CI ATTENDE UN FUTURO DA STAKANOVISTI
(Agosto 2004)
"Voja de lavorà sarteme addosso, lavora tu per me che io non posso!".
Un altro pezzo di tradizione stritolato negli impietosi ingranaggi dell’ingegneria genetica.
E tutto per colpa di un certo Barry Richmond che, non avendo niente di meglio a cui dedicarsi, ha escogitato (da promettente neurobiologo quale dicono che sia) un sistema per trasformare un gruppo di scimmie in altrettante fissate del lavoro.
Il fatto che l’equipe da lui guidata abbia scelto dei primati per l’efferato esperimento la dice lunga sui possibili sviluppi della scoperta.
Bisogna considerare che, sebbene animali, i macachi (sottoposti non sappiamo quanto volontariamente all’esperimento) non sono fessi. In altre parole è possibile impegnarli in compiti ed esercizi nella misura in cui le bestie, connettendo alla loro maniera, riescono a creare una stretta correlazione del tipo dare-avere. Come dire "vuoi che mi metta a fare le capriole? D’accordo! Fammi vedere,…l’hai portata l’aranciata?" Poniamo, ora, che la bevanda, anziché stare a portata di mano, dovesse trovarsi in un’altra stanza, la bestiola (provate a darle torto) ragiona press’a poco così: "se mentre attacco a fare il saltimbanco, questo poi mi cambia idea?" E allora diventa sfatigata; finge di non capire, applicandosi come meglio può nel dare ad intendere che proprio non riesce a comprendere il significato del comando.
Qualcuno si starà chiedendo se era proprio indispensabile andare a scomodare gli scienziati made in USA per scoprire una verità arcinota da secoli a quanti vivono sul lavoro delle bestie. Chiunque veda in un film una scimmia intenta a pedalere sa benissimo che esiste "fuori campo" l’omino incaricato di rinculare con la lattina di Coca-Cola agganciata ad una mazza. E allora? La scoperta sta tutta nell’aver individuato un fottutissimo gene che vivacchia nella corteccia cerebrale al solo scopo di influenzare un recettore della DOPAMINA; lo stesso che, per dirla "papale papale", decide se come e quando vale la pena di mettersi a lavorare.
Una rivelazione che rende giustizia, anche se tardivamente, alle peripezie vissute da mio cugino Ernesto ogni qualvolta che, per riuscire a sbatterlo giù dal letto, i genitori dovevano correre ad impugnare la scopa. Si accanivano a dargli del buono a nulla ed a gridargli che non avrebbe concluso niente di buono nella vita. Ignoravano, ovviamente, che il ragazzo non aveva colpe e che la responsabilità del fatto di giocarsi un lavoro dopo l’altro dipendeva tutta dalla DOPAMINA.
Ora, manipolando appropriatamente il gene di cui sopra, si compie il miracolo di rendere gli animali più bestie di come sono; trasformandoli, vale a dire, in soggetti dispostissimi ad ammazzarsi di lavoro "senza aver null’altro a pretendere".
Vi pare cosa da poco? Non so come la prenderanno quelli dell’ENPA, ma chi ha finanziato la ricerca ha buone ragioni per assumere pose da chi fosse riuscito a rimpiazzare con l’acqua la benzina.
I neurobiologi dell’equipe giurano su quanto hanno di più sacro che (nonostante le forti somiglianze tra il nostro DNA e quello delle scimmie) mai e poi mai si sognerebbero di estendere la ricerca alla sfera umana. E’ come se a loro interessasse solo la produttività dei primati che si esibiscono nei circhi. Io penso, invece, che si stiano già rimboccando le maniche alla scoperta dell’antidoto; un ritrovato in assenza del quale tutto il lavoro fin qui affrontato non potrebbe che finire a p.
Indubbiamente la scoperta è tale da rendere obsoleti tutti i grattacapi legati ai dilaganti fenomeni di disoccupazione. Intervenendo, fin da ora, a livello di massa, e praticando la cosa come fosse una sorta di vaccinazione obbligatoria, sarebbe poi difficile trovare chi non fosse disposto a lavorare gratis. Indispensabile, tuttavia, azzeccare anche il sistema in grado di assicurare momenti di pausa.
Poniamo che dovessero commercializzare la cosa così com’è.
In fabbrica suona la sirena, ma, nemmeno fossero diventati tutti sordi, non ce n’è uno che accenni a staccare dal lavoro. Questo mentre il personale di custodia è indaffaratissimo nel segnalare alla direzione del personale i "soliti furbi" che, intenzionati a saltare la pausa pranzo, se ne vengono in officina con la siringa delle vitamine nel tascapane.
E gli statali? Va bene che hanno la facoltà di fermarsi fino al raggiungimento del settantesimo compleanno. Ma cosa accadrebbe nell’impossibilità di fornir loro un antidoto all’attaccamento al lavoro? Prevedendo che lo si sbatta di brutto in quiescenza, il vecchio Rossi non ci penserebbe due volte ad incatenarsi come si deve all’amata scrivania. Scommetto che non si riuscirebbe a sloggiarlo; nemmeno con l’intervento in forze della benemerita.