non posso astenermi dal ricordare i numerosi pisolini che mi hanno preservato dallo stress connesso alla scuola dell’obbligo.
Per ben quattro volte alla settimana, non c’erano santi che il sonno mi risparmiasse. Calava più puntuale d’una cambiale a metà della lezione di matematica.
Dopo dieci minuti che l’insegnante si stava affannando a tracciare calcoli sulla lavagna, già le palpebre non volevano più saperne di stare su. Compiendo sforzi sovrumani, e coadiuvato nell’impresa dal cambio d’insegnante (una signora che col gesso in mano riusciva a dimenare il di dietro con la grazia di un’esperta cubista) avevo toccato il record dei quindici minuti. Ma oltre tale traguardo non c’era verso che restassi con gli occhi aperti.
Avevo anche preso la precauzione di attrezzarmi con occhiali scuri che mi consentivano di mimetizzare il mio stato. Riuscivo finanche a dormire senza reclinare il capo. Il guaio era che, ogni tanto, cominciavo a ronfare, ed allora non c’erano occhiali che tenessero.
Rendendo grazie alla provvidenza, ancora oggi che ho superato gli anta da un pezzo, continuo a riposare che è una bellezza.
Unico inconveniente: i sogni, che non sono più quelli d’una volta, ma si rivelano uno più sconclusionato dell’altro.
L’altra notte, per esempio, chiudo gli occhi e mi ritrovo sputato in paradiso. Spero che la burocrazia celeste sia più affidabile di quella terrena; mi seccherebbe scoprire che la mia meritata destinazione sia da tutt’altra parte.
C’è San Pietro che, inforcati gli occhiali (venti secoli di portierato hanno pure sul fisico qualche conseguenza), esamina attentamente la mia pratica. Scrolla ripetutamente il capo, ma alla fine mi sorride. Penso che stia per mettere mano alle rinomate chiavi. E quello, invece, non mi va a tirare fuori una Moka con tanto di pacco della Lavazza?
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